40 ANNI DAL SISMA IN IRPINIA / IL “ROMANZO” DELL’ISOCHIMICA

Una storia esemplare di mala-industrializzazione con i fondi del terremoto, scoperta tardi da (quasi tutta) la stampa e già dimenticata

 

Immagini dal terremoto del 1980 in Irpinia. Qui l’arrivo del presidente Sandro Pertini

Eravamo in 330…”, esordisce l’ex operaio Isochimica Nicola Abrate nella lucida e drammatica testimonianza rilasciata al giornalista de “il manifesto” Loris Campetti. E il lettore più attento e informato resta già col fiato sospeso. Quel verbo al passato (“Eravamo”) evoca l’epos tragico-popolare della “spigolatrice di Sapri” di risorgimentale memoria, o il più famoso thriller di Agatha Christie, dove, alla fine, “non ne rimase nessuno”.

Perché quel “pasticciaccio brutto” di morti sul lavoro, malaindustria e disastro ambientale che va in scena da più di trent’anni al borgo Ferrovia di Avellino emana un sicuro appeal letterario. Ha buon gioco il sociologo irpino Antonello Petrillo a citare John Fante nell’introduzione del libro che ha curato per Mimesis, anche se il grande scrittore italoamericano, in realtà, con questa tragedia operaia c’entra poco, e il suo nome (grazie a uno dei suoi libri più celebri, Chiedi alla polvere) serve soprattutto a valorizzare il titolo scelto da Mimesis: Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto, il volume finora più completo sul “caso Isochimica”, frutto di una capillare ricerca dell’UriT dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli che (grazie ai contributi dello stesso Petrillo e di Antonio Petrozziello, Gianpaolo Di Costanzo, Giovanni Della Cerra, Marco De Biase, Anna D’Ascenzio, Stefania Ferraro) spazia dalle questioni dell’inquinamento alle relazioni industriali, dalla medicina del lavoro alle lotte operaie, alla rappresentanza mediatica.

Più che di un bildungsroman alla Fante, siamo in presenza di un vero e proprio “romanzo della disperazione”, secondo la calzante definizione di Angelo Ferracuti in un corsivo del gennaio 2014 su “il manifesto” (il quotidiano che, insieme alle inchieste de “La Voce della Campania” e a quelle di Enrico Fierro su “Il Fatto”, ha seguito con più continuità e rigore la tragica epopea della fabbrica) e ripreso nell’ampio capitolo sull’Isochimica del suo recente I tempi che corrono (Alegre).

Un “romanzo” così emblematico di un’epoca e di un Paese, e tanto carico di pathos, da richiamare antecedenti illustri come i capolavori di Dickens sul capitalismo selvaggio dell’Ottocento o di Steinbeck sulla Grande Depressione e persino gli scenari catastrofici alla Orwell. Lo stesso quotidiano, qualche anno fa, scelse di titolare Far West Isochimica l’inchiesta a tutta pagina di Anselmo Botte, dirigente della Cgil di Salerno, tratta dal libro Il racconto giusto. Storie di amianto e di operai dell’Isochimica di Avellino (Ediesse). Nè poteva mancare uno specifico capitolo sull’azienda di Elio Graziano, e sulla storia infinita della sua bonifica, nel recente Napoli. La fabbrica degli scandali (Newton Campton editori) a firma dei giornalisti Gianluca De Martino e Luciana Matarese.

Un vero e proprio boom editoriale che aiuta a far luce su una vicenda così intricata e torbida, benchè in nessuno di questi scritti si riesca a raggiungere l’efficacia drammatica della testimonianza di Abrate citata in apertura: “ (…) eravamo in 330 a lavorare alla Isochimica di Avellino, 20 li abbiamo già sotterrati e su 200 di noi sono state riscontrate sintomatologie più o meno gravi legate all’esposizione all’amianto”, rivela l’operaio napoletano, emigrato nell’Irpinia del dopo-terremoto con il miraggio di un buon posto di lavoro, nel libro di Loris Campetti Non ho l’età. Perdere il lavoro a 50 anni (Manni), con prefazione di Rossana Rossanda.

In soli due anni l’Isochimica è riuscita ad assurgere a paradigma narrativo di un nuovo sottogenere letterario (“la fabbrica assassina”) che si credeva ormai anacronistico in Italia.

Miracoli del neoliberismo europeo, come afferma qualcuno degli autori?

