IL GENERALE FABIO MINI / USA & NATO, 24 ANNI D PROVOCAZIONI ANTI RUSSIA

“Oggi è necessario negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento, non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza a prescindere dagli interessi altrui”.

E’ la conclusione di un articolato, lucidissimo ragionamento svolto da Fabio Mini, generale di corpo d’armata dell’Esercito italiano, già Capo di Stato Maggiore del comando NATO del Sud Europa e a capo della missione internazionale in Kosovo.

Un’analisi a 360 gradi, perfetta nella sua ricostruzione storica e nell’analisi geopolitica attuale. Lontana mille miglia dal pattume e dell’ignoranza ‘storica’ praticamente di tutta la classe politica (sic) di casa nostra.

Dieci, cento, mille Mini, vien voglia di augurarsi. Ma dopo una apparizione in tivvù di una settimana fa, ovviamente il generale non è stato più invitato negli strabordanti talk show: perché ha il dono, Mini, di parlar chiaro. Cosa indigesta per l’odierno mainstream.

Scorriamo quindi i passaggi salienti dell’intervista rilasciata all’ottimo sito di controinformazione l’Antidiplomatico.

 

DONBASS, I MASSACRI “DIMENTICATI”

Guerriglia nel Donbass prima dell’aggressione russa. Nel montaggio di apertura il generale Fabio Mini

“Il falso è che la guerra sia cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina. Questo è in realtà un atto nemmeno finale di una guerra tra Russia e Ucraina cominciata nel 2014 con l’insurrezione delle province del Donbass poi dichiaratesi indipendenti. Da allora le forze ucraine hanno martoriato la popolazione russofona ai limiti del massacro e nessuno ha detto niente. Per quella popolazione in rivolta contro il regime ucraino non è stata neppure usata la parola guerra di liberazione o di autodeterminazione così care a certi osservatori internazionali.  E’ bastato dire che la ‘Russia di Putin’ voleva tornare all’impero zarista per liquidare le questione. L’ipocrisia è l’atteggiamento della propagando occidentale pro-Ucraina che, prendendo atto che esiste una guerra, finge di non sapere chi e cosa l’ha causata e si stupisce che qualcuno spari, qualcun altro muoia e molti siano costretti a fuggire. Ipocrisia ancor più grave della propaganda è il silenzio omertoso di coloro che tacciono sul fatto che dal 2014 Stati Uniti e Nato hanno riversato miliardi di aiuti quasi ininterrottamente destinati ad armare l’Ucraina e migliaia di professionisti della guerra per addestrare e arricchire i gruppi estremisti e neo-nazisti”.

“Non credo che l’Europa, dal 2014, abbia sottovalutato la questione ucraina, ma è stata volutamente indirizzata verso la trasformazione graduale del paese in avamposto contro la Russia, a prescindere dalla sua ammissione alla Nato. Di qui la pseudo rivoluzione arancione del 2004, il sabotaggio interno ed esterno di ogni tentativo di stabilizzazione, l’alternanza di governi corrotti, la pseudo rivolta di Euromaidan, il colpo di stato contro il presidente Viktor Yanukovich, sempre nel 2014, fino alla elezione di Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo è passato da un programma elettorale contro gli oligarchi, contro la corruzione politica e la promessa di ‘servire il popolo’, ad una politica dichiaratamente provocatoria nei confronti della Russia. E questo era esattamente ciò che volevano gli Stati Uniti e quindi la Nato fin dal 1997”.

 

NATO, 24 ANNI DI ESPANSIONE AD EST

“L’espansione della Nato ad est iniziata in quell’anno dopo una serie di prove di coinvolgere nella ‘cooperazione militare’ i paesi dell’Europa orientale con il programma ‘Partnership for peace’, è stata una provocazione continua per 24 anni. Per oltre un decennio la Russia non ha potuto opporsi e la Nato, sollecitata in particolare da Gran Bretagna, Polonia e repubbliche baltiche ha pensato di poter chiudere il cerchio attorno ad essa ‘attivando’ sia Georgia che Ucraina. La Russia è intervenuta militarmente in Georgia e questo ha dato un segnale agli Usa e alla Nato, che non hanno voluto intervenire”.

 

Bashar al-Assad

“Durante la crisi siriana del 2011 la Russia si è schierata con il governo di Bashar Assad e successivamente con la guerra all’Isis è intervenuta militarmente dando un contributo sostanziale alla sua neutralizzazione. Bashad Assd è ancora lì. Le operazioni russe in Siria, ancorchè concordate e coordinate sul campo con la coalizione a guida americana, hanno disturbato i piani di chi voleva approfittare dell’Isis e delle bande collegate per destabilizzare l’intero medioriente”.

