INCHIESTA ‘MAFIA E APPALTI’ / QUELLA BOMBA CHE ALLORA NON DOVEVA SCOPPIARE  

Ieri abbiamo pubblicato ampi stralci di un lungo intervento firmato da Attilio Bolzoni e pubblicato su ‘il Domani’ di Carlo De Benedetti. Tutto teso a demolire la pista ‘Mafia e Appalti’ sulla quale stavano lavorando Giovanni Falcone e Paolo Borsellino prima di essere trucidati.

Pista che ora – dopo ben 30 anni dalla rocambolesca e velocissima archiviazione – riprende vigore oggi, perché la procura di Caltanissetta ha aperto un fascicolo qualche settimana fa e ha già iniziato ad interrogare i primi testi.

Oggi vi vogliamo proporre alcuni stralci di un’inchiesta scritta più di quattro anni fa (uscì il 3 maggio 2018) da un valoroso giornalista d’inchiesta, Damiano Aliprandi, per ‘il Dubbio’. Offre, sul caso ‘Mafia e Appalti’, una visione diametralmente opposta a quella presentata da Bolzoni.

Eccone i passaggi salienti.

Damiano Aliprandi

“Non esiste alcuna sentenza che collega le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con la presunta ‘Trattativa Stato-Mafia’; mentre in alcune sentenze emerge un movente ben chiaro: l’indagine ‘Mafia e Appalti’”.

“Una di queste verità è scritta nella sentenza della Corte d’Assise di Catania del 22 aprile 2006, in cui si afferma, a proposito del movente per la strage di via D’Amelio ‘la possibilità che il dottor Borsellino venisse ad assumere la Direzione Nazionale Antimafia e, soprattutto, la pericolosità delle indagini che egli avrebbe potuto svolgere in materia di mafia e appalti”.

Continua la ricostruzione storica di Aliprandi: “C’è poi la sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta relativa al processo Borsellino Ter, in cui viene riportata la testimonianza di Angelo Siino, il quale disse che la mafia era preoccupata circa l’interesse di Falcone e Borsellino per l’indagine ‘Mafia e Appalti’. In quella sentenza è scritto, tra l’altro: ‘Appare esatto ritenere che se le indagini condotte dal ROS in materia di ‘Mafia e Appalti’ non avessero avuto all’epoca uno sviluppo tale da rappresentare un pericolo immediato per gli interessi strategici di Cosa nostra, tuttavia l’interesse mostrato anche pubblicamente da Borsellino per quel settore di indagini, unitamente all’incarico che ricopriva nell’ufficio titolare delle indagini ed ancor più la prospettiva dell’incarico alla Procura Nazionale Antimafia per la quale venne autorevolmente proposta la sua candidatura anche pubblicamente, costituivano un complesso di circostanze che facevano apparire a Cosa nostra quanto mai opportuna la realizzazione dell’attentato a quel magistrato, subito dopo quello di Capaci”.

Mentre oggi, nel suo intervento, Bolzoni minimizza la portata del dossier ‘Mafia e Appalti’ e quindi l’inchiesta portata avanti da Falcone e Borsellino, riducendola ad una spartizione tutta e solo siciliana di piccoli appalti per strade, viadotti e dighe fra imprese mafiose e aziende del nord, Aliprandi nel suo reportage del 2018 spiega con chiarezza il gigantesco valore sia del dossier che dell’inchiesta, non solo in chiave nazionale, ma anche internazionale, per svelare le intricate vie dei riciclaggi.

Carla Del Ponte

Scriveva sul Dubbio: “L’inchiesta ‘Mafia e Appalti’ era potenzialmente una bomba fortissima, visto che scoperchiava i legami tra mafia, politici di rilievo nazionale e società appaltatrici in mano a persone vicine ad alcuni magistrati”. E precisa: “Un’indagine ben oltre i confini siciliani, ma in tutta Italia, e anche all’estero, viste le indagini di Falcone e Borsellino sui riciclaggi internazionali e i contatti con il magistrato svizzero Carla Del Ponte”.

Tanto che nel 1989 si verifica l’attentato dell’Addaura (i cui contorni non sono stati mai del tutto chiariti), presso la residenza dove Falcone si stava incontrando con la Del Ponte.

Prosegue Aliprandi: “Sembra ragionevole pensare che Falcone e Borsellino siano stati uccisi per il loro interesse al rapporto del ROS sui grandi appalti”. Ma “l’inchiesta venne archiviata dalla Procura di Palermo appena qualche giorno dopo la morte di Borsellino. La richiesta di archiviazione – esattamente il 13 luglio – quando Borsellino era ancora in vita ed andava avanti nelle indagini – fu avanzata dagli allora sostituti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, firmata dal procuratore Pietro Giammanco tre giorni dopo l’uccisione di Borsellino e archiviata definitivamente il 14 agosto dal gip di Palermo Sergio La Commare”.

“L’archiviazione più rapida nella storia giudiziaria italiana, avvenuta il giorno prima di ferragosto, quando solitamente gli uffici giudiziari sono semideserti. Il gip La Commare è lo stesso che, qualche mese dopo, il 23 dicembre, convaliderà l’arresto di Bruno Contrada, l’ex capo della Mobile di Palermo, ex vicedirettore del Sisde, ex capo della Criminalpol di Palermo. La richiesta di arresto era stata firmata da Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato”.

“Nello stesso anno, a distanza di pochi mesi, gli stessi magistrati archiviano l’indagine sui rapporti tra mafia e politica, e arrestano chi per anni è stato in prima linea contro la mafia”.

Nella sua ricostruzione Aliprandi fa anche qualche passo indietro, per documentare i primi tentativi di delegittimare l’indagine ‘Mafia e Appalti’.

Bruno Contrada

“A quel punto (con l’archiviazione ferragostana, ndr) la bomba era stata disinnescata. Ma già prima era stata ‘depotenziata’. L’informativa del ROS era di 890 pagine, era stata ricostruita la mappa del malaffare siciliano, ed erano elencati 44 nomi di imprenditori, di politici di quasi tutti i partiti, e i nomi delle aziende. Il dossier passò per le mani di ben 8 sostituti procuratori di Palermo. Furono indagate solo 5 persone. Ma accadde una cosa molto grave. Tutti i coinvolti nell’informativa del ROS – imprenditori, politici, mafiosi – ricevettero l’elenco dei nomi citati nel dossier e degli appalti. Da chi? I ROS accusarono i magistrati e viceversa. Alla fine fu tutto archiviato. Si legge nell’ordinanza di archiviazione: ‘Non può affatto escludersi l’ipotesi che nella illecita divulgazione delle notizie e dei documenti riservati oggetto del presente procedimento, possano essere stati coinvolti, o per denaro o in ragione di asseriti rapporti di amicizia con svariate personalità politiche, i magistrati odierni indagati”.

Conclude amaramente Aliprandi: “Comunque, fu svelata l’architettura investigativa complessiva, emersero i nomi di tutti i soggetti nel mirino del ROS e si vanificò sostanzialmente l’intera operazione”.

 

 

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