O, più probabilmente, presa di coscienza tardiva, e ancora parziale, di una gestione dissennata delle politiche industriali nell’Italia di fine Novecento, che toccò il culmine nelle zone terremotate della Campania e della Basilicata, come denunciarono per tempo in Irpinia – e oggi lo ricorda in una nota Il silenzio della polvere – poche voci isolate?

All’Isochimica, unica azienda del Mezzogiorno che lavora l’amianto, il tasso d’inquinamento è altissimo e le condizioni di lavoro sono preoccupanti. Precaria anche la situazione normativa dei lavoratori, tutti assunti con contratti a termine. La vicenda Isochimica rischia di non essere isolata, e pone seri interrogativi sui metodi e sulla qualità dell’industrializzazione nelle zone terremotate”, scrivevo su “l’Unità” l’1 luglio ’84. Molto prima dell’Irpiniagate.

Perché – si chiede oggi Ferracuti sugli ex operai dell’Isochimica – a parte la Cgil, la politica, la sinistra, li ha abbandonati? Perché nessun telegiornale nazionale ne parla? Forse l’unica cosa che possiamo fare è raccontare la loro storia, che dovrebbe essere il vero grande romanzo di questi tempi, come lo furono quelli di Dickens, Orwell, Steinbeck. Ma è un romanzo che nessuno vuole più leggere”.

Quasi nessuno. Nella nuova ondata di pubblicazioni per il quarantennale del 23 novembre ’80 (in prevalenza autoassolutoria, omertosa, burocratica, soprattutto quella dei marchi editoriali più famosi: in una parola, anzi due, inutile e pure dannosa) il nome Isochimica non è neppure citato. Con una eccezione: Prima dell’Irpiniagate. La provincia di Avellino negli anni Ottanta, dove all’Isochimica è dedicato un intero capitolo e tra le preziose foto di Olivo Scibelli che arricchiscono il volume – foto di emergenza e macerie, ma anche di protagonismo dei lavoratori per una ricostruzione migliore – spicca in tutta la sua drammaticità l’albero di Natale allestito nel 2019 dagli operai sopravvissuti alle decine di morti per intossicazione da amianto.

Ripercorriamolo tutto, allora, questo “romanzo”, proponendo dal libro (in corso di stampa per ArCCo) gli articoli in ordine cronologico che il sottoscritto ha dedicato in tempo reale alle “gesta” del fu industriale Elio Graziano, scrivendone quando era in auge: quando la classe politica della Campania, con poche eccezioni (la Cgil, una parte del Pci), faceva a gara nel corteggiare il presidente dell’U.S.Avellino; quando la stampa, non solo sportiva (fra tanti “storici”, neppure uno che si sia preso la briga di consultare i giornali e i filmati tv dell’epoca…), faceva a gara nell’osannarlo; quando il Tribunale di Avellino e il Centro Studi “Girolamo Tartaglione”, ispirato dall’ex deputato dc e ministro mancato Giuseppe Gargani, ottennero una generosa sponsorizzazione della Dyal di Graziano per allestire un mega-convegno in quel Palazzo di Giustizia dove pochi anni dopo – e comunque in ritardo – l’ingegnere di Mercogliano sarebbe ricomparso da imputato.

 

IL DIKTAT DI GRAZIANO

“l’Unità”, 1 luglio 1984

 

«O lo Stato mi dà i soldi oppure chiudo la fabbrica».

Così l’ingegnere Elio Graziano, proprietario dell’Isochimica, l’azienda del nucleo industriale di Avellino che lavora alla coibentazione delle carrozze ferroviarie, ha prospettato ad operai e sindacati il destino dello stabilimento.

Un vero e proprio ultimatum per ottenere dallo Stato i finanziamenti, oltre 10 miliardi previsti dall’art. 32 della legge 219 per i nuovi insediamenti industriali nelle zone terremotate. «Intanto – ha detto Graziano nell’ultimo incontro all’Unione Industriali di Avellino – dovrò licenziare una quarantina di operai, ma la prospettiva è quella di chiudere la fabbrica (aperta da soli cinque mesi) in tempi brevi, mandando a casa i duecento lavoratori». Non solo. La chiusura dell’Isochimica, ha detto Graziano, avrà conseguenze negative sotto il profilo produttivo e dell’occupazione anche sull’altro stabilimento di sua proprietà, la Idaff di Fisciano, in provincia di Salerno.

