DARFUR / DA UNA MISSIONE ‘UMANITARIA’ ALL’ALTRA

Chiusa dopo 13 anni la missione ‘militare’ di pace nel Darfur, la regione più tormentata del Sudan. Aperta, subito dopo, una nuova missione ‘politica’, per condurre una buona volta alla pacificazione. Si passa, quindi, da UNAMID a UNITAMS. Sceneggiata o che?

UNAMID, venne istituita il 31 luglio del 2007, con la risoluzione numero 1769 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, proprio come missione congiunta dell’Unione africana con l’Onu.

La prima nella storia degli interventi di peacekeeping: una storia spesso tormentata e accidentata, e non poche volte fintamente ‘umanitaria’ e mossa da molle tutt’altro che pacifiche, o almeno pacifiste.

Il mandato per il Darfur prevedeva anche l’uso della forza per difendere i civili e proteggere le operazioni – appunto – umanitarie: tramite il dispiegamento di 26 mila uomini, 20 mila dei quali militari e i restanti costituiti in prevalenza da forze di polizia. Si può quindi facilmente intuire cosa, purtroppo, possa essere spesso successo, finendo per gettare benzina sul fuoco invece su una serie di scontri etnici e politici.

Comunque sia, il dispiegamento di quella missione fu all’inizio fortemente contestato e ostacolato dal deposto presidente Omar al-Bashir, ritenuto il principale responsabile dei conflitti interni e promotore del progetto di sloggiare la popolazione autoctona di origine africana per rafforzare invece la presenza nella regione di tribù arabe o arabizzate, sia locali che provenienti dai paesi saheliani confinanti.

A partire dalla metà del 2013 la missione è stata progressivamente ridimensionata, su richiesta del governo sudanese allora in carica, secondo il quale nella zona sarebbe tornata la calma. Un’affermazione sempre contestata dagli abitanti del Darfur, vittime di abusi generalizzati e spesso di autentici massacri.

Veniamo ai giorni nostri. Secondo uno degli ultimi rapporti di Unamid, dall’1 settembre al 23 novembre 2020 si sono registrati ben 47 casi di violazione dei diritti umani e violenze che hanno costretto alla fuga oltre 50 mila persone che sono andate ad ingrossare le fila degli sfollati che nella regione ammontano ancora ad oltre un milione e mezzo.

A dicembre 2020 Amnesty International ha chiesto di prorogare la missione per almeno altri sei mesi, “tenuto conto – veniva sottolineato – del fallimento delle forze di sicurezza governative di proteggere la popolazione civile negli ultimi mesi”.

Niente da fare. La fine della missione è stata decisa all’unanimità da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il 22 dicembre scorso, dando sei mesi di tempo per il ritiro delle truppe.

La decisione ha scatenato forti proteste popolari in molte località del Darfur ed anche nelle regioni del Nord Kordofan, di El Gezira e del Fiume Nilo. Lo stesso governatore del Darfur Centrale, Adib Abdelrahman, si è detto preoccupato per l’incremento di abusi e crimini contro la popolazione civile.

A questo punto, nei giorni scorsi è stato deciso che la missione di pace verrà sostituita da un’altra, con un mandato più politico, finalizzata – sulla carta – a sostenere il paese in transizione. Si tratta della “UN integrated transition support mission” (Unitams), richiesta dal governo sudanese. Verrà guidata dal tedesco Volker Perthes.

Una pagliacciata o una reale intenzione di pacificare, una buona volta, l’area?


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