L’accordo Iran-Arabia Saudita a Pechino e la distensione mediorientale

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L’Arabia Saudita e l’Iran hanno concordato di riaprire le rispettive ambasciate, chiuse da quando le relazioni tra i due Paesi sono collassate, rottura che ha innescato un periodo burrascoso non solo tra i due Stati, ma anche a livello globale, dal momento che i rapporti tra sciiti e sunniti, che hanno in Teheran e Riad i loro punti di riferimento spirituali, sono diventati conflittuali.

Una conflittualità feroce, che ha visto i movimenti jihadisti più radicali, che hanno in al Qaeda e nell’Isis le punte estreme, imperversare contro le comunità sciite sparse nel mondo arabo, dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen all’Afghanistan, in un crescendo di Terrore.

Uno scontro alimentato, se non generato, dai neocon Usa, che hanno usato i movimenti jihadisti come forza-lavoro (anche) per contrastare l’influenza di Teheran nel mondo arabo, nulla importando (a pensar bene) che il mostro del Terrore aveva nel mirino anche l’Occidente, con il corollario di attentati e morti innocenti del quale occorre conservare memoria.

Ci vorrà tempo per porre fine definitivamente a tale conflittualità, proprio perché torna utile alle strategie neocon, ma è certo che il passo compiuto dai due Paesi arabi favorirà tale sviluppo e forse riuscirà anche a porre fine al conflitto yemenita, che vede i sauditi imperversare contro le milizie houti sostenute da Teheran.

 

La malcelata irritazione dell’Occidente

A porre il sigillo all’intesa tra Riad e Teheran è stata la Cina, che ha spinto in tal senso e portato a compimento un lungo negoziato intrapreso da anni dai duellanti. Apparentemente tutto il mondo è felice per quanto avvenuto, come da dichiarazioni ufficiali, ma in realtà non è proprio così.

“Alcuni osservatori internazionali hanno visto l’inclusione della Cina nell’accordo come un palese affronto” agli Stati Uniti, scrive il Washington Post, che riporta anche il commento di Suzanne Maloney, vicepresidente della Brookings Institutione direttrice del settore politica estera dell’Istituto in questione:  “Ciò che è importante in quanto avvenuto, è la decisione [di Riad] di consegnare ai cinesi un’enorme vittoria nell’ambito delle pubbliche relazioni – un servizio fotografico che ha lo scopo di dimostrare la nuova statura della Cina nella regione”. E, si potrebbe aggiungere, nel mondo, anche perché, secondo i cinesi e altri osservatori internazionali, l’intesa Riad-Teheran rappresenta un ulteriore passo verso un nuovo ordine mondiale multipolare.

Quest’ultimo aspetto dell’accordo rappresenta un ulteriore affronto per Washington, che non riesce a liberarsi dall’ossessione di guardare il mondo come fosse il proprio giardino di casa, in una perversa estensione della più ristretta dottrina Monroe (per il quale il giardino in questione si limitava all’intero continente americano).

D’altronde che Pechino fosse la nazione più deputata a benedire tale accordo era nei fatti, dal momento che al lungo e solido rapporto con l’Iran, rilanciato con forza negli ultimi anni con accordi commerciali e politici sempre più stretti, associa un nuovo e sorprendente rapporto con Riad, che nell’ultimo anno è riuscita a uscire dall’angolo in cui era costretta dalla subordinazione all’alleato americano per accostarsi a Pechino e Mosca e al più ampio ambito dei Brics.

 

L’accordo di Pechino e Israele

A rimanere interdetta dall’intesa di Pechino anche Israele, che in tal modo vede incrinarsi il sogno di ergersi a dominus assoluto del Medio oriente, sogno che aveva nella conflittualità tra sciiti e sunniti una base portante, dal momento che tale scontro gli permetteva di porsi alla guida della crociata sunnita contro il comune nemico iraniano (vedi Haaretz “Il sogno di Israele di formare un’alleanza araba contro l’Iran è andato in frantumi”).

Un sogno al quale Netanyahu aveva tentato di dare una forma più strutturata con il lancio degli Accordi di Abraham, con i Paesi sunniti invitati ad allacciare rapporti formali politici e commerciali con Israele (informali ci sono sempre stati), ponendo fine alle distanze decennali e riponendo nel cassetto la richiesta della nascita di uno Stato palestinese.

Tali Accordi nella mente del suo ideatore avrebbero dovuto portare a una vera e propria alleanza, anche sul piano militare, con la nascita di una Nato sunnita pronta a lanciarsi in uno scontro aperto con Teheran.

Così, se per l’establishment israeliano tale sviluppo rappresenta una pietra di inciampo, per Netanyahu è un vero e proprio schiaffo, tanto è vero che si è lanciato in un’improvvida intemerata contro Biden, al quale ha addossato la “colpa” dell’intesa (Haaretz).

Resta che su tale accordo, oltre ai tanti imprevisti del caso, pende anche la spada di Damocle di una possibile guerra contro l’Iran, più probabile se i negoziati sul nucleare iraniano tra Washington e Teheran dovessero fallire in via definitiva. A oggi tale fallimento non è ancora stato ufficializzato e resta qualche residua speranza. Vedremo.

 

Altri passi distensivi in Medio oriente

La nostra nota potrebbe finire qui, se non che c’è da segnalare che l’accordo di Pechino si inserisce in un quadro più ampio, che vede il moltiplicarsi di passi distensivi nel sempre malmostoso Medio oriente.

Da questo punto di vista va segnalata come della massima importanza la recente visita di Abdullah Bin Zayed, ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, a Damasco, e quella parallela del suo omologo giordano Ayman Hussein Abdullah Al Safadi.

Recatisi in Siria per portare la loro solidarietà e promettere aiuti alle popolazioni colpite dal sisma, i due ministri hanno incontrato Assad, rompendo così il muro di ostilità creato attorno al presidente siriano per portare a compimento il regime-change.

Non solo, in una recente intervista, il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, si è detto favorevole a una reintegrazione della Siria nella Lega araba, sorprendendo (e irritando) anche in questo caso l’Occidente (Reuters).

A questo fermento si aggiunge il lavorio intrapreso da tempo da Mosca per riconciliare Damasco e Ankara, nemici da quando la Turchia si è associata al tentativo di regime-change siriano. A breve si terrà un incontro dei ministri degli Esteri di Iran, Turchia e Siria in Russia (Jerusalem Post). In un mondo scosso da potenti spinte destabilizzanti, notizie in controtendenza come queste passano quasi inosservate, ma non per questo sono meno rilevanti.

 

 

FONTE

piccolenote.ilgiornale.it 

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