«Per prima cosa – dice Lucio Croce, segretario della Filcea Cgil irpina – l’azienda non deve licenziare nessuno. I problemi finanziari dell’Isochimica non possono essere pagati con la perdita del posto di lavoro di più di 200 operai. E non siamo d’accordo con le forme di lotta che mirano solo a rendere i lavoratori uno strumento delle rivendicazioni della proprietà. La questione del finanziamento dell’Isochimica si deve decidere nell’ambito delle istituzioni».

I fondi pubblici per la fabbrica di Graziano sono pronti, manca solo il parere favorevole della giunta regionale campana. Domani in Prefettura il sindacato e il consiglio di fabbrica chiederanno che la giunta esprima il suo parere motivandolo. Martedì, nell’assemblea in fabbrica, Cgil e Cisl proporranno forme di lotta per l’occupazione, il consolidamento e la qualificazione produttiva dell’azienda.

All’Isochimica, unica azienda del Mezzogiorno che lavora l’amianto, il tasso d’inquinamento è altissimo e le condizioni di lavoro sono preoccupanti. Precaria anche la situazione normativa dei lavoratori, tutti assunti con contratti a termine.

La vicenda Isochimica rischia di non essere isolata, e pone seri interrogativi sui metodi e sulla qualità dell’industrializzazione nelle zone terremotate.

«Il nostro obiettivo – conclude Croce – è applicare la piattaforma, firmata con la Cisl, per una migliore qualità del lavoro e della produzione in questa azienda».

 

 

AMIANTO ASSASSINO

“Voce sindacale”, periodico della Cgil irpina, 1988

La vicenda Isochimica continua a tenere banco e ad occupare le prime pagine della stampa locale e nazionale.

Quale futuro avrà la fabbrica di proprietà dell’ingegner Elio Graziano? Quali danni alla salute hanno effettivamente subito gli oltre trecento operai a causa della lavorazione dell’amianto? E quali soluzioni sono possibili per consentire la ripresa e il rilancio produttivo dello stabilimento, ripresa che possa consentire di salvare tutti i posti di lavoro e di operare in un ambiente di lavoro sano e sicuro?

Sono i principali interrogativi che si accavallano in questi giorni, fra assemblee, visite della magistratura, iniziative sindacali, ispezioni di autorità sanitarie, riunioni politiche.

Dell’Isochimica tuttavia bisogna parlare – dice Lucio Croce, segretario provinciale aggiunto della Cgil – per mettere in luce alcune delle questioni ed informare la gente, al di là delle facili polemiche, sulla vera essenza della questione. Qui bisogna far emergere un dato fondamentale, di cui non si tiene abbastanza conto: non è affatto vero che la vicenda Isochimica sia scoppiata in ritardo e a sorpresa, si tratta invece del contrario. Ad Avellino da anni è in atto una lotta operaia e sindacale, una lotta di massa, sulla qualità della vita e sull’ambiente di lavoro in fabbrica. È un’iniziativa, quindi, che parte da lontano, e che ha avuto il momento più alto nel grande sciopero unitario del 23 settembre scorso ad Avellino per la sicurezza sui luoghi di lavoro”.

 

Da più parti tuttavia il sindacato è stato accusato di essersi mosso in ritardo, e di seguire una linea troppo morbida nei confronti di Graziano…

 

Non si tratta di discutere se Graziano ha ragione o no, ed è falso che la Cgil è scesa in campo perché trascinata dagli eventi e da una situazione di emergenza: da quattro anni ci occupiamo dell’Isochimica, ed è stato un percorso costellato da decine di assemblee e di iniziative. E chi ha sollecitato l’indagine sull’ambiente di lavoro da parte dell’Università Cattolica? Sono Cgil, Cisl e Uil, che su questo terreno si muovono da tempo. La verità è che altri si sono accorti solo ora del “caso Isochimica”, e pretendono di venirci a dare lezioni. I lavoratori invece hanno piena fiducia nel sindacato, perché se lo sono trovato sempre vicino”.

 

Resta un dato: la questione ambientale si rivela in modo sempre più drammatico in provincia di Avellino.

