“Se dodici mesi…ci sembran pochi…”

Azzardo il plagio di una canzone anni  ‘…anta’, dei versi “tre mesi sono lunghi da passare” vergati per la voce di Rosanna Fratello, afflitta per protratta  separazione dal suo amato e li adatto a ben altro soggetto, per mille ragioni odiato, al maledetto Covid-19: “Un anno è così lungo  da passare…” Mai come in conseguenza della pandemia mondiale l’orologio con sede in un ganglio del cervello ha scandito il tempo con pari frequenza del ticchettio e giorno, dopo giorno, ci ha inchiodati all’attesa del bollettino sanitario, al dialogo quotidiano, a distanza, con le eccellenze di virologi, immunologi, primari di terapia intensiva, improvvisati esperti dei partiti, con ospiti Tv incredibilmente accreditati di onniscienza. Ci siamo ritrovati nel bel mezzo di una vera orgia, animata da frequentatori seriali di salotti televisivi pomeridiani, di ‘speciali’ in prima e seconda serata e di indagini universali con oggetto l’evento letale.

Provocò sconcerto, per accertata ostilità occidentale al rispetto di ogni forma di restrizione, assistere alla disciplina collettiva di trenta milioni di anime della megalopoli cinese Wuhan, primo, devastante focolaio di contagi del coronavirus. Allo stupore non seguì pari consapevolezza dell’imminente coinvolgimento globale nel disastro della pandemia. Al peggio del negazionismo, diversamente diffuso, fuori misura negli Stati Uniti di Trump o nella gran Bretagna di Johnson, nell’Italia inquinata dalla destra si sono sovrapposte l’impreparazione ad affrontare la velocità di diffusione del Covid e carenze strutturali del sistema sanitario. Gli italiani si sono confrontati con la pandemia alternando virtù e nefandezze. Hanno meritato il Nobel per la solidarietà, pagata con la vita, medici, infermieri, volontari, ma indignazione per Paesi (Italia non esclusa) considerati al top dell’evoluzione, merita la mancanza del piano in grado di contrastare questa tremenda emergenza sanitaria. Incredibile, anche per gli esperti, la qualità scientifica dei centri di ricerca che hanno reso disponibili più di un vaccino in pochi mesi e all’opposto, demerito gravissimo delle multinazionali farmaceutiche per aver scelto di arricchirsi e aver messo in cassaforte i brevetti dei vaccini, così negandone la liberalizzazione produttiva, previo rimborso dei costi della ricerca. E l’Italia? Paese ugualmente in bilico precario tra pregi e limiti. Bene il primo lockdown, da bocciatura la mancata repressione dell’indisciplina successiva, causa della stabilità di contagi, di decessi. Oltre ogni vincolo della prudenza, è stata la mancata prevenzione degli assembramenti, l’anarchia decisionale Governo-Regioni, contraria all’efficacia omogenea di uniche direttive del ministero competente e del comitato scientifico. Bene il ritmo accelerato delle vaccinazioni, male non aver prenotato per tempo quantitativi di dosi tali da soddisfare totalmente la domanda di immunità dell’intero Paese. Ancora: esaudita la priorità di vaccinazioni degli operatori sanitari, i più esposti al rischio di contagiarsi e di contagiare, la successiva chiederebbe, a rigor di logica, di immunizzare studenti e insegnanti, in generale i giovani che, per motivi in qualche modo condivisibili, hanno sofferto più di altri la clausura e per contrastarla hanno contribuito alla circolazione del Covid, ma anche il personale delle attività turistiche, dei trasporti, della ristorazione, del commercio, i lavoratori dell’industria, motore dell’economia, così da sostenere i comparti più colpiti dalla pandemia. Subito dopo, certo, gli anziani, meno esposti al rischio del virus perché è loro consentito di tutelarsi in casa.

Per ora, il Covid ha rubato un anno di vita all’umanità intera, ha reso più evidente di sempre la piaga non sanata di una sua metà condannata alla povertà e a tutti i suoi effetti collaterali, come l’esclusione dal diritto alla vita che in questa tragica stagione del coronavirus può garantire la vaccinazione.


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