CONFISCHE ANTIMAFIA / IL GRANDE IMBROGLIO

Elio Veltri

Terreni, ville, azioni, obbligazioni, barche di lusso, oro, diamanti, perfino uranio. Di tutto e di più nel gigantesco pentolone dei beni prima sequestrati, poi solo in parte confiscati, quindi malgestiti e poi spesso e volentieri ‘restituiti’ alle mafie nel Belpaese.

Uno Stato che troppo spesso ha fatto finta di ingaggiare e portare avanti una seria azione di contrasto alle mafie, invece coprendo, colludendo e chiudendo gli occhi davanti a casi che più vergognosi non si può.

Una colossale sperpero di danaro, quello di provenienza mafiosa, che avrebbe potuto invece essere utilizzato a fini sociali ed anche per contribuire a fronteggiare la crisi economica, da un decennio e passa più grave che mai. Ed oggi ormai esplosiva.

E’ uno dei fil rouge che corrono lungo le pagine di un freschissimo di stampa, “L’Oro delle Mafie”, nelle librerie dal 22 ottobre, edito da PaperFast.

Ne sono autori Franco La Torre, Domenico Morace e Elio Veltri.

La copertina del libro. In apertura la foto segnaletica dei Piromalli

Il primo è figlio di un grande parlamentare del PCI, Pio La Torre, autore di una delle poche leggi che – se fosse mai stata applicata in senso rigoroso – avrebbe potuto tagliare sul serio le unghie alla malavita organizzata. Firmò, infatti, ad inizio anni ’80, la “Rognoni-La Torre”, proprio sul già allora bollente tema di sequestri e confische, e per questo la mafia decise di ammazzarlo: aveva puntato dritto al nervo scoperto, gli affari, i riciclaggi, e quindi indicato la via delle confische, per sottrarre a cosche e clan i proventi, colpirli al “cuore economico e finanziario”. Proprio per questo, “Doveva Morire”.

Una legge mai realmente applicata, la “Rognoni-La Torre”. Disapplicata, male applicata, poi man mano quasi dimenticata.

La Voce, oltre trent’anni fa, documentò un caso emblematico: il sequestro dei terreni e delle scuderie di uno dei clan più potenti del Napoletano, i Nuvoletta, che facevano parte addirittura della Cupola di Cosa Nostra. Ebbene, a chi furono affidati quei beni per le custodie giudiziarie di rito? Agli stessi Nuvoletta! Perché – ecco la pezza a colori escogitata – erano gli unici in grado di poter gestire quel patrimonio che sarebbe altrimenti andato in malora.

Domenico Morace, altro autore del volume, è un penalista di Bologna, il quale si è molto interessato di questioni legate alla massoneria ed in particolare alle inchieste calabresi di fine anni ’80 portate avanti dall’allora procuratore capo Agostino Cordova, il ‘Minotauro’ descritto da Giorno Bocca nel suo mitico “L’Inferno”.

Passiamo al terzo, Veltri. Ci siamo conosciuti con Elio a Milano, 14 febbraio 1992, in occasione della presentazione in contemporanea, all’Università Statale, di “La Milano da bere”, autori Veltri e Gianni Barbacetto (oggi inviato di punta de “il Fatto quotidiano”) e di “‘O Ministro” sull’allora titolare del Bilancio Paolo Cirino Pomicino, scritto da Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola, edito dalla Voce e dalla Publiprint di Trento.

Da allora in poi Elio è diventato un nostro grande amico ed è una delle firme più prestigiose che collaborano con la nostra testata.

E’ autore, Veltri, del celebre “L’Odore dei Sodi”, scritto a quattro mani con Marco Travaglio, e di “Mafia Pulita”, con il magistrato Antonio Laudati.

Ne “L’Oro delle Mafie” vengono fornite cifre, numeri, dati sul fronte di sequestri e confische; e viene documentato il ‘funzionamento’ (sic) dell’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati. Potete poi leggere una serie di ‘storie’, attraverso le quali capire come va ‘O Sistema, tutto a danno delle casse pubbliche e a favore di quelle malavitose.

A seguire ecco la “Piromalli Story”, scritta da Elio Veltri.

A. C.

 

 

 

Impero e potere dei Piromalli

 

La storia che raccontiamo, i magistrati della procura antimafia di Reggio Calabria l’hanno chiamata Provvidenza. Sembra strano per una storia di mafia. Ma il nome non l’hanno inventato loro. In uno dei colloqui intercettati, tra la moglie e il capomafia, quando lui dice alla moglie che le cose vanno bene, lei contenta e soddisfatta commenta: “E’ la Provvidenza!”. E il marito risponde:” La Provvidenza non c’entra, sono io con i miei amici che risolvo i problemi”.

