“Tranquillo come Enrico, europeo come Letta”

Lo stato di anoressia politica del fu Pci ha conosciuto il punto più controverso della sua condizione ibrida (equivalente di ‘confusa ambiguità’) con le improvvide contaminazioni che leader di dubbia fede nell’autosufficienza della sinistra hanno via, via innestato nella sana pianta della sinistra.

L’esito di incompatibilità delle ‘talee’ con la verifica ‘contabile’ dei pro e contro, racconta che nel partito degli Occhetto hanno trovato rifugio e si sono integrati i reduci di DC, PSI, PLI, esangui o addirittura estinti, comunque del tutto estranei all’ideologia della sinistra, confluiti nelle varianti Quercia, Ulivo, Pd, sempre meno frequentati da operai ed eredi a qualunque titolo dell’interpretazione gramsciana di comunismo. Il fenomeno delle scissioni, unico nel variegato panorama della partitocrazia, ha mostrato la quota emersa del dissenso, ma il culmine delle defezioni, non altrettanto esplicito, ha eroso progressivamente il patrimonio di militanti a tutti i livelli. Inevitabile, questa la severa sentenza di accreditati analisti, il proliferare di anime incompatibili, in quasi nulla politicamente omogenee, delle ‘correnti’ in competizione per accedere a ogni forma di potere, non solo istituzionale. Il caso Renzi ha esemplificato con la massima evidenza quanto avveniva nel Pd, ovvero il subdolo percorso di sdoganamento di aree dismesse della prima Repubblica, da riesumare con un progetto riveduto (ma corretto?) della cosiddetta moderazione. Che non fosse Zingaretti il regista dell’operazione di espianto del perverso disegno è stato evidente a lui per primo e da questo punto di osservazione è giusto riconoscergli onestà ed etica, ma al tempo stesso è lecito addebitargli di non aver anticipato il clamoroso annuncio delle dimissioni con un prologo adeguato di coinvolgimento del partito. La ciambella di salvataggio lanciata nel mare agitato del Pd è volata oltralpe. L’hanno consegnata al prof, che la Francia, con acume da periodico della satira ‘Charlie Hebdo’, ha gratificato con un “enfant prodige” e che ‘Le Monde’, con amichevole serietà, ha battezzato “Tranquillo come Enrico, europeo come Letta” Ciambella di salvataggio, ma anche ‘patata bollente, che Letta deve saper privare di  potere ustionante e trasformare nel complesso progetto di riconnotazione della sinistra, liberandolo da mele marce e mestieranti della politica, per riprendere l’interrotto fil rouge con la società e le sue emergenze. Il ‘chi è’ di Letta occupa spazi informativi incompatibili con la dimensione di questa nota. In breve: presidente del Consiglio tra il 2013 e il 2014, ma prima ministro e parlamentare, nel 2015 Letta si dimette da deputato e va a dirigere la Scuola di Affari internazionali dell’Università Sciences Po di Parigi. A soli 31 anni, Franco Marini lo chiama come vice segretario del Ppi (ahi, ahi! ci risiamo con la provenienza dal pianeta della moderazione, ndr). Un anno dopo diventa il più giovane ministro italiano (per le Politiche comunitarie), poi dell’Industria. Nel 2013, a 46 anni, è nominato premier, fino al sabotaggio di Renzi. Come usava dire il giornalista Lubrano, “sorge spontanea la domanda: il neo segretario del Pd ha origini ideologiche e grinta per gestire la rivoluzione a cui aspira il popolo deluso della sinistra? Boh?


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