GIALLO ILARDO / ERGASTOLO PER I MAFIOSI, ORA TOCCA AI COLLETTI BIANCHI

Rese note le motivazioni alla base della sentenza pronunciata a novembre 2020 dalla Cassazione sulle condanne all’ergastolo per l’omicidio di Luigi Ilardo, ammazzato il 20 maggio 1996.

Un omicidio ‘storico’, come vedremo poco più avanti, perché si trattava di un ‘collaboratore’ che ha fornito un fondamentale contributo allo Stato e ne avrebbe fornito uno ancora più grande – tale da sconvolgere gli equilibri mafiosi e soprattutto di intaccare i rapporti organici tra mafia e politica – se non fosse stato eliminato.

Aveva infatti fornito una pista concreta per rintracciare e catturare il super latitante Bernardo Provenzano: ma quella pista non venne ‘scientemente’ seguita dagli inquirenti, per cui il boss ha potuto continuare a delinquere, indisturbato, per altri anni ancora.

La Cassazione, con la sua sentenza, ha confermato l’ergastolo per i boss Giuseppe Madonia e Vincenzo Santapaola (figlio del più noto Salvatore, alias Nitto), come mandanti; Maurizio Zuccaro, come organizzatore; ed Orazio Benedetto Cocimano, come killer.

Ilardo, dunque, era un pezzo grosso negli assetti mafiosi, vice capo del mandamento di Caltanissetta nonché cugino dello stesso Giuseppe Madonia, detto ‘Piddu’. Tanto più pericoloso, quindi, il suo ‘pentimento’, la decisione di collaborare con quella che lui riteneva ‘la giustizia’ e che invece si è rivelata, per lui, una trappola mortale.

Da inquisito, Ilardo era entrato in rapporti con il colonnello dei carabinieri Michele Riccio: i due avevano col tempo stabilito un rapporto di stima e collaborazione. E proprio su queste basi nasce la strategia di cattura per Provenzano. Ilardo lo conosce perfettamente, conosce le sue abitudini, i suoi spostamenti, ha le sue coordinate precise. Fornisce tutti questi dettaglia a Riccio che organizza l’operazione. Ma, ovviamente, informa i suoi diretti superiori, nonché i magistrati inquirenti.

Ed ecco che la trappola non scatta per Provenzano, ma per il povero Ilardo. Che viene ucciso dai mafiosi, imbeccati da chi stava ‘in alto’ e di tutta evidenza voleva evitare la cattura del super boss.

I pentiti ‘eccellenti’ Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè hanno fornito importanti elementi. E soprattutto hanno parlato di ‘soffiate’ che sono giunte a Cosa nostra sulla collaborazione di Ilardo con gli investigatori per favorire la cattura di Provenzano.

Non solo. Ma c’è la fondamentale verbalizzazione del colonnello Riccio a chiarire il contesto. Dichiara Riccio: “Il giorno in cui Ilardo fu ucciso ci eravamo incontrati nella sua azienda agricola di Lentini. Nel pomeriggio mi accompagnò in aeroporto e mi salutò dicendomi che la sera sarebbe andato a cena con la moglie. Poco dopo mi raggiunse il capitano Damiano dei ROS. Era cadaverico; mi disse che il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra aveva fatto trapelare la voce di collaborazione di Ilardo. Istintivamente accesi il registratore che tenevo in tasca e registrai tutto”.

Chiara, quindi, la dinamica della ‘consegna’ istituzionale di Ilardo ai suoi esecutori.

La sentenza della Cassazione non indaga su questo scenario, ossia sui mandanti – quelli veri, istituzionali – ma lascia aperta la porta al sospetto, che sarà necessario affrontare in un altro, fondamentale processo in grado di scoprire i mandanti autentici, quelli fino ad oggi rimasti ‘a volto coperto’, come troppe volte succede nei gialli di mafia, a cominciare dalla strage di via D’Amelio.

Ecco cosa scrive la Cassazione nelle sue fresche motivazioni: “Ciò che rileva è – sul piano processuale – l’esistenza e la convergenza di plurimi dati probatori che hanno consentito la ricostruzione complessiva della compartecipazione al fatto degli attuali imputati, esponenti della associazione Cosa nostra. La possibile esistenza di altri soggetti interessati ad evitare il consolidamento della attività collaborativa di Ilardo Luigi non si pone, sul piano logico, come fattore idoneo a ridimensionare il valore dimostrativo delle fonti raccolte nel giudizio”.

Tradotto dal burocratese-giudiziario: sono stati trovati elementi probanti a carico degli imputati, che quindi vanno condannati. Ma ciò non esclude affatto che vi siano altri mandanti, sui quali occorre far luce in un ulteriore processo.

Per cui il caso non va assolutamente in soffitta.

Anzi, si apre adesso.


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