CUREVAC / IL MAXI FLOP DEL VACCINO GRIFFATO GATES, MUSK & MERKEL

Lo sbandierato super vaccino anti Covid del secolo, finanziato e coccolato da Big Pharma, dai magnate di mezzo mondo come Bill Gates ed Elon Musk, finanziato a milionate dalla Germania e addirittura conteso con gli Stati Uniti in una davvero singolar tenzone, si rivela un autentico flop.

Una cannonata, insomma, diventa in un baleno un tric trac.

Dopo la solita fase sperimentale, infatti, il vaccino teutonico ‘CureVac’ implode su un penoso 47 per cento di efficacia, quando la soglia minima è del 50 per cento e tutti gli altri prodotti, fino ad oggi, hanno superato quota 90 per cento.

E pensare che, in modo del tutto scriteriato, l’Unione Europea ne ha prenotato a scatola chiusa la bellezza di 405 milioni di dosi, con un’opzione per un altro paio di centinaia. Una ‘follia’ sulla quale le autorità di controllo (quali?) dovranno pronunciarsi, così come la magistratura.

Of course, il titolo CureVac è crollato in Borsa, perdendo a Wall Street quasi la metà del suo valore, il 46 per cento.

Val la pena di riavvolgere il nastro e raccontare la storia di una tra le più colossali fregature internazionali partorite dal sempre fertile ventre di Big Pharma.

 

SOCI ECCELLENTI

CureVac nasce esattamente 21 anni fa a Tubinga, in Germania, anche se la sua sede legale, per evidenti motivi fiscali, è acquartierata in Olanda. A costituirla sono cinque danarosi tedeschi intenzionati ad investire nel più che promettente mondo delle biotecnologie ed in particolare delle terapie e dei vaccini basati sull’RNA messaggero che oggi la fa da padrone, come dimostrano i casi di Pfizer/Biotech e Moderna, primi fra tutti.

Si tratta di Ingmar Hoerr, che ricopre la carica di amministratore delegato, Steve Pascolo,Florian von der Mulbe, Gunther Jung e Hans-Georg Rammensee.

Dietmar Hopp. In alto da sinistra Elon Musk, Bill Gates, Angela Merkel

Un vero diesel alla tedesca, CureVac: la carburazione è lenta, comincia piano, man mano ingrana, fino ad innestare la quinta dopo un decennio. Basta scorrere l’elenco degli azionisti per rendersene conto e per capire il maxi business creato con la società. Eccolo di seguito:

Dievini Hopp BioTech Holding 42,4 per cento;

Governo della Germania 16 per cento (poi passa al 23 per cento)

GlaxoSmithKline 8 per cento

Dietmar Hopp 15 per cento

Baillie Gifford & Co. 3,12 per cento

Bill & Melinda Gates Foundation Trust 1,68 per cento

  1. Rowe Price Associates Inc. 0,62 per cento

Florian von del Muelbe 0,62 per cento

DZ Banca Privata SA 0,20 per cento

Susquehanna Finanxial Group LLLP 0,17 per cento

Qualche piccolo dettaglio per spiegare meglio il quadro azionario.

Come è facile intuire, il miliardario Dietmar Hopp ha in mano il controllo della società, sia attraverso la quota personale del 15 per cento che quella attraverso la sua controllata e sigla storica ‘Dievini Hopp BioTech’.

Spicca la presenza del governo tedesco che non solo, come poi vedremo, ha pompato soldi pubblici a profusione nelle casse della società, ma ne addirittura acquistato una fetta – fatto più unico che raro – pari al 16 per cento. Soprattutto perché Merkel & C. si trovano a coabitare (in situazione di palese conflitto d’interesse) con pezzi da novanta del calibro di GSK – star nel settore farmaceutico e anch’essa impegnata nella caccia ai vaccini miliardari – e, per fare un solo esempio, di Bill Gates, a bordo della sua Fondazione, o meglio del Trust che fa da corollario alla corazzata di Bill & Melinda Gates.

Del resto, la Germania come Stato e la Fondazione Gates si ritrovano sotto un altro ombrello da novanta: nientemeno che l’Organizzazione Mondiale della Sanità. E stavolta a posizioni addirittura invertite: il primo finanziatore-controllore dell’OMS – rammentiamolo, l’organizzazione che sovrintende sui destini sanitari del mondo – sono infatti gli Stati Uniti; ma al secondo posto subito troviamo la Bill & Melinda Gates Foundation. Al terzo posto è attestato il Regno Unito. La Germania figura solo nelle posizioni seguenti: un colosso come la Germania, quindi, è alle spalle di un privato – pur arcimiliardario – come Gates nella graduatoria dei finanziamenti all’OMS! Ai confini della realtà.

