E se fossimo una sola Italia?

Non è questione secondaria l’identikit di chi governa la roccaforte della Confindustria nel nostro Paese economicamente disomogeneo, che l’insipienza in mala fede dei governi dal dopoguerra ai giorni nostri ha condannato ad antitetiche condizioni di prosperità, fondate sull’egocentrica linea di demarcazione tra il ricco Nord e il Sud penalizzato. Al permanente gap del Mezzogiorno hanno operato in continuità, moderati e progressisti, politici di destra, centro, sinistra. Per fazioso leghismo gli uni, per storica neghittosità gli altri. Per capire in spiccioli di che si tratta, è utile ricordare l’alibi risibile dei nordisti, che per assolversi dalla responsabilità di un’economia nord centrica e in particolare dell’ingiustizia di retribuzioni più basse per i lavoratori del Mezzogiorno, ricorrono alla fake news del minor costo della vita da Roma in giù e fingono di non sapere che al Nord è diffusa l’opportunità di lavoro e relativi stipendi per più componenti di una stessa famiglia e al sud, non sempre, entra in casa un solo salario, che è nettamente inferiore la qualità dei servizi, la tutela sociale.

E allora, alla quota del  Paese equamente attento al mondo dell’impresa e del lavoro, è noto che il salernitano Boccia, salernitano, genesi di sinistra alla base di un consistente successo imprenditoriale, ha guidato l’associazione degli imprenditori con linee guida attente ai bisogni dei lavoratori e del Mezzogiorno, oltre che del mondo industriale. Gli è subentrato Carlo Bonomi, lombardo di Crema, nordista doc e da subito è stata chiara la sua contiguità tra presidente di Assolombarda e della Confindustria, evidente anche nelle fasi di confronto con i sindacati, specialmente con la Cgil di Landini. Al segretario della Cgil deve suonare come una provocazione leghista il seguente editto di Bonomi:Aumenti degli stipendi mirati in base alla produttività nelle varie zone del Paese, più marcati nelle regioni del Nord a sfavore di quelle meridionali. Il ritorno alle gabbie salariali, i differenziali retributivi per aree geografiche in vigore fino al termine degli anni sessanta, per Confindustria costituirebbe un elemento di cambiamento in grado di favorire la ripartenza del Paese”. Che vuol dire in chiaro? Al Sud salari più bassi. Ancora Bonomi: “Siamo una nazione ferma da venticinque anni in tema di produttività, non omogenea nelle sue caratteristiche di produttività, tra Nord e Sud esistono delle differenze. Risultato? La contrattazione centralizzata anziché mantenere una minor differenza finale, nella realtà colpisce molto il salario reale. Ho sempre sostenuto che lo scambio deve essere salario-produttività e non salario-welfare”. Come copia e incolla del ‘padrone delle ferriere’ l’analisi è perfetta. Peccato che sia frutto della miopia secessionista della Padania e che si allinei alla storica discriminante, più o meno volontaria, dell’esecutivo monolitico di De Gasperi, del forzismo berlusconiano e oltre. Immediata la contestazione del sindacato, che difende la contrattazione nazionale. Bonomi cede parzialmente e precisa: “Discutiamone, ma (ma!) il governo deve rimanere imparziale. Se fa la sponda come in passato, non funziona”.


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