Il tycoon imbavagliato

In attesa di conoscere l’esito della guerriglia interna alla maggioranza, la fine del Conte bis, ovemai avvenga, vive del tifo calcistico di gran parte della stampa e del sistema mediatico televisivo, che per rabbioso intento antagonista dell’esecutivo giallorosso, minaccia un pericolosissimo vulnus in questo tempo di emergenze sanitaria ed economica. Che siano Tg e programmi del network Mediaset, e le due testate Rai rimaste misteriosamente in quota gialloverde, o i giornali di destra, a tifare contro l’esecutivo, è cosa spregevole se si valutano senza faziosità le conseguenze della crisi da loro auspicata, ma sconcerta che si accodi al coro dei disfattisti anche la Repubblica di Agnelli e del direttore a lui perfettamente organico.  Se crisi sarà, si può scommettere che il loro titolo di prima pagina, per coerenza dovrebbe essere “Ce l’abbiamo fatta” con sottofondo di un soddisfatto de profundis declamato da Renzi, da giorni interlocutore privilegiato del giornale in questione. Oggi il quotidiano, che fu di sinistra, e probabile concausa dell’altro de profundis, per la chiusura di ‘Paese Sera’ (il Pci pensò di poterlo sostituire come suo portavoce appunto con la Repubblica di Scalfari) dedica a se stesso un paginone per spiegare le articolate ragioni della fedeltà dei suoi lettori (una, sarebbe il ruolo attrattivo dell’inserto ‘Robinson’, e piacerebbe conoscere quanti utenti del giornale lo  sfogliano molto distrattamente prima di cestinarlo), ma prudentemente ignora il dato statistico dei lettori storici, che lo hanno abbandonato come conseguenza della sua evidente svolta ‘confindustriale‘.  “Poi…”, così recita il titolo di un gruppo su Facebook, “poi dice che uno si butta a sinistra”

È vicino alla temperatura di ebollizione quanto la multiforme disputa degli specialisti della comunicazione rimescola nel pentolone dove si confrontano e si scontrano gli strumenti più o meno invasivi (social & c), che hanno elevato quantità e qualità della comunicazione a livelli esponenziali, come messieur Gutenberg non avrebbe neppure immaginato in sogno. Sottratto alle strutture di controllo, che la giurisprudenza esercita sui tradizionali mezzi di diffusione delle notizie, il potenziale divulgativo dei Facebook. Twitter, Instagram, You Tube, si è espanso anche per la totale libertà degli utenti di pubblicare di tutto. Solo per citare un paio di conseguenze incontrollate, la circolazione delle cosiddette fake news, insulti, minacce, la turpe appropriazione del sistema di pedofili, truffatori, denigratori. Scosso dalla pericolosa anarchia consentita dai social (un esempio per tutti l’uso selvaggio di Trump in campagna elettorale, aggravato dal disprezzo impunito per la legittimità legale dei messaggi) l’universo degli utenti pretende che il sistema sia regolato da meccanismi di repressione dell’illecito. La reazione degli interessati, che hanno cancellato account non compatibili con l’etica della comunicazione e hanno cominciato proprio da Trump, scomparso dai social, è solo il prologo di un intervento, per nulla semplice, in grado di conciliare la straordinaria innovazione informatica con metodi democratici, e al tempo stesso rigorosi di controllo. L’obiettivo, erga omnes, dovrà includere anche, soprattutto, la probabile nascita di nuovi social, come lascia intendere l’iniziativa del tycoon di continuare negli abusi con un canale personale di diffusione.

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