C’era una volta…

Sarà vero? Non c’è motivo di dubitarne, lo racconta lo sconcertato segretario delle Filctem CGIL di Taranto. In difficoltà da Covid, l’azienda Tessile 2.0 di Martina Franca mette in cassa integrazione i dipendenti. Fin qui sarebbe una delle tante aziende in crisi, ma il seguito è materia di fanta-surrealismo senza precedenti. I lavoratori, a fine cassa integrazione, tornano in fabbrica, o meglio tornano dov’era la fabbrica, per recuperare gli effetti personali, ma la fabbrica è scomparsa. Spariti i macchinari, spariti gli effetti personali e sparite anche le mensilità non pagate agli operai, le tredicesime, senza un rigo del perché e tanto meno di scuse ai lavoratori. La piaga sociale delle migliaia di lavoratori licenziati giustifica la rabbia per la mancata tutela che consente ad aziende italiane, ma soprattutto alle multinazionali, che spesso hanno ricevuto fondi pubblici, di chiudere le fabbriche, non perché in crisi, ma per delocalizzare altrove, dove aumentano i profitti grazie al costo minore del lavoro: K Flex, isolanti, licenzia 187 lavoratori a Roncello, espatria in Polonia.  Micron Technologies, dichiara 500 esuberi, ha ricevuto 150 milioni dal ministero dello Sviluppo per creare 1500 posti di lavoro nel Sud. Sono centinaia le aziende con stabilimenti in Italia che, negli ultimi anni si sono trasferire all’estero. Delocalizzano in Cina, Russia, Polonia, Slovacchia. L’Embraco, azienda brasiliana del gruppo Whirpool (in 14 anni ha ricevuto 13 milioni di aiuti pubblici) annuncia il licenziamento di 500 lavoratori dello stabilimento di Riva di Chieri (Torino) e il trasferimento in Slovacchia. La multinazionale americana Honeywell annuncia la chiusura dello stabilimento di Atessa (Chieti) e licenzia 420 dipendenti. Motivo dell’abbandono, la fuga nella solita Slovacchia, dove investe 32,3 milioni di euro e assume 130 lavoratori. Clamoroso il caso ‘Candy’ degli italiani Fumagalli. Nel 2016 l’azienda supera il miliardo di euro di ricavi. Dei 5mila dipendenti solo 800 italiani. Delocalizza in Russia, Repubblica Ceca, Turchia, Cina. L’Italiana Zoppas investe in Messico, Brasile, Russia. L’Americana Micron, 500 esuberi, ha ricevuto 150 milioni dal nostro governo. Anagni, la Videon (della straricca famiglia indiana Dhoot) fallisce nonostante i finanziamenti ricevuti, ma i Dhoot continuano a produrre in Asia. Dalle telecomunicazioni alla farmaceutica, si moltiplicano chiusure, ristrutturazioni e posti di lavoro persi.  Gli investimenti diretti esteri in Italia si dimezzano. L’Alcatel, annuncia quasi 700 esuberi in provincia di Milano. Linkra, multinazionale americana mette in cassa integrazione 200 dei 400 dipendenti. L’americana Jabil (ex Nokia), hinterland milanese, licenzia i 325 dipendenti. Farmaceutica: hanno abbandonato l’Italia la Merck di Pomezia, la Wyth di Catania, la Pzifer, la francese Sanofi Aventis, che ha chiuso il sito della Genzyme Italia a Modena. La svizzera Novartis si è sbarazzata di uno stabilimento in cui lavoravano un centinaio di persone, gli inglesi della Glaxo Smithkline hanno ceduto la fabbrica di Baranzate, i londinesi di Astrazeneca, hanno lasciato il sito produttivo di Caponago. Meccanica. L’americana Spx da Parma in Germania. In Cina la produzione della svizzera Jacob Muller di Lainate (Milano). La produzione della Yamaha da Lesmo emigra in Spagna.  Via anche i russi della Severstal. A nulla è servita finora la mobilitazione permanente dei 300 dipendenti di Whirpool Napoli. Spedite le lettere di licenziamento, nonostante gli accordi con il governo di segno opposto. Francia, legge Florange, varata durante la presidenza di François Hollande: prevede che chi intende lasciare il Paese per produrre altrove deve cercare per almeno tre mesi un potenziale compratore, in modo da salvaguardare i livelli occupazionali. In caso di violazioni lo Stato chiede la restituzione degli incentivi pubblici concessi e sanziona multe fino al 2% dei ricavi aziendali. Purtroppo la legge è valida solo per aziende con almeno mille dipendenti, ma è già qualcosa.  


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