Ma torniamo a bomba. Ossia a CureVac. E alla sua irresistibile ascesa dopo il primo decennio degli anni duemila.

 

PARTNERSHIP DA NOVANTA

Nel 2013 avvia una collaborazione con ‘Janssen Pharmaceuticals Inc’, una controllata del colosso ‘Johnson & Johnson’ (l’attuale produttore del vaccino anticovid monouso), per lo sviluppo di vaccini intinfluenzali.

L’anno seguente – siamo nel 2014 – la società si aggiudica un premio da 2 milioni di euro assegnato dalla Commissione europea per promuovere e stimolare nuove tecnologie e ricerche sul fronte dei vaccini: una prima, tangibile genuflessione delle autorità UE di fronte alla sigla che sta entrando nel cuore di tutti i potenti della terra.

Nel corso dello stesso anno, CureVac sigla un altro importante accordo scientifico e soprattutto commerciale: si tratta di una licenza esclusiva con la big francese del settore farmaceutico ‘Sanofi-Pasteur’ per sviluppare un vaccino a base di mRNA, la specialità della casa, che si sta già dimostrando la nuova gallina dalle uova d’oro.

Un anno tutto da vivere, per raccogliere danari con la pala. A settembre 2014, infatti, è la volta di un’altra ricca intesa commerciale, stavolta con ‘Boehringer Ingelheim’, e sempre basato sulla tecnica a mRNA. E’ il nuovo Eldorado.

Eccoci al fatidico 2015. Quando il partner, stavolta, si chiama ‘Bill & Melinda Gates Foundation’, la quale decide di finanziare in modo massiccio tutta una serie di progetti griffati CureVac e, guarda caso, sempre fondati sulla ormai consolidata tecnica dell’mRNAmessaggero.

A questo punto, i due nuovi partner, ossia CureVac e Fondazione Gates, trovano un altro terreno comune, quello delle iniziative anti AIDS nel mondo. Ed è così che, a settembre 2015, la società tedesca avvia una collaborazione con IAVI, l’Iniziativa Internazionale sul vaccino contro l’AIDS. A fine anno i soci possono stappare lo champagne per il varo dell’hub appena aperto a Boston, nel Massachusetts.

Dove pochi mesi dopo parte la costruzione di un maxi impianto di produzione: stavolta il partner è un altro pezzo da novanta dello star system farmaceutico, la multinazionale Lilly.

Arriviamo ai tempi del coronavirus. Il governo tedesco non considera sufficiente la sua partecipazione azionaria, già ragguardevole, nella società e a questo punto esattamente un anno fa, a giugno 2020, ordina alla sua banca pubblica di sviluppo, KFW (più o meno l’equivalente della nostra ‘Cassa Depositi e Prestiti’) di immettere 300 milioni di euro nelle casse di CureVac: come se non bastassero le palate stramilionarie già affluite nei mesi e negli anni precedenti! I fondi, comunque, si trasformano in azioni: e quindi lo Stato tedesco arriva al 23 per cento del capitale societario. Non male.

 

COMPLICITA’ EUROPEE

Ma quale può essere stata la ‘molla’ che ha portato al nuovo massiccio finanziamento? Con ogni probabilità il timore di perderne il controllo, visto che addirittura la Casa Bianca aveva tentato, a marzo, un blitz per comprare il marchio CureVac e i suoi mirabolanti brevetti vaccinali. A quanto pare l’offerta firmata da Donald Trump avrebbe raggiunto la stratosferica cifra di 1 miliardo di dollari.

Christoph Hettich

Offerta ‘indecente’ e rinviata al mittente dal Ceo di CureVac, Christoph Hettich: “Vogliamo sviluppare il vaccino per il mondo intero e non per i singoli paesi”, il tono dalla sdegnata risposta.

Tanta tenacia, del resto, viene subito ripagata. Con una montagna di dollari sonanti. A metà agosto 2020, infatti, l’altro arcimiliardario del pianeta, Elon Musk, in attesa di sbarcare su Marte, trova il tempo per dedicarsi ai vaccini. E guarda caso volge il suo sguardo proprio a CureVac, firmando un accordo di produzione.

A questo punto il titolo vola in Borsa, guadagnando il 40 per cento. Anche perché, praticamente in contemporanea, i vertici aziendali annunciano in modo pomposo al sito di notizie finanziarie tedesche ‘Boerse Online’ che per inizio 2021 è previsto l’ok definitivo delle autorità regolatorie (EMA of course in testa) per il via libera al vaccino prodotto da CureVac.

Ma a proposito, come sta procedendo la fase finale della sperimentazione clinica del vaccino a mRNA? Diamo un’occhiata.