 

Esatto, ed è questo il nodo vero. Il risultato finale della vertenza Isochimica, per noi, è di mettere fine alla grave emergenza ambientale che esiste in Irpinia e che è dettata dalle scelte produttive che si sono fatte qui. Come Cgil dovremo andare ad iniziative specifiche sui temi dell’ambiente di lavoro, che accomuna tutto l’apparato industriale della provincia: da Pianodardine a Solofra, dalla Fiat Iveco ai cantieri della ricostruzione, fino alle nuove industrie nel cratere, molte delle quali non presentano garanzie da questo punto di vista. La mobilitazione dei lavoratori irpini non si fermerà all’Isochimica, e punta a mettere in discussione il tipo di produzione e la qualità delle industrie nella nostra provincia”.

 

 

BOMBA ALL’ELIO

“La Voce della Campania”, 1998

 

 

ricordate Elio Graziano? Negli anni ’80 era fra gli uomini più ricchi e potenti d’Irpinia ed oltre. Capace di aggiudicarsi, a trattativa privata, lucrosi appalti delle Ferrovie dello Stato per le sue fabbriche (la Elettrochimica Canavese a Borgofranco d’Ivrea, la Idaff-Icg di Fisciano, in provincia di Salerno, e la Isochimica di Avellino), patron dell’Avellino calcio in serie A, interlocu­tore di ministri e boiardi di Stato, spon­sor, con il detersivo Dial, di convegni-monstre sulla giustizia, ad Avellino, pro­mossi dal presidente del Centro Studi “Tartaglione” Giuseppe Gargani e dal procuratore capo dell’epoca Antonio Gagliardi.

Uno stato di grazia che finì nell’87, quando per sottrarsi alla magistratura fuggì in elicottero, lo stesso con cui poco tempo prima era atterrato a Nusco nella villa di Ciriaco De Mita. Lo scandalo delle “lenzuola d’oro”, uno dei più cla­morosi nell’Italia pre-Tangentopoli (un vorticoso giro di mazzette per la fornitura del cosiddetto “tessuto non tessuto” alle Fs del presidente Lodovico Ligato), inflis­se il colpo finale all’impero di Graziano, catturato il 6 febbraio ’92 e oggi di nuovo in carcere, a Bellizzi Irpino, su ordine della Procura della Repubblica di Torino, per una delle numerose inchieste che vedono il sessantasettenne ingegnere di Mercogliano coinvolto o già condannato.

Alla sua terra d’origine Graziano lascia in eredità la “bomba” Isochimica: una fabbrica di scoibentazione di carroz­ze ferroviarie, a ridosso del popoloso rione Ferrovia, dove per otto anni i 320 operai hanno lavorato amianto in assen­za delle più elementari norme dì sicu­rezza.

«Il licenziamento di centinaia di lavoratori e il fallimento – sbotta il segretario della Cgil irpina Raffaele Lieto – non hanno risolto la questione ambien­tale: in quell’area è ancora presente un pericoloso quantitativo di amianto, che né l’Istituto superiore di Sanità né l’uffi­cio ecologia dell’Asl di Avellino, da noi sollecitati, sono ancora riusciti a quantificare».

«L’ex Isochimica – aggiunge il consigliere comunale del Pds Carmine Loffredo – ha già prodotto danni gravissi­mi sulla salute degli operai e degli abi­tanti del quartiere. Da anni attendiamo i risultati di uno screening dell’Asl, per verificare gli effetti delle fibre d’amian­to». Per Paolo Mascilli Migliorini, di Legambiente, quella fabbrica rappresenta un’emergenza nazionale, «paragonabile alle vicende di Seveso e di Montalto di Castro».

Eppure quei vecchi capannoni fanno ancora gola a molti. Stando ai dati forniti dal Cnr, il giro d’affari legato all’amianto e alla scoibentazione in Italia è di sette­mila miliardi ogni anno. E lo stabilimen­to dell’ex Isochimica, poi El.sid. (una società di Pasquale Carrino, legato a Gra­ziano), oggi in fitto all’Ipoter srl di La Spezia, collocato a ridosso dei binari della stazione di Avellino, è ancor oggi uno dei più adatti per affari di questo tipo. Ed ecco farsi avanti un pool di 6 aziende riunite nella Rti (Raggruppamento Temporaneo d’Impresa). Capofila è la spezzina Termomeccanica spa, capitale sociale 6 miliardi, azienda leader nella produzione di pompe e com­pressori, con amministratore delegato Aldo Sammartano. Lo ritroviamo come socio nella Ipoter, il cui amministratore delegato, Carlo Gasparini, è a sua volta azionista della Termomeccanica. Seguono a ruota altre aziende liguri, Ekolab Plus e Polish House srl, entrambe di Genova, nonché Coibesa Thermosound spa, con sede ad Arcola, presso La Spezia. Particolare curioso: ad Arcola aveva sede anche la Fin Metal, che ritroveremo più avanti. La Coibesa, inoltre, ha filiali estere a Teheran, Baghdad, Trinidad e Tobago. Dalla Liguria la Rti invia in Campania uomini e mezzi, per proporre alla Regione e al comune di Avellino la ripresa dell’attività di scoibentazione nell’ex Isochimica di circa 600 carrozze ferroviarie, offrendo una doppia contro­partita: la bonifica dell’area e l’assunzio­ne di 120 operai.

