Tayyp e Charles, vi scrivo che…

Ad apertura di sportelli postali consegno all’addetto, ancora assonnato, due capienti buste spedizioni via aerea e raccomandata con ricevuta di ritorno. Destinatario è Recep Tayyip Erdogan, che spero l’apra nell’intervallo tra un ordine di arresto per giornalisti scomodi e un’illecita richiesta milionaria di euro alla Ue. Destinatario è Charles Michel, collega di Ursula von der Leyen, presidentessa della Commissione europea. Nelle buste una copia tradotta nelle rispettive lingue del ‘galateo’, in calce un significativo ‘puah’ indignato per l’ignobile sgarbo di non offrire una delle due poltrone disponibili alla signora von der Leyen.  Duro il commento di Draghi, che ha correttamente citato Erdogan come uno dei dittatori, che infestano il mondo e in particolare la comunità europea. Per farsi un’idea dell’incompatibilità del presidente turco con la democrazia, si rammenta anche la recente decisione da troglodita di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne, clamorosa conferma del mancato rispetto dei diritti umani. Fratoianni, Sinistra italiana, approva il commento di Draghi, ma ne critica la seconda parte: “…però ne abbiamo bisogno” (per i flussi migratori, ndr). Domanda: tra Erdogan e Michel, a chi far indossare la maglia nera, in quanto responsabile dell’offesa sessista e istituzionalmente indecorosa? Second question: cosa nasconde il profondo silenzio di tanti Paesi europei sull’umiliazione subita dalla von der Leyen e quali motivazioni impediscono di tener fuori dalla Comunità il sovranismo di regimi antidemocratici, di Turchia, Ungheria, Polonia…

Non sono pochi gli ostacoli che Draghi deve oltrepassare con energia muscolare da quattrocentista. Uno per cui si ‘parrà la sua nobilitate’ si chiama Regeni, uno si chiama Zaki, uno ‘protervia’ del Cairo, cinico respingimento al mittente delle sollecitazioni italiane a fare giustizia di due soprusi disumani: l’omicidio del ricercatore italiano, torturato e l’infinita, illecita, prigionia dello studente egiziano dell’università bolognese, mai processato, accusato senza alcuna prova di propaganda sovversiva. Nell’avvicendarsi di esecutivi gialloverde, giallorosso, o draghiano, cioè del ‘tutti insieme più o meno appassionatamente’, l’obbrobrio del nostro primato mondiale di fornitori di armi non solo non è mai sato scalfito, ma come dimostra il relativo capitolo dell’export, è cresciuto, è in crescita. Lo scandalo, non ci vuole un genio per intuirlo, è il sommerso, odioso ricatto egiziano di “Se pretendete di aver giustizia per i casi Regeni e Zaki, le armi le compriamo da altri”. Ecco, si intuisce il livello della pressione sui governi italiani esercitata dai fabbricanti di armi, ostili, per ovvie ragioni, al taglio delle commesse ottenute dal Cairo. E poi,  che dire del governo italiano, se continua a inglobare nell’edulcorata sinistra, come partner dell’esecutivo, un ex dem, che frequenta un giorno sì e l’altro pure esponenti arabi ai massimi livelli, cioè personaggi che ignorano il rispetto dei diritti umani, se tollera che la teppaglia di provocatori con il braccio levato fomenti e partecipi a violenze di piazza, se non fa valere leggi e titoli della Costituzione antifascista?


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