“Un altro segnale del mutato umore russo è stata l’annessione della Crimea, subito dopo il colpo di stato contro Yanukovich sostenuto dagli Stati Uniti e in particolare dall’inviata del Dipartimento di Stato Victoria Nuland e dall’allora vice presidente Joe Biden. Dal 2014 in poi l’Ucraina, con il sostegno degli Stati Uniti e della Nato, ha assunto una linea ancora più ostile nei confronti della Russia e iniziato ad integrare nelle forze armate e nella polizia i gruppi neonazisti che si erano ‘distinti’ negli scontri di Maidan. Gli stessi che ora organizzano la ‘resistenza ucraina’ e coordinano i circa 16.000 mercenari sparsi per il paese. Per tutto questo, mi sento di dire che la Nato non ha trascurato l’Ucraina, anzi l’ha spinta con forza in un’avventura pericolosa per entrambi e soprattutto per noi europei”.

“In Kosovo avevo alle dipendenze anche il contingente russo di cui una parte garantiva la sicurezza dell’aeroporto militare e civile di Pristina e un’altra schierata nel settore montano al confine con la Serbia. I rapporti con i generali russi erano quasi giornalieri e sempre molto corretti soprattutto nei miei confronti, in quanto italiano. Parlavamo di sicurezza collettiva e di futuro del Kosovo, una cosa alla quale nessuno nella Nato aveva pensato prima di andare in guerra”.

 

OPERAZIONI AD OBIETTIVI INDIPENDENTI

“All’inizio dell’invasione ho cominciato a vedere i segni non di una operazione speciale, come l’ha definita Putin, ma di una serie di operazioni ad obiettivi limitati, unite dallo scopo strategico di impedire all’Ucraina di diventare il fulcro della minaccia militare alla Russia, ma tatticamente indipendenti. Le operazioni riguardavano la messa in sicurezza dei territori del Donbass, la fascia costiera del Mar d’Azov e del Mar Nero fino a Odessa e, se necessario, fino al confine con la Moldavia neutrale. L’avanzata su Kiev doveva essere l’operazione principalmente politica di pressione per i negoziati e l’eventuale instaurazione di un governo favorevole alla linea russa. Questa operazione non è vincolata né al tempo né agli obiettivi: dipende dagli eventi. Se quelli diplomatici, politici e operativi evolvono in maniera soddisfacente, l’operazione può essere interrotta. Questo tipo di operazioni con la tecnica del carciofo ha spiazzato tutti gli analisti della domenica, che si aspettavano e forse cinicamente si auguravano di vedere la tempesta di fuoco alla quale ci hanno abituato gli americani in tutte le loro guerre. Ovviamente questa incredulità ha alimentato le speculazioni sull’effettiva potenza dell’apparato russo e sulla eroica resistenza ucraina che avrebbero arrestato l’invasione. L’apparato che vediamo in televisione dice però una cosa diversa: l’operazione è ancora intenzionalmente alla prima fase, in attesa di eventi. In questa situazione i vantaggi vengono soltanto dall’efficacia e credibilità della pressione. Gli svantaggi riguardano sia le provocazioni esterne, da parte della Nato, sia il rafforzamento della resistenza interna che non muterebbe il risultato dell’operazione ma farebbe molti più danni”.

 

 

UN GOVERNO DI BULLI

“Le denazificazione di cui parla Putin non riguarda l’Ucraina, ma il suo apparato governativo in cui tali elementi si trovano in posizione di vertice. I reportage non rendono l’esatto conto della presenza e dell’influenza di questi gruppi”.

“La dichiarazione di ‘No fly-zone’ nei cieli dell’Ucraina sarebbe un modo per accelerare il disastro. Chi la sta chiedendo a gran voce vuole il disastro e dimostra la propria incapacità di controllare il proprio spazio aereo. Vuole un pretesto per trascinare in guerra tutta l’Europa. Non dobbiamo cedere a questa tentazione perversa, soprattutto in momenti come questi, quando un attacco aereo finisce per colpire un padiglione di ospedale e l’emozione soffoca la razionalità”.

“Le richieste russe, come in qualsiasi negoziato, sono la base di una discussione. Se non è soddisfacente, ciascuna parte deve finirla di dire cosa vuole e cominciare a pensare cosa può cedere. In genere, il più forte è quello più disponibile a cedere perché ritiene di ‘concedere’ e quindi mantiene il prestigio intatto. La parte più debole deve solo ridimensionare il livello di ambizione. In questo caso, ogni minima riduzione dell’ambizione ucraina porterebbe una grande concessione: la salvezza del paese”. “L’Italia ha dichiarato unilateralmente, come se parlasse per tutti, la fine dei negoziati, tra l’altro con un atteggiamento bullistico. L’atteggiamento degli altri è molto meno arrogante. E questo li rende in sintonia. Ma anche nel bullismo non siamo tra i migliori: la Gran Bretagna e la Polonia ci battono”.

 

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