‘Coagulo’ e il suo antagonista

L’autorevolezza del polo universitario Humanitas illumina per conferme scientifiche quanto suppone la logica dell’uomo qualunque, cioè privo di cognizioni mediche. Dunque: la trombosi, gravissima patologia ematica, se non affrontata preventivamente e precocemente può provocare gravi complicazioni, fino alla morte. L’argomento è strettamente connesso al decisivo tema della vaccinazione di massa, nodo centrale nella fase ancora cruenta della pandemia. Pur con sostanziali distinguo, ha destato serie preoccupazioni la morte di persone vaccinate con l’anglo-tedesco AstraZeneca, al punto da indurre molte centinaia di persone a disertare i centri che lo somministrano. A poco è servito divulgare i dati statistici paralleli di morti per trombosi non sottoposti a vaccinazione. Identico è il caso del Johnson & Johnson, costretto allo stop prudenziale dagli Stati Uniti e con effetto domino anche dall’Italia. Chiarisce l’Humanitas: la trombosi è un coagulo di sangue, un grumo solido che ostacola (blocca, ndr) la circolazione nell’organo a cui il sangue è diretto (per esempio infarto celebrale) e ne provoca la morte, o comunque danni gravi. Il trattamento preventivo, di là da un adeguato stile di vita (alimentazione, attività fisica) consiste nell’assumere farmaci anticoagulanti. Sembrerebbe logica la conseguente deduzione: perché non prescrivere questi farmaci che inibiscono la coagulazione del sangue e non mettere al sicuro chi si vaccina, specialmente se emergesse la responsabilità di AstraZenuca, Johnson & Johnson o altri immunizzanti nel provocare morti da trombosi, seppure con probabilità rare? Condivido in anticipo ogni critica a questo interrogativo dell’uomo qualunque: se il trattamento precedente la vaccinazione non prevede l’utilizzo di anticoagulanti, una motivazione scientifica ci sarà. E però, come mai nessuno del pool di scienziati che sviscerano ipotesi e tesi nei trattamenti di contrasto al Covid ne ha mai parlato?

Errore su errore. Ora è certo, le armi per combattere la guerra al coronavirus hanno portato alla vittoria prima di tutto la Cina, con la scomparsa totale dell’immenso focolaio pandemico di Wuhan, in virtù delle decine di milioni di cittadini tappati in casa per un lockdown, totale, prolungato. Con pari rigore, o quasi, la Gran Bretagna è sulla via retta per ottenere risultati analoghi, con il decisivo contributo della cosiddetta immunità di gregge, della vaccinazione di massa, strategia comune agli Usa di Biden. E il nostro Paese? Lockdown approssimativi per mancanza di controlli e di autodisciplina, aperture e chiusure dettate dagli umori di piazza, campagna di vaccinazione tardiva, ostacolata da disponibilità insufficienti delle dosi. Ora, in risposta alla legittima esasperazione delle categorie più colpite dalla pandemia, che i fascisti trasformano in guerriglia urbana, si annunciano aperture, liberalizzazioni, ritorni a forme represse di normalità e avviene nella fase ancora incompiuta della vaccinazione. Con l’augurio di una sonora smentita: non è pessimismo irragionevole paventare il rischio, soprattutto per quanti rivendicano la fine delle restrizioni, di ricevere solo una boccata di ossigeno e reiterare la micidiale alternanza di speranze e delusioni, di aperture e nuove chiusure.


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