ForzaItaliaViva

Come nella più consumata tradizione dei voltagabbana, il Renzi ex Pd, ma soprattutto ex democristiano, ottimizza il disastro del mezzo fallimento procurato al partito democratico con la sciagurata idea del referendum pro domo sua, che ha dimezzato il dato percentuale del partito. Renzi snobba le pendenze giudiziarie che lo inseguono, probabilmente perché conta sulla permanente benevolenza della magistratura, che non condanna quasi più i politici,  e s’arrampica sulla scalinata dei profitti a vario titolo, impegnato come conferenziere strapagato e in incursioni nel mondo dell’imprenditoria. Fatti suoi? Sì, ma non solo. La sua fulminea involuzione politica delinea un problema di non poca rilevanza per il difficile duello del centro sinistra con il centrodestra. Di là dall’ambiguità di sostegno e opposizione all’esecutivo Draghi, ecco il significativo prologo di quanto ha in mente:  con la definizione altisonante di ‘Laboratorio Sicilia’ l’ex premier e l’italoforzista Miccichè gettano le fondamenta di un asse Italia Viva-Forza Italia, nel corso dii un ‘cordiale’ rendez vous gastronomico a Firenze, nella sontuosa ‘Enoteca Pinchiorri’. Voci di dentro riferiscono che nel ‘fraterno’ dialogo sia stata perfino ventilata la possibilità di Renzi di passare armi e bagagli in Forza Italia, funambolica prospettiva propria dell’indecente quota del ‘Paese delle Banane’. Di conseguenza non sorprende il finto ruolo di mediazione di Italia Viva, che sul caso delicatissimo della legge Zan contro ogni discriminazione (contro l’omotransfobia), finisce per fare il gioco della destra per impedire l’approvazione.

Una brutta faccenda si replica anche per il l’ideologia della destra che giustifica l’uso delle armi per difendersi da furti e rapine. Il rispetto per chi li subisce non esime dal ricordare episodi estremi di ladri o rapinatori uccisi a colpi di pistola o di fucile mentre si allontanavano, colpiti alle spalle. Santopadre, nel frusinate: in casa del tabaccaio Sandro Fiorelli i ladri, scoperti, si danno alla fuga dal giardino. Il tabaccaio ne uccide uno a fucilate. La giustificazione: “Ho temuto che mi sparasse”.  La non dimostrata ipotesi di chi indaga suppone che il tabaccaio abbia sparato perché minacciato dal ladro con una pistola. Verosimile? Un fatto è certo. La pistola, tra l’altro caricata a salve, è stata trovata nella tasca dell’ucciso e non nella mano pronta a sparare. Ora il tabaccaio è accusato per ‘eccesso colposo di legittima difesa’ e non di omicidio volontario. Ha la solidarietà dei compaesani e del padre che commenta “Mi sarei comportato così anch’io”. Non c’è traccia della solidarietà di Salvini, ma considerati i precedenti si intuisce che condivide il tipo di accusa che incombe sul tabaccaio.

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