Questa inchiesta che si è risolta con arresti e sequestri di beni, fa seguito a un’altra dal nome ancora più significativo: “Cent’anni di storia”. Sì, una storia lunga e criminale che vale la pena introdurre con le parole dei magistrati, i quali nelle 340 pagine delle indagini scrivono degli affari della cosca, dei metodi criminali, del controllo totale della piana di Gioia Tauro e dell’organizzazione che conta su una serie di fedelissimi che ubbidiscono ciecamente.

“Quella dei Piromalli è un’organizzazione di ndrangheta tra le più efferate del mandamento tirrenico: chi ha aderito ha fatto una scelta per sempre. Un tessuto associativo fatto di intese segrete, di liberi professionisti all’apparenza irreprensibili: un vero e proprio “Antistato” la cui esistenza corrompe la coscienza dei cittadini che vi sono soggetti, ancor prima di fiaccarne la volontà.

La struttura associativa ha dimostrato capillare organizzazione, estrema professionalità nel delitto, predisposizione di uomini e mezzi, capitali, armi e luoghi di nascondiglio per proteggere la latitanza di alcuni tra i suoi esponenti, attuata reiteratamente nel passato. La pericolosità sociale è totale.

Il porto di Gioia Tauro

I Piromalli continuavano a gestire le fila dell’organizzazione persino dal carcere. Quando si entra nell’organizzazione non se ne può uscire più. Molti di loro hanno riportato condanne per reati gravi e pesanti: sugli indagati si ripercuote l’elevato grado di pericolosità della cosca.

Le cosche di Gioia Tauro, i Piromalli in testa, controllano il territorio di riferimento, controllano il mondo dell’impresa, delle attività produttive in genere, la politica, gli ospedali. La cosca Piromalli ha origini e capacità criminali risalenti nel tempo.

La presente indagine ha soltanto disvelato nuove componenti soggettive coagulate intorno ai nuclei storici dell’organizzazione. Strutturata sulla base del nuovo assetto, la locale di Gioia Tauro sembra avere mantenuto inalterata la determinazione che ha sempre caratterizzato l’agire dei singoli componenti. Trama dei rapporti, perfetta organizzazione, suddivisione dei compiti e ruoli. costituiscono elementi che denotano lo spessore criminale dei sodalizi e delle persone che sono state finora individuate. La situazione non muta neppure con riferimento alla posizione degli indagati che risultano incensurati. L’associazione ha continuato a svolgere la propria attività criminale per nulla intimorita dalle eventuali indagini in corso, di cui si è mostrata perfettamente a conoscenza.

Questo dimostra l’assoluta scelta di campo fatta dagli indagati: non importa se gli inquirenti indagano sui fatti di reato in cui si è coinvolti; se occorre commetterne altri, anche in ottica associativa, l’occhio di ingrandimento di una indagine, non ne arresta né deve arrestarne il compimento” (1). La Gazzetta del Sud ha scritto: “Nel mirino boss e gregari; la ndrina Piromalli verso la resa dei conti” (2).

Raccontando i fatti riguardanti soprattutto le iniziative economiche, in Italia e all’estero, a partire dalla vendita di olio di sansa contrabbandato per olio extravergine d’ oliva, colpisce l’organizzazione gerarchica della cosca, ma soprattutto quella dei molteplici settori di attività economica con responsabili competenti e capaci di interloquire con soggetti apparentemente esterni alla cosca, ma certamente complici e solidali. Ogni settore di attività ha uno o più responsabili, quasi fossero a capo di dicasteri di un governo con un unico capo, Antonio Piromalli, classe 1972, che vive e governa da Milano.

Il settore immobiliare con acquisti di terreni da costruire ai quali sono in grado di far cambiare anche le destinazioni d’uso, da agricola a edificabile, l’agroalimentare che comprende la vendita di olio, agrumi e altri prodotti, l’abbigliamento e la moda con negozi anche a Milano e in altri paesi, la grande distribuzione con l’apertura di supermercati e l’utilizzo per la vendita dei prodotti, il turismo con la costruzione di villaggi con affaccio sulla “Costa degli dei”, Parghelia, Capo Vaticano, Tropea e nel mare della Basilicata.

