BERLUSCONI, UNA STORIA DA FILM (HORROR)

Come sarà classificato dai posteri il B-movie di inizio millennio, dove B sta per Berlusconi?

Un sottogenere horror, come lo definì nel 2009 il critico Roberto Silvestri all’uscita di Videocracy –Basta apparire, il documentario di Erik Gandini?

Una pagina coraggiosa del miglior cinema d’autore, considerando Il caimano (2006) di Nanni Moretti e le recenti serie tv Loro 1 e Loro 2 di Paolo Sorrentino?

Un’occasione mancata per l’erotismo patinato di Tinto Brass, che subito dopo il Ruby-gate aveva già in mente soggetto e titolo (Grazie papi) che era tutto un programma?

O addirittura come il riflesso antropologico dell’Italia più profonda e impresentabile, quella che emerge dal surreale Belluscone – Una storia siciliana (2014) di Franco Maresco, forse il più originale e intelligente fra i Silvio movies?

Di sicuro la ventennale egemonia politico-ideologica di Silvio Berlusconi ha prodotto un vero e proprio genere cinematografico, finalmente analizzato in una specifica monografia (per la editrice napoletana Martin Eden) dall’editor e documentarista Giuseppe Pesce, con un titolo che è tutto un programma: Il lato B della storia. Berlusconi tra cinema e televisione, che ne ravvisa acutamente le ascendenze proprio a Napoli, in un titolo epocale come Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi, il più dirompente film sull’intreccio tra politica e affari.

Nell’era di Berlusconi questo tradizionale binomio viene integrato e pericolosamente amplificato da un terzo elemento, il controllo dei media: la cifra più autentica del berlusconismo consisteva infatti, come osservò nel 2011 Ermanno Rea, “nell’uso spregiudicato e del tutto inedito della televisione come strumento di omologazione”.

È tuttavia emblematico che, dopo il ’94, l’anno della storica discesa in campo del tycoon di Arcore, per oltre un decennio il cinema italiano sia rimasto attonito e silente rispetto a un fenomeno di tale portata, se è vero – come rilevava il mensile “La Voce della Campania” nel dicembre 2009 – che il primo documentario sul tema, Citizen Berlusconi (titolo chiaramente ispirato allo storico Citizen Kane di Orson Welles, in Italia Quarto potere), di Andrea Cairola e Susan Gray, fu trasmesso nell’estate del 2003 da un canale Usa e arrivò in Italia addirittura sei anni dopo, e soltanto su una piccola emittente satellitare.

In questo scenario di diffuso conformismo e timore, in quelli che Giuseppe Pesce definisce “gli anni dell’odio”, risalta il coraggio artistico e civile di Nanni Moretti, che da Aprile (1998) a Il caimano(2006) scende a sua volta in campo, mettendo in gioco la sua faccia (in senso anche letterale, vestendo i panni del “caimano”) e  il suo prestigio internazionale per combattere il politico-imprenditore milanese sul suo stesso terreno, quello mediatico: dove alla fine il Signor B. finisce per andare oltre il suo personaggio per diventare metafora più generale del Potere corruttore, a cui saprà dare una maschera credibile (nei panni di un Berlusconi decadente ma non ancora domo) il Toni Servillo di Loro.

Solo con il senso della prospettiva storica si possono tuttavia scorgere, come fa lucidamente Giuseppe Pesce, le origini del “fenomeno B.”, che in fondo nasce, vince e declina seguendo la parabola delle tv private.

Già nel 1986, in Ginger e Fred, Fellini aveva creato una poetica e amara parabola della tv commerciale, entità luminosa e frizzante ma totalmente vuota di contenuti e valori come il baraccone messo in piedi dal cavalier Fulvio Lombardoni.

Otto anni prima della “discesa in campo” di Berlusconi, il Genio di Rimini (che non a caso il suo amico Ettore Scola definiva “il regista più politico” d’Italia) era stato lucidissimo ma inascoltato profeta.

 


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