Mito e leggenda… quasi una droga

Italia: il mondo stellare del pallone da scagliare nella rete avversaria è infinitamente dominante sull’universo dello sport. In altri lidi della Terra è in competizione con il grande basket (Nba), il cricket (Great Britain), eccetera. Nel Bel Paese il calcio non è solo dipendenza, esasperazioni del campanilismo, incursione di qualche milione di appassionati nel ruolo di potenziali allenatori: è ossessione, tam-tam senza un attimo di pausa, orgia di notizie, indiscrezioni, commenti, pagine e pagine che impegnano firme prestigiose (chi non ricorda il monumentale Gianni Brera, il creativo Beppe Viola televisivo, il dialetto molisano di Aldo Biscardi? Di recente chi non pende dalle labbra di Carezza-Sky?).

Una latente contraddizione in termini scivola via, ignorata dalla massa di appassionati ipnotizzati dal bombardamento calcistico dei media, negato al pianeta della scienza, della cultura, decisiva per l’evoluzione della specie umana. Il calcio divide spazi ed enfasi, specialmente televisiva, solo con la politica e in tandem è padrone assoluto della comunicazione. Lo sconcerto (di un’esigua minoranza) per l’orgia di parole e immagini che ora dopo ora celebrano il ‘sacro’ rito del calcio, sfuma, finisce a volume zero nel ‘mare del silenzio’.  Nell’era del pianeta che abitiamo da incoscienti scialacquatori di un immenso tesoro ambientale, naturalistico, umano assistiamo inermi, anzi complici, all’accaparramento calcistico degli arricchiti senza alcun merito (nababbi dell’oro nero, di  profitti miliardari con il commercio a distanza e futuristiche tecnologie),  dediti alla ‘compravendita’  di uomini dai piedi buoni o dalle mani d’oro, ad esempio quelle del giovane Donnarumma,  superdotato portiere del generoso Sud,  che se ne va in esilio volontario in quel di Parigi, convinto a emigrare con un compenso annuale di dodici milioni di euro!!! Il caso di un’ennesima eccellenza italiana in terra straniera provoca lo smarrimento (in verità di pochi ‘normali’) per l’inspiegabile, appassionata, totale fedeltà, che un cittadino della capitale francese concede al Paris Saint Germain club abitato in prevalenza da calciatori di mezzo mondo. Analoga riflessione merita l’amore juventino senza confini di un ipotetico torinese disposto al baratto della moglie in cambio di un abbonamento decennale alle partite della ‘Vecchia signora del calcio’, squadra ‘confindustriale’ sposata alla Fiat, che come tate altre italiane è multietnica, cioè un mosaico di giocatori stranieri.

Eccezione alla regola è il calcio delle competizioni internazionali.  Italia-Spagna, di questa sera, ad esempio. Giustifica emozioni patriottiche, scariche di adrenalina dell’attesa vissuta minuto dopo minuto con i racconti dettagliatissimi di editorialisti e inviati di tutte le testate italiane. Con un paio di lacune: la mancata citazione di cosa hanno mangiato a colazione Barella e Insigne, eroi di Italia-Belgio e sulla normale funzionalità prostatica del fisioterapista al seguito degli azzurri. Quisquilie certo, ma vuoti di testimonianze dell’affetto viscerale dei tifosi tricolore per l’Italia del calcio, che insieme a Chiellini, Jorginho e Mancini (il ct nelle pause tra uno spot per le Poste italiane e un altro per la Coca Cola) cantano, fuori sincrono…ma che fa…il patriottico inno di Mameli.


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