Il controllo del centro di Gioia Tauro è assoluto, al punto da stabilire persino i prezzi dei negozi (compravendita) e la loro percentuale. Antonio Piromalli è stato in carcere 7 anni e nel 2010 dal tribunale di Reggio è stato sottoposto al regime di sorveglianza speciale, confermato dalla Corte di Appello nel 2014. Insieme al giovane Piromalli, dirigono e soprattutto consigliano, per il rispetto che riscuotono e la saggezza che manifestano, sempre nell’interesse della cosca, il padre e lo zio: Giuseppe detto “Facciazza”, classe 1945, da quasi 20 anni in carcere in regime di 41 bis e il fratello Antonio “U Catanisi”, classe 1939. Giuseppe “Facciazza”, essendo convinto che il figlio era troppo buono, nonostante il regime carcerario, ha sempre dato ordini, nei colloqui periodici, tramite i familiari. Il fratello Antonio si comportava come un capo d’azienda e gestiva aziende apparentemente sane e pulite affidate a manager insospettabili, che in realtà riciclavano fiumi di denaro (3).

 

Olio di sansa con etichetta extravergine

 

Entrando nel merito delle attività, i Piromalli avevano una impresa agricola per la produzione di olio e agrumi e una società, P§P Foods.r, holding composta da molte imprese, di diritto italiano e statunitense. Importavano negli Stati Uniti olio e agrumi a se stessi e poi li vendevano in modo da sottrarre i guadagni a tassazione, attraverso l’utilizzo di Carte di credito anonime, creando anche società estere e ricevendo pagamenti in nero da uno dei loro soci più importanti, Domenico Careri, produttore di olio. Il Fatto Quotidiano titola: “Olio contraffatto dall’Italia agli Stati Uniti, altri 12 arresti, anche componenti del clan Piromalli” (4).

Era Domenico Careri che, d’accordo con Piromalli, sostituiva l’olio di sansa raffinato e filtrato, a quello d’ oliva extravergine, con date e numeri di lotto falsi (5). Il terminale era Rosario Vizzari, uomo dei Piromalli, il quale viveva negli USA ed era organico alla cosca. Una sorta di ambasciatore del crimine. Era intestatario fittizio di una serie di società, cinque per la precisione, per l’esportazione dell’olio e degli agrumi sul mercato americano e costituiva un canale privilegiato di riciclaggio dei proventi delle attività della cosca. Teneva contatti costanti con Domenico Careri, vero dominus del mercato dell’olio, e con il figlio Gioacchino, che riceveva a New York nella sede della Madoro Usa INC, società creata ad hoc per la commercializzazione dell’olio.

Vizzari era in contatto permanente con i Piromalli, veniva in Italia e incontrava Antonio Piromalli, Alessandro Pronestì e Vincenzo Bagalà, responsabili di settori diversi e organici alla cosca. L’olio fornito da Careri era da sottoporre a “brillantazione” con doppia raffinazione perchè apparisse limpido, neutralizzazione chimica, decolorazione e altri interventi. I prezzi erano i seguenti: Extra vergine 4,10 euro kilo; Vergine (30% di olio puro) 3,80 euro; Sansa 1,90 euro.

Careri si era messo a disposizione dei Piromalli e spediva olio per il valore di 250 mila euro senza ricevere pagamenti anticipati, perchè aveva intuito l’affare e la continuità di potere vendere centinaia di migliaia di litri di olio in conto vendita, pagando solo alcune fatture e contrabbandando olio di sansa, il più scadente, con extravergine.

I Piromalli avevano anche loro intuito l’affare e contavano molto sull’olio di Careri per cui gli hanno chiesto di spedire un container ogni 10 giorni, con un ritocco della loro provvigione. Piromalli informava Vicari dell’accordo e sulle direttive date a Careri: “abbiamo detto un container ogni 10 giorni e uno ogni dieci giorni ne deve fare. Quindi organizzati”.

Ma l’olio che pure rendeva alla cosca 100 mila euro ogni tre mesi, poneva problemi perchè era torbido e si vedevano “aloni”. Vizzari ne parla a Pronestì il quale dice a Careri che deve fare in modo da rendere l’olio più limpido. Careri cerca di spiegare che l’olio di sansa è così e non si può fare nulla per renderlo più limpido. Dopo avere ascoltato e subito molte contestazioni dell’interlocutore il quale diceva che quell’olio era impresentabile e non si poteva venderlo nei supermercati americani, un momento prima della rottura che entrambi sapevano bene i Piromalli non avrebbero mai consentito, Pronestì cambiava i toni del discorso dicendogli che voleva lavorare con lui. Poi gli ha anticipato che al loro incontro, a breve, gli avrebbe portato delle bottiglie di olio di sansa comprato altrove, più limpido, in modo che si rendesse conto che era possibile migliorarne il colore. Poi l’ha salutato con l’impegno di vedersi presto e gli ha detto: “Devo parlare anche con Antonio (Piromalli) e vedere cosa ne pensa”.

