Free Lance: “Assente!”

Nel sistema italico della comunicazione emergono imperfezioni e assenze. La prima e forse più importante voragine, che inficia la completezza dell’informazione, è la difesa catenaccio degli editori e di chi dirige le testate, soggetti che connettono l’investimento nel settore al controllo della linea editoriale e dei contenuti, riga dopo riga, perché coincidano rigorosamente con i propri interessi. Detto in chiaro, in Italia e in gran parte del mondo non esiste la figura dell’editore puro. Una delle conseguenze dirette è lo spazio che non c’è per i ‘free lance’, per reporter, columnist, inviati, specialisti del giornalismo d’inchiesta non vincolati da contratto. Nell’America delle smaccate e marcate contraddizioni, allo stereotipo di Paese super democratico, contribuisce il fenomeno di ‘comunicatori’ indipendenti che ‘vendono’ il prodotto d’ingegno alle principali imprese editoriali degli Stati Uniti a peso d’oro, che offrono ai giganti dell’informazione qualità e originalità della loro produzione non condizionata. I probanti esiti di questa benefica variante, che tutela la libertà di opinione, la funzione politica e sociale di alcune importanti testate, compensano la disinformazione (che certo non manca negli Usa), e si oppongono con il loro protagonismo alternativo, alla cosiddetta cinghia di trasmissione informazione-interessi dei potentati. Per l’autorevolezza così acquisita, il sistema ‘altro’ è perfino in grado di imporre l’impeachment all’inquilino della Casa Bianca, com’è accaduto. A disturbare il precario equilibrio tra la stampa subordinata al potere e il suo contrario, hanno fatto irruzione destabilizzante il web e il  suo potenziale contestato, che con una crescente dose di social permette a ogni cittadino del mondo di pubblicare opinioni, ma anche notizie false, insulti, incentivi a reati di ogni genere, stolking informatico. Ne ha fatto un uso ossessivo, eticamente osceno, il tycoon, sconfitto da Biden nonostante l’occupazione ‘bulgara’ di twitter, instagram, facebook, you tube. Privo di freni inibitori istituzionali, Trump è andato ben oltre il diritto di esternare il suo pensiero di smargiasso autoreferenziale con messaggi eversivi e fuorilegge. Superati i limiti della decenza e introdotta nella comunicazione l’istigazione a operazioni insurrezionali armate, i social, con un fitto passa parola, hanno deciso di imbavagliare il ‘peggiore presidente degli Stati Uniti’ e hanno chiuso i suoi account. Giusto, sbagliato, abuso di potere, decisione legittima? Giudizi discordi. I ‘giustizialisti’, non a torto, citano il diritto di chi dirige un organo dell’informazione di pubblicare o meno articoli di contenuto dubbio o non condiviso: perché negare uguale possibilità ai siti internet che raggiungono milioni di fruitori? Gli oppositori della ‘censura’ interna al sistema si appellano all’efficacia degli strumenti legislativi e giudiziari attivi, che puniscono con la denuncia penale e il carcere gli internauti responsabili di reati telematici, con provvedimenti affidati alla polizia postale e alla magistratura. A metà strada tra le due posizioni si potrebbe individuare uno strumento di garanzia universale della correttezza, che tuteli la libertà di pensiero e condanni ogni abuso. In altre parole: come per il mondo dell’informazione televisiva e della carta stampata, che risponde a rigidi vincoli di compatibilità con il lecito, anche il giudizio sulla legittimità di quanto pubblicano i siti via Internet dovrebbe essere sottratto ai social e gestito da polizia e Procure. Per chiarire: lo stop imposto agli account di Trump sembra spingerlo a creare una piattaforma al servizio della propria comunicazione. La realizzasse, il problema non sarebbe di chiuderla, ma di sanzionare i probabili eccessi, gli abusi fuori legge.

In margine alle considerazioni su abusi e meriti dell’informazione, così com’è, sui cellulari circola a giusta ragione l’invito a sostenere la coraggiosa intraprendenza giornalistica di ‘Report’ e di ‘Presa diretta’, minacciata da politici, imprese, singoli, soggetti indagati dal loro coraggioso giornalismo d’inchiesta.


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