Il post Mattarella: “Vengo anch’io? No, tu no”

Brancola nel buio la partitocrazia made in Italy. Nonostante la confusione globale, che regna a destra, sinistra e centro sulla successione allo stimatissimo Mattarella, una certezza c’è. Offre un robusto, quanto surreale puntello all’inverosimile architettura della candidatura alla presidenza della Repubblica di Berlusconi. Chi ne parla finge di ignorare che tifa per l’ultimo degli italiani compatibili con il titolo, le delicatissime, impegnative mansioni e l’alta responsabilità di garante della nostra consolidata democrazia. Vero o falso, indotto da schizofrenia maniacale o da astuzia di basso profilo? Lo sconquassato destra-centro si spaccia per soggetto compatto (ma chi gli crede?) nel proporre per la più alta carica dello  Stato il regista-interprete del ‘bunga-bunga’, l’amico fraterno del servizievole Dell’Utri, il detentore dell’imbattibile record di soggetto indagato, condannato e imputato in un processo in corso, l’esempio alla massima potenza del più clamoroso conflitto d’interessi, il personaggio che offre opportunità creative alla satira mondiale e, dettaglio non secondario, il membro ad honorem del club di chi ha superato gli ottantacinque e  in men che eccellente salute. Perché non Berlusconi, twitta Salvini, in fase di acuto dissesto mentale. Appena desto e riflesso nello specchio della toilette, il leghista valpadano si dedica al quotidiano consulto e agisce di conseguenza. Un giorno si vede premier di un governo sovranista, mentre alla sua destra parlotta con la Meloni ministra dell’interno e posta sui social il suo sì a Draghi presidente della Repubblica per scalzarlo da Palazzo Chigi a proprio vantaggio; all’indomani lo specchio gli rimanda l’immagine di socio di fatto di Berlusconi al Quirinale, che gli offre il via libera per un governo presidenzialista in combutta con il sovranismo balcanico di Orban e il sì a Draghi diventa un no categorico. L’anomalia di questa ‘iacovella’ da comic comedy, non fosse un tragico riempitivo dei media, esultanti per poter finalmente dimezzare l’ossessivo tam-tam della pandemia con il toto presidente, descriverebbe al meglio la  tipica contraddizione della politica messa di fronte a grandi temi qual è certamente il dopo Mattarella: parlarne o tacere, far nomi per accreditarli o tenerli  nascosti per non ‘bruciarli’, inseguire le indicazioni dei  sondaggi o lavorare silenziosamente per costruire il castello di voti decisivi, pescando in territorio amico e oltre. Il veto di Salvini alla presidenza Draghi propone una doppia lettura: se ha significato il permanere del premier in vetta ai ‘like’ degli italiani, l’esternazione disfattista del ‘carrocciaro’ si configura come un nuovo clamoroso autogol, con diretta influenza sull’indice di gradimento degli italiani (in costante ribasso). L’attacco al premier, sferrato in aperto contrasto con la partecipazione al suo esecutivo, potrebbe invece appartenere al copione occulto che d’intesa con la Meloni e i forza-italioti, si prepara ad aprire la crisi di governo. Contro questa scellerata ipotesi si profila la compattezza di gran parte dei parlamentari, consapevoli del rischio di esclusione dai privilegi della casta, anche a seguito della riduzione del numero di senatori e deputati. ‘Bizzarra faccenda di estese bizzarrie’: il timore di Berlusconi di essere impallinato per mancanza di voti trova conforto nel semi-palese soccorso dei renziani, che così completerebbero la capriola centrista in corso e di ex pentastellati sbarcati nel gruppo misto.

In ogni caso, prepariamoci a subire il supplizio del sistema mediatico. Ci bombarderà con la campagna presidenziale di qui alla scadenza del mandato di Mattarella. Proviamo a difenderci con la speranza che a un miracoloso rinsavimento dei partiti, nell’interesse del Paese, corrisponda il ‘sacrificio’ dell’attuale presidente, disposto al mandato bis, che oltre tutto garantirebbe al Paese la regia di Draghi al comando dell’esecutivo.


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