A Santa Lucia è subito disco verde. L’assessore regionale all’industria Franco D’Ercole (AN) la giudica una possibilità interessante, propone di creare ad Avelli­no un centro di ricerca sull’amianto con le Fs, l’Università, il Cnr, e parla di imprenditori italiani e stranieri pronti a investire nel progetto fino a 70 miliardi. Il suo collega di giunta Marco Cicala (Forza Italia), oggi alla Sanità ma fino all’estate scorsa assessore all’Ambiente, è ancor più operativo: il funzionario Mar­cello Postiglione, dirigente del settore Tutela dell’ambiente, convoca due riunio­ni a Napoli, il 22 maggio e l’11 giugno, e tre al Comune di Avellino (il 10, il 14 e il 16 luglio) per esaminare la proposta della Rti e giungere rapidamen­te a una Conferenza dei servizi. Anche nel consiglio comunale di Avellino molti invitano a prendere in considerazione il progetto del gruppo ligure (…). Il piano della Rti, però, viene blocca­to dall’opposizione del Pds, di Rifonda­zione comunista, di molti consiglieri del Ppi e del sindaco Antonio Di Nunno. Ma non è finita. La Termomeccanica, società capofila, qualche tempo fa cita il comune di Avellino per «gravissimi danni economici e di immagine», ricor­dando che in un primo momento «…tutti i rappresentanti degli Enti hanno reso la propria disponibilità». Solo il presidente della Provincia Luigi Anzalo­ne aveva subito chiuso ogni spiraglio alla trattativa con la Rti.

«Gli amministratori comunali – osserva il sociologo Ugo Santinelli, dei Verdi – hanno capito tardi i rischi spe­culativi e ambientali legati alla ripresa della scoibentazione, forse perché atti­rati, come D’Ercole, dalla sirena dell’occupazione».

Aggiunge l’avvocato Antonio Petrozziello, del circolo Ekos di Legambiente: «Ai sensi del decreto Ron­chi, il Comune non è affatto tenuto ad approva­re il progetto della Rti, anzi dovrebbe provvedere direttamen­te, con i fondi previsti dal ministero per l’ambiente, alla bonifica dell’area ex Isochimica».

Tanti veleni, troppi misteri. Per­ché tanta disponi­bilità verso il piano della Termomeccanica, tutto da valutare sul piano scientifico e della sicurezza? E che fine ha fatto l’amianto di Graziano? Secondo la perizia commissionata dalla Rti a un geologo avellinese, Costan­tino Severino, non ve ne sarebbe addirit­tura più traccia.

«E su queste basi – chie­de Santinelli – si fonda il progetto di bonifica? La verità è che in quell’area sono interrati quintali di amianto, che una perizia del tribunale di Avellino ha individuato fin dal 1988».

Intanto la Termomeccanica non si arrende. Ma anche ad Avellino c’è chi spera ancora nell’affare-scoibentazione: è la sesta società del gruppo Rti, l’unica con sede ad Avellino. Si tratta della srl Multimmobiliare, con capitale sociale 20 milioni, che si occupa di consulenza e servizi alle imprese. Ma nella ragione sociale, a un certo punto, si legge: «la società ha, inoltre, per oggetto, la decoi­bentazione di carrozze ferroviarie». Amministratore unico dal ’94 è un commercialista di 32 anni, Natale D’Avanzo, di Avella. Lo stesso comune di cui è originario Carmine Marco Alaia, già titolare della Multimpresa, una srl cui fanno capo la stessa Multimmobiliare e una galassia di piccole società, tutte con sede in contrada Sant’ Eusta­chio 22. Chi conosce Alaia lo dipinge come un commercialista molto abile e ben addentrato nel potere politico-economico locale, soprattutto nell’ex Dc. Nel recente passato ha fatto capolino nella proprietà dell’emittente irpina Et Television. E tuttora gode di una ricca con­sulenza con il consorzio Cgs di Avellino, creato dall’Unione Industriali e dal consorzio Asi, oggi presieduto dal super-demitiano Mario Sena.

