STATI UNITI / IL “BOSS” CHE CONTROLLA IL SENATO  

Joe Biden è un presidente dimezzato – sostengono non pochi negli Usa – perché il timone vero è nelle mani del suo vice, Kamala Harris.

Ma c’è un’altra corrente di pensiero. Il potere politico negli Stati Uniti, oggi, è almeno diviso per tre.

Il terzo protagonista sulla scena, infatti, è uno dei politici più anomali che gli Usa abbiano mai visto sulla scena, il “democratico moderato conservatore” – come lui stesso ama definirsi – ossia Joe Manchin. Un esemplare del ‘Potere-Potere’ in carne e ossa, il parlamentare che milita tra i democratici, ma potrebbe tranquillamente essere un esponente di spicco tra i repubblicani. No problem, nessuna differenza tra i due schieramenti.

E oggi Manchin è il vero ago della bilancia al Senato che, come si sa, è diviso letteralmente a metà, fifty fifty, 50 democratici e 50 repubblicani, con la vicepresidente Kamala Harris il cui voto vale doppio, e quindi per un pelo fa pendere quella bilancia a sinistra (si fa per dire).

Arriva dalla West Virginia, lo stato tutto montagne e miniere di carbone, Manchin, per la prima volta Governatore nel 2004: uno Stato – dettagliano gli esperti – dove “anche gli elettori più progressisti sono dei cripto-trumpiani affiliati al partito democratico”. E secondo questi analisti, “oggi Manchin è più influente anche del leader della maggioranza al Senato, Chuck Schumer”.

E già fin dalle prime settimane dell’esecutivo Biden, mister Manchin ha cominciato a mettersi di traverso e a far sentire tutto il suo peso politico.

Giorni fa, ad esempio, ha annunciato che non voterà la nomina di Neera Tanden all’Office of Management and Budget, una postazione cruciale da cui passa la supervisione del bilancio presentato dalla Casa Bianca e tutte le valutazioni sull’impatto economico delle riforme.

Manchin si è accodato alle critiche dei repubblicani sulla scelta della Tanden, cresciuta politicamente nell’universo delle relazioni clintoniane. Le viene imputata una non adeguata preparazione in materia finanziaria e un eccessivo uso dei social, rammentando i suoi spesso livorosi tweet contro gli avversari.

Il vertice bideniano, a questo punto, non sa che pesci prendere. Una rinuncia a quella candidatura darebbe il chiaro senso della sconfitta. I democratici sono in fibrillazione, paiono in stallo. L’unica forza viva è quella di Alexandra Ocasio Cortez, che tuona contro Manchin, come del resto ha tuonato, per prima, contro il Governatore democratico (sic) di Washington, Andrew Cuomo, accusato di molestie nei confronti di una sua staffista, secondo il copione clintoniano.

Kamala Harris. In apertura Joe Manchin

Ma si tratta solo della prima fra le tante guerre che Manchin si prepara a combattere contro i friends dem.

E’ infatti contrario all’abolizione della procedura di ostruzionismo parlamentare che i democratici propongono da anni, perché non vuole che nel pacchetto per la ripresa sia incluso anche l’incremento del salario minimo a 15 dollari l’ora.

Non basta, perché si oppone con forza al ‘Medicare for all’, il sistema sanitario universale caldeggiato dai progressisti.

Si dichiara antiabortista, è decisamente contrario a finanziare il ‘Planned Parenthood’, ed è uno strenuo difensore del diritto dei cittadini di possedere armi da fuoco.

Seguendo le orme di Trump, poi, chiede la riduzione della presenza militare americana ovunque, a cominciare da quell’Afghanistan con il quale è stato siglata intesa per un ritiro fissato al primo maggio, è già contestato dai bideniani.

Viene ancora sottolineato: “Negli anni di Trump e della maggioranza repubblicana al Senato, i voti da guardare con attenzione erano quelli dei tre repubblicani più moderati, ossia Susan Collins, Lisa Murkovski e Mitt Romney, i quali avevano margini di indipendenza dalla linea del partito ma anche legami strutturali con la macchina repubblicana tali da consigliare prudenza nelle iniziative”.

“Manchin è invece il voto solitario e decisivo del Senato e può muoversi a briglia sciola, forte di una base elettorale granitica e di un seggio blindatissimo. Nella Washington di Manchin pesano più i centristi che i progressisti”.


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