Il passato è passato, ma il futuro?

Diventa francamente difficile rivendicare il sontuoso passato (purtroppo remoto) della Napoli, che sul finire dell’800 esibiva più di cento primati in tutti i settori dello scibile umano, dell’innovazione, del futuribile. Siamo ragionevolmente incazzati: quei record sono un bel ricordo e nulla più, dissipati da mancata lungimiranza, scippati da piraterie nordiste, messi in soffitta con sciatta pigrizia. L’orologio del tempo   segna l’ora ics di un Sud figliastro dell’Italia, insolentito dall’idea di tre quarti del Paese che pensa di doversi issare sulle spalle il peso morto del Mezzogiorno. Si diffonde, anche così, il crescente incombere dell’ideologia secessionista, di una linea ‘Maginot’ che divide lo stivale, dalle Alpi a non oltre Roma capitale. Il lamento di meridionali, convinti di non essere secondi a nessuno, anzi per non pochi pregi addirittura migliori, è periodicamente la colonna sonora di rammarico improduttivo, ed è colpa del peso di un presunto gap, appena scarnito dalla consapevolezza di compensare limiti, errori ed omissioni con l’opulenza di tesori generosamente donati al Sud dalla natura e dalla storia. Monta la rabbia del meridionalismo critico, diventa seriale, manifesta picchi estremi d’insofferenza, in questi giorni che colorano di bianco la maggior parte delle regioni italiane e cioè  Lazio, Lombardia (la Regione più colpita in assoluta dall’epidemia, al centro di indignata deplorazione per la tragica, pessima fase 1 della pandemia), Piemonte, Puglia, Emilia Romagna, Provincia di Trento, Abruzzo, Liguria, Veneto, Umbria, Sardegna, Friuli Venezia Giulia e Molise. La Campania ritarda il suo ingresso tra i virtuosi. Vince, quasi ovunque la potenza di fuoco della campagna per la vaccinazione di massa. Quasi ovunque. Napoli risponde con ritardi e incomprensibili assenze alla somministrazione degli antiCovid Pfizer, AstraZeneca, Moderna, Johnson & Johnson. Sono 340mila gli ‘evasori’, i non vaccinati, i nemmeno prenotati (40%) e, assurdo corollario, il deficit si deve per lo più a chi per ragioni operative, di età, di studio, di lavoro (gli under 60) avrebbe maggior urgenza di immunizzarsi. Capire il perché aiuterebbe a ragionare anche sull’incipit di queste righe: stupido fatalismo, livelli di ignoranza specifica, vocazione anarchica, inefficacia organizzativa, limiti della campagna promozionale, carenze del sistema sanitario, o semplicemente un lasciarsi andare di napoletani remissivi alla condizione di ingiustificata inferiorità, che il Nord leghista alimenta con protervo egoismo?  Ieri, in Campania, 8883 test, positivi 209, sintomatici 48, deceduti 27. Ancora troppi. Nel clima di progressivo azzeramento delle restrizioni, il rischio è che in Campania i casi di incosciente indisciplina diventino ostacoli di lungo termine sul percorso che conclude la ‘guerra’ al coronavirus.  Napoli è tra le grandi, importanti città italiane, chiamate tra non molto a scegliere chi ospitare a Palazzo San Giacomo per la successione a De Magistris. La domanda a cui non è facile rispondere: c’è chi compendia il mix di qualità richieste per amministrare la complessa realtà di un territorio carente di risorse adeguate, privato a più riprese della classe operaia e con la rinata rete di operatività turistica anti Covid in ginocchio per la pandemia, o comunque assente dall’agenda della politica nazionale e, afflitta da storica precarietà? Di sicuro è da scongiurare l’ipotesi di un esecutivo di destra. Per sua natura e in quanto cinghia di trasmissione del leghismo nordista, sarebbe incompatibile con qualunque progetto di gestione paritaria del Paese.

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