USA / LA POLITICA CINESE DEL DIPARTIMENTO DI STATO

The Elements of the China Challenge”.

E’il titolo di un documento appena elaborato dall’Office of Policy Planning del Dipartimento di Stato americano, una settantina di pagine che dettagliano la visione dei rapporti con il colosso cinese.

Gli daranno una bella limatina gli esperti del “Transition Team” che il neo Capo della Casa Bianca, Joe Biden sta mettendo in campo?

Lo vedremo ben presto.

Il piano – secondo gli addetti ai lavori – segue le linee del ‘Long Telegram’, un progetto di politica estera scritto negli anni ’40 dall’ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Sovietica George Kennan, il quale descrisse la Cina come un paese “impermeabile alla logica della ragione” ma “altamente sensibile alla logica di forza” e ne sostenne il contenimento.

Il documento è denso di sfumature conservatrici e promuove “l’eccezionalismo americano”, ma non rientra del tutto nel regno dello “scontro di civiltà”. Quella struttura è stata espressa in modo esplicito dall’ex capo dell’Ufficio per la pianificazione politica, Kiron Skinner, che inizialmente aveva guidato il lavoro sul piano. L’anno scorso ha paragonato la concorrenza del suo paese con l’Urss alla rivalità in corso con la Cina, sostenendo che la prima era “una lotta all’interno della famiglia occidentale”, mentre la seconda “è sorprendente, nel senso che è la prima volta che avremo una grande concentrazione di potere che non è caucasico”.

Secondo “The Elements of the China Challenge” è tempo di dissipare “l’ottimismo stellato riguardo alla Cina che ha distorto la politica degli Stati Uniti” nei suoi confronti per molti anni. Washington dovrebbe considerare la Cina “una minaccia all’ordine mondiale stabilito”, guidato da “una miscela distintiva di marxismo-leninismo e una versione estrema del nazionalismo cinese” del partito comunista al potere.

Sostiene, il documento del Dipartimento di Stato Usa, che la Cina per sua natura ha debolezze intrinseche, inclusi vincoli all’innovazione, difficoltà nel formare alleanze, squilibrio demografico, degrado ambientale, corruzione persistente e costi per mantenere l’ordine a casa o, come lo descrive il documento, “monitoraggio, censura e indottrinamento di 1,4 miliardi di persone in Cina”.

Gli Stati Uniti – viene sostenuto nel documento – devono rivalutare “il loro sistema di alleanze e la panoplia delle organizzazioni internazionali”.

Gli alleati (“le democrazie del mondo e altri partner affini”) saranno tenuti a sottoscrivere una condivisione più efficiente delle responsabilità.

Le organizzazioni internazionali dovranno essere riformate “ove possibile”, messe da parte “ove necessario” da nuove organizzazioni costruite dagli Stati Uniti.

Un passaggio da non poco.

Ancora. Gli Stati Uniti – si rimarca – dovranno ancora cooperare con la Cina semplicemente a causa della loro potenza economica, ma uno degli obiettivi, per gli Usa, è di “eliminare la dipendenza dalla Cina per materiali e beni critici per sé e per i suoi alleati”.

Sottolinea un analista: “il documento trapelato si adatta alla logica della ‘grande competizione di potere’ che è diventata il fulcro della politica estera dell’amministrazione Trump ma può essere fata risalire al ‘perno dell’Asia’ del suo predecessore Barack Obama. La necessità di una percezione dell’America come una forza unicamente predisposta a governare gli affari globali gode anche di un consenso bipartisan a Washington. Gli Stati Uniti vedono la Cina e, in misura minore, la Russia come nazioni ‘revisioniste’ che cercano di smantellare il mondo unipolare post Guerra Fredda”.

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