La Fase 2 si articola in uno studio clinico che va sotto la sigla ‘CV-NCOV-002’. Viene condotto in due paesi, Perù e Panama, su un campione di 690 partecipanti sani suddivisi in due gruppi: anziani di età pari o superiore ai 61 anni e più giovani, di età compresa tra i 18 e i 60 anni.

Positivi, secondo i ricercatori di CureVac, i primi risultati. “Il farmaco – spiegano – è ben tollerato in tutti i livelli di dose testati tra 2 e12 milligrammi e induce livelli elevati di anticorpi leganti e neutralizzanti. Sono stati trovati anche segni di attivazione delle cellule T. La qualità della risposta immunitaria – viene aggiunto – corrisponde alla risposta immunitaria osservata nei pazienti Covid-19 recuperati ed è paragonabile a un’infezione naturale da Covid-19”.

Ursula von der Leyen

Un’altra good new diffusa dai ricercatori è che il vaccino potrà essere conservato ad una temperatura accettabile, pari a 5 gradi celsius, e non ad 80, come ad esempio quello di Pfizer. Inoltre – viene assicurato – il vaccino rimane stabile per almeno tre mesi.

Sta di fatto che la sperimentazione non ha ancora superato la Fase 2, mentre la terza viene prevista per inizio dicembre 2020. Eppure, la Commissione europea è estasiata dai risultati. C’è chi già mormora: “La Commissione non può certo smentire se stessa, visto che addirittura a marzo la presidente Ursula von der Leyen e la commissaria Mariya Gabriel hanno incontrato i dirigenti CureVac per concedere fino a 80 milioni di euro come sostegno finanziario”.

Su quali presupposti scientifici era mai fondato quel pingue finanziamento? Dovranno ora chiarirlo i vertici UE – von der Leyen e Gabriel in primis – tanto ‘leggeri’, quantomeno, nell’aprire i rubinetti finanziarie UE, non così facilmente abbordabili e accessibili.

Adesso scoppia la bomba dell’efficacia ridotta ad uno straccio del 47 per cento. Teniamo ben presente, si tratta solo di efficacia. Figuriamoci quali potranno mai essere i dati relativi al rischio vaccinale!

 

FARMACI E CURE NEGATE

Un commento sorge spontaneo. Quale attendibilità mai possono avere dei vaccini che hanno avuto una sperimentazione così ridotta? Pari cioè solo ad alcuni mesi, a fronte degli ‘anni’ che solitamente occorrono?

Le sperimentazioni ‘reali’, infatti, termineranno nel migliore dei casi entro la fine del 2013, quindi tra ben 2 anni e mezzo.

Mariya Gabriel

Tutto ciò vuol dire che oggi, tutti coloro ai quali viene iniettato un qualsiasi vaccino – sia quelli ‘tradizionali’ che quelli a mRNA – sono niente di più e niente di meno che delle cavie. Nel senso che la sperimentazione classica è stata letteralmente bypassata e quindi viene condotta direttamente sui cittadini-cavia.

Tutto ciò – mettono una pezza a colori le autorità scientifiche (sic) e politiche (sic) – è giustificato dall’emergenza, dalla situazione di straordinarietà nella quale ci siamo trovati, per via della catastrofica pandemia.

Secondo alcuni – e non pochi – bastian contrari, invece, la tempistica è stata ben studiata da Big Pharma, che ha colto al volo l’occasione pandemica per far profitto da decine e decine di miliardi usando i cittadini del mondo come cavie.

C’è una prova regina che serve a ‘validare’ – è proprio il caso di dire – questa tesi: perché ci sono in commercio, quindi reperibili in tutte le farmacie, dei prodotti più che indicati per la cura immediata del coronavirus. La ‘Voce’ ne ha scritto in svariate occasioni: si tratta dell’idrossiclorochina, dell’invermectina, della lattoferrina e via di questo passo, i quali tra l’altro hanno un costo accessibilissimo, pochi euro.

E forse qui sta il motivo della loro condanna prima, e poi di un boicottaggio senza fine, decretati da tutte le autorità scientifiche (sic) come EMA ed AIFA: il loro utilizzo massiccio, ossia da parte della popolazione, è un grosso ostacolo nella corsa ai profitti miliardari delle star di Big Pharma.

Il loro uso terapeutico – ormai da mesi reclamato a gran voce da migliaia e migliaia di medici di base – avrebbe permesso di fronteggiare con molto maggior vigore ed efficacia l’emergenza, evitando i regolari e massici ricoveri ospedalieri, anticamera di tante morti altrimenti evitabili.

In attesa di poter contare su vaccini efficaci e, soprattutto, sicuri.

Senza se e senza ma.

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