‘Contre Venise’

Volendo e potendo disporre di somme adeguate, si potrebbe allestire una intera, imponente scaffalatura con tutti i libri, ben oltre cento, pubblicati da Regis Debray. Il suo chi è (dal dizionario Treccani): Debray dëbrè⟩, Régis.  Scrittore e intellettuale francese (nato a Parigi, 1940). Filosofo della École Normale Supérieure, è diventato celebre per la sua militanza nella sinistra radicale. Ha aderito al movimento rivoluzionario di Che Guevara e combattuto al suo fianco in Bolivia, dove venne fatto prigioniero nel 1967 e rilasciato dopo tre anni. Nelle sue opere ha analizzato il ruolo del militante e dell’intellettuale. Della sua vasta produzione si ricordano i romanzi L’indésiderable (1975), Par amour de l’art (1988), i saggi Cours de médiologie générale (1991), Dieu. Un itinéraire (2001), Supplique aux nouveaux progressistes du XXI siècle (2006), Journal en clairobscur (2006), Un candide en Terre Sainte (2008), Éloge des frontières (2011; trad. it. 2012). A scartabellare tra l’enorme mole delle sue pubblicazioni colpisce l’attenzione il titolo “Contre Venise”. Riconoscendogli l’attributo di provocatore controcorrente, la curiosità va soddisfatta, e l’incipit dell’intrusione annota la secca ‘sentenza’ “Andate a Napoli e lasciate perdere Venezia”. E come, tutti gli appelli per salvare la ‘città costruita sull’acqua’ che rischia di essere inghiottita dall’Adriatico, tutte le dichiarazioni d’amore di illustri personaggi? L’eminente pensatore francese, che esercita un’influenza determinante sul dibattito intellettuale, politico, culturale del suo Paese, e non solo, sfida critiche e insulti di quanti ritengono Venezia intoccabile. Come dire, fatti suoi, probabilmente condizionati dall’idea di città che esiste quasi solo perché meta di pellegrinaggi di massa e di èlite, altrimenti ‘morta’, abbandonata da gran parte dei veneziani, città ad esclusiva vocazione turistica e di ardua vivibilità quotidiana. Debray: “Venezia è la volgarità della gente di buon gusto. Possano queste rustiche osservazioni contribuire a liberare un paio di timorosi da ogni rimorso nei riguardi di gondole, vaporetti e imbarcaderi scricchiolanti”. Parigi è sconvolta dalla provocazione e lui: “È da scompisciarsi di risa. Per curare la vostra ‘venezite’, cari dongiovanni da fine settimana e cari diplomatici decaduti, andate a Napoli.  Napoli la truculenta, Napoli che ti salta al collo e non ti molla più, Napoli è carnale, frivola, rumorosa, sensuale, viva. Venezia ha odore di morte, con quelle gondole simili a catafalchi e quei palazzi decaduti è un fossile. Il duomo di Napoli è un luogo di culto, San Marco è un museo dove si fa la fila per entrare. Ci sono chiese a Venezia, ma le messe si dicono a Napoli. Venezia è una città giocattolo, un simulacro che esiste solo attraverso gli occhi degli altri e smette di esistere se non ci sono visitatori. Da sola Venezia crolla e si deprime come un’attrice davanti a una sala vuota. Napoli è l’anti Venezia, la città meno narcisista che ci sia, l’unica in Europa dove il mito si incontra per strada, dove il passato si vive al presente.

Esagerazioni enfatiche di un eccelso bastian contrario, o ragionevole contestazione di chi ignora la magnificenza di Napoli e s’infiamma per il mito di Venezia? Che dire, parità dell’una e dell’altra verità? Sì, forse. Comunque ‘merci’ a messieur Debray per la ‘sua’ (e la nostra) Napoli.

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