 

 

 

AMARCORD GRAZIANO

“Ottopagine”, 2014

 

Ricordate Elio Graziano? Negli anni ’80 era fra gli uomini più ricchi e potenti d’Irpinia ed oltre. Capace di aggiudicarsi, a trattativa privata, lucrosi appalti delle Ferrovie dello Stato per le sue fabbriche (la Elettrochimica Canavese a Borgofranco d’Ivrea, la Idaff-Icg di Fisciano, in provincia di Salerno, e la Isochimica di Avellino), patron dell’Avellino calcio in serie A, interlocu­tore di ministri e boiardi di Stato, spon­sor, con il detersivo Dial, di convegni-monstre sulla giustizia, ad Avellino, pro­mossi dal presidente del centro studi “Tartaglione” Giuseppe Gargani e dal procuratore capo dell’epoca Antonio Gagliardi. Uno stato di grazia che finì nell’87, quando per sottrarsi alla magistratura fuggì in elicottero, lo stesso con cui poco tempo prima era atterrato a Nusco nella villa di Ciriaco De Mita. Lo scandalo delle “lenzuola d’oro”, uno dei più cla­morosi nell’Italia pre-Tangentopoli, inflis­se il colpo finale all’impero di Graziano (…). Alla sua terra d’origine lascia in eredità la “bomba” Isochimica: una fabbrica di scoibentazione di carroz­ze ferroviarie, a ridosso del popoloso rione Ferrovia, dove i 320 operai hanno lavorato amianto in assen­za delle più elementari norme dì sicu­rezza”.

Sembra scritto oggi, invece è l’incipit di un’inchiesta (dal titolo inequivocabile: Bomba all’Elio) pubblicata su “La Voce della Campania” nel gennaio del ’98. Quando all’ordine del giorno, fallita l’Isochimica, si era già imposto l’affare-bonifica, per il quale si erano fatte avanti diverse aziende.

A bloccare possibili operazioni speculative erano stato i vertici di Provincia (Anzalone) e Comune (Di Nunno), sull’onda di una battaglia condotta da Cgil (in prima fila Raffaele Lieto) e ambientalisti: il sociologo Santinelli, l’avvocato Petrozziello, Paolo Mascilli Migliorini di Legambiente. E un consigliere del Pds, Carmine Loffredo, dichiarava: «L’ex Isochimica ha già prodotto danni gravissi­mi sulla salute degli operai e degli abi­tanti del quartiere. Da anni attendiamo i risultati di uno screening dell’Asl, per verificare gli effetti delle fibre d’amian­to».

Sulla vicenda tornerà, qualche mese dopo, il periodico “Voce sindacale”, su iniziativa dei dirigenti Cgil Croce e Petruzziello.

Ma l’affaire-Isochimica era già partito male: una delocalizzazione sospetta (unica fabbrica finanziata dalla 219 fuori dal cratere), i dubbi sull’amianto, gli atteggiamenti da “padrone” ottocentesco del rampante Graziano. Solo che allora furono davvero in pochi a cantare fuori dal coro. I politici (Dc e Psi innanzitutto, ma anche il Pci di Salerno) se lo contendevano, i media lo osannavano, i tifosi vedevano in lui un erede “moderno” di Antonio Sibilia.

A sollevare per primi il caso erano stati un’inchiesta di “Dossier Sud” sul rione Ferrovia, elaborata da chi scrive con Enrico Fierro, oggi reporter e allora dirigente del Pci, e un articolo de “l’Unità” che concludevo con queste frasi: “All’Isochimica, unica azienda del Mezzogiorno che lavora l’amianto, il tasso d’inquinamento è altissimo e le condizioni di lavoro sono preoccupanti. Precaria anche la situazione normativa dei lavoratori, tutti assunti con contratti a termine. La vicenda Isochimica rischia di non essere isolata, e pone seri interrogativi sui metodi e sulla qualità dell’industrializzazione nelle zone terremotate”.

Data: 1 luglio 1984.

Molto prima dell’Irpiniagate.

Trent’anni dopo si riuscirà a porre fine a questa odissea di veleni, di lutti e di sprechi e a riconsiderare la politica dell’industria e dell’ambiente in Irpinia?

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