Euforia, ‘cum giudicio’

È nell’aria e prova a scacciare da sé il moloc della pandemia; circola con giustificato entusiasmo, con le dita a ‘V’, segno di vittoria reso celebre da Churchill nel fatidico giorno della sconfitta nazista: si chiama euforia, è sensazione collettiva di vecchi e giovani, lavoratori, imprese, gangli di alta specializzazione, che fanno dell’Italia una terra baciata e abbracciata dalla natura, non meno dal suo patrimonio culturale, dalla vocazione a essere meta preferita di gran parte dell’umanità. Tendono all’ottimismo, con profondi sospiri di sollievo, anche l’opportuna prudenza degli addetti ai lavori, perfino le cautele di Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità e coordinatore del CTS, comitato tecnico scientifico. Ridimensiona l’impegno collettivo della responsabilità: “Marcatissima riduzione di nuovi casi ed è quel che più conta, di forme gravi o fatali di Covid”. Se il cielo è sempre più blu, se il nitore del bianco tinge finalmente lo Stivale e la prossima estate non dovrebbe riservare delusioni, sia dato merito al merito.

 

La riconoscenza degli italiani per la saggia gestione di tempi e modi di uscita dalla pandemia certifica la giusta strategia del passo dopo passo, l’efficacia della progressività nel dismettere l’impianto delle restrizioni. La strategia del ministro Speranza e della sua task force ha così svergognato la strumentale incoscienza di Salvini, che nel becero tentativo di fermare il costante calo di ‘like’, ha blaterato a più riprese “aprire, aprire”, quando i contagi in doppia cifra erano ancora pericolosamente alti. L’euforia per il salvifico avvio del ritorno alla normalità è un elisir, il toccasana per troppo tempo auspicato e incompiuto. Allora, ‘evviva’. Certo, è rilevante il contributo dei vaccini all’imminente sconfitta del Covid, non è meno influente il cambio climatico, l’arrivo del tepore primaverile, poi l’esordio della stagione calda, ma l’insieme di ingredienti positivi, influenti sulla mutazione, sostanziano l’appello a non cantare vittoria per la resa incondizionata del coronavirus. Le insidie del Covid muovono in territori (India, Brasile e non solo) altamente pericolosi per possibili terze o quarte ondate pandemiche. La rischiosa aggravante della loro aggressività è ben presente nell’analisi dei virologi: è ovvia, incoercibile prassi del ‘tremila’ la mobilità senza confini dell’umanità. Richiede che l’immunità cosiddetta di gregge, non sia acquisita solo dai Paesi privilegiati per sistemi sanitari efficaci e risorse economiche adeguate. Finchè un solo angolo della Terra sarà scoperto, permeabile al virus, i focolai di trasmissione, il rischio di pandemia non sarà azzerato. Corollari non secondari di preoccupazione non infondata sono la possibile mutazione del Covid, l’insorgere di varianti non coperte dai vari Pfizer, AstraZenica, Moderna, Johnson & Johnson, dai vaccini russo, cinese, indiano, dagli italiani in via di sperimentazione. Mai, come in questo tsunami sanitario, è determinante che i Paesi ricchi ed evoluti accantonino privilegi, egoismi nazionalisti. La maledizione del Covid, mette a fuoco l’intera fragilità del nostro Pianeta, i gravi effetti collaterali del disastro ambientale, ma l’aggravante delle diseguaglianze economiche e sociali espone l’intera comunità mondiale a pagare alti prezzi. “È arrivata la ‘svolta’, dicono Locatelli, Fauci e fa loro eco l’intera scienza anti Covid. Evviva, ma anche se la parola non è proprio gradita, prudenza, a oltranza!


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