Innovazione e conservazione

Molto all’italiana, ovvero in piena promiscuità tra bene e male, innovazione e conservazione, la fiera della musica leggera resiste alla bufera del tempo perfino più della sacralità della Costituzione, respinge gli assalti alla sua persistenza esibendo i numeri dell’audience, il consenso dei media, l’eco televisivo mondiale, ma è sottoposta per ognuna delle 73 ‘puntate’ al giudizio incrociato di fans e detrattori. Con evidente fastidio, per essere coinvolti nel confronto a distanze spesso abissali, i puristi della cultura nobile lo bocciano e basta. Critici aggressivi, è la loro anomalia analitica, lo stroncano senza averlo esaminato dal vivo, si fidano di giustizialisti controcorrente, di intellettuali che mentendo giurano di aver letto il monumentale ‘Alla  ricerca del tempo perduto’ del mitico Proust, di crociati very snob, che fa tendenza farlo, delle chiacchere di salotto  del burraco, degli adoratori della musica dodecafonica di  Shoenberg, della stampa nemica, mobilitata per minare l’evento, che deprime gli ascolti della concorrenza. Sulla riva opposta, in attesa che passi il cadavere del nemico, risponde chi al mattino, sotto il getto della doccia canticchia “Grazie dei fior”, “Non ho l’età”,  chi nei villaggi vacanza partecipa al karaoke con l’interpretazione di ‘Malafemmena’, chi in età adolescenziale va in delirio per il frenetico rock dei Maneskin, il rap di Fedez, il Sanremo Giovani, le fioriere in frantumi di Blanco. In robusta contrapposizione si scontra chi segna un otto e mezzo sulla pagella di Sanremo storico come evento oltre la musica, fenomeno di ampia socialità, inclusivo della politica e chi lo nega, condanna le invasioni di campo (in questa edizione la presenza di Mattarella, il monologo di Benigni, le incursioni anti governative di Fedez, gli interventi delle cosiddette co-conduttrici su temi sensibili, l’intrusione di Zelenski). Allora, il festival di chi è?  Degli esperti: tra i loro primi cinque in classifica latita il rap, ma il voto è contestato dai like  popolari, a elevata prevalenza dei giovani e ribalta il giudizio della sala stampa, premia rap e giovani promesse. Il voto unanime delle due ‘giurie’ racconta che il festival comandato nei fatti dalla linea editoriale delle case discografiche sommerse di rapper, incorona però Marco Mengoni, leader nel solco della buona musica italiana e stravede per i mitici Ranieri, Al Bano, Morandi, Peppino di Capri, Bennato. Mettono tutti d’accordo le eccellenze di genere e anagrafiche: stabilmente nella memoria non solo degli over…restano parole e musica di “Sapore di sale”, “Volare”, Perdere l’amore”. Qualcuno, oltre i familiari dei rapper ricorderà le loro performance autobiografiche?

Sanremo è un polo di esteso business: per la Rai, la città e la Liguria, la discografia, i vivai di fiori, l’immagine della leggerezza spettacolare italiana. In vista della scadenza di contratto tra comune di Sanremo e Rai prova a infilarsi nell’affare una cordata di privati non esattamente identificata, che vorrebbe subentrare nella gestione del Festival. Farselo ‘scippare’, a prescindere dalla contrapposizione di giudizi di merito farebbe la felicità dei network privati.

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