I Careri compravano anche olio greco e turco e lo rendevano “italiano”; nelle miscele che facevano, la quantità di olio extravergine era modesta. Per l’olio importato in America dalla Madoro, società dei Piromalli, come olio di sansa e venduto come extravergine d’oliva, all’etichettatura provvedeva Vizzari, una volta superata la dogana, presso il proprio magazzino. Le indicazioni che si leggevano sull’etichetta riguardanti l’origine dell’olio, la qualità e la scadenza, erano false.

Careri faceva tre spedizioni al mese e pagava i Piromalli per la loro mediazione. Vendeva al prezzo imposto dai Piromalli e la società Madoro faceva profitti truffando i consumatori americani. La dogana non rilevava anomalie perchè l’etichetta indicava “sansa”, però una volta superata la dogana, l’etichetta diventava “extravergine d’oliva”, importato dall’Italia, a nome di un’altra società riconducibile ai Piromalli. Pronestì, uomo dei Piromalli, scherzando, ma non più di tanto, diceva ai suoi padroni che avrebbero potuto fare la fine di Al Capone: arrestato per evasione fiscale e non per tutto quello che faceva, con allusione ai reati commessi dalla cosca. Antonio Piromalli ristabilisce il prezzo della loro mediazione e spiega alla moglie che con l’aumento di 50 centesimi a bottiglia, i loro guadagni aumentavano di molto: 9000 euro a container, complessivamente 100 mila euro ogni tre mesi, e che aveva già parlato con Careri perchè li tirasse fuori (6).

 

Agrumi, Kiwi, Pesche

 

Il “Copam” di Varapodio era il Consorzio ortofrutticolo produttori agricoli: 42 soci, aziende e cooperative sociali, per un totale di circa 5000 produttori che operavano in prevalenza in Calabria, soprattutto nella Piana di Gioia, nella Sicilia orientale e nel Basso Lazio. Il fatturato degli agrumi e altra frutta era di 20 milioni di euro.

Rocco Scarpari era dipendente del consorzio ma decideva, perchè i suoi referenti non erano gli associati, ma i Piromalli, veri padroni del consorzio (7).

Il consorzio riforniva la grande distribuzione del nord est italiano, il mercato rumeno e quello americano.

Antonio Piromalli dava le direttive da Milano e tramite la società “p.p. Foods srl “, specializzata nelle operazioni di import ed export di prodotti ovicoli e ortofrutticoli, esercitava un controllo rilevante sulla produzione calabrese in tali settori, tramite le aziende “Ortopiazzola srl” e “Polignanese srl” di cui era socio occulto, inserite nell’ortomercato milanese al quale venivano riforniti i prodotti con le note tecniche di intimidazione, prezzi di acquisto concorrenziali e il buon esito delle operazioni commerciali (8).

Molto importante la vendita delle clementine nella grande distribuzione: supermercati della catena Ali e Bennet in Romania, Danimarca e altri paesi.

Scarpati, decideva gli acquisti, da chi il consorzio doveva comprare, a che prezzo e a chi fatturare. Tutte informazioni raccolte da una conversazione intercettata dalla quale emergeva, tra l’altro, che l’intestazione della società “Original Trade srl” e dell’azienda Artemide, a Cinzia Ferro, era fittizia e venivano utilizzate per l’apertura di nuovi negozi all’interno del centro commerciale “Prada mano Shopping Center”, catena Bennet di “Prada mano”.

 

Villaggi turistici e settore immobiliare

 

Nicola Comerci negli anni ha realizzato un impero economico nel settore turistico avvalendosi dei capitali e della protezione della cosca e soddisfacendone le richieste: gestione di latitanti, investimenti immobiliari e inserimento delle ditte di riferimento nelle forniture alberghiere.

Anche per queste attività le intestazioni erano fittizie: Cinzia Ferro e Teresa Cordì, prestanome che gestivano anche imprese di pulizia e di catering delle strutture turistiche, nonché i negozi di abbigliamento con punti di vendita in centri commerciali della provincia di Milano e di Udine. Dell’immobiliare si occupavano Girolamo Mazzaferro e Pasquale Guerrisi.

Mazzaferro gestiva le operazioni immobiliari e di compravendita dei terreni, in molti casi estorti con l’intimidazione mafiosa o come contropartita per prestiti erogati a tassi usurari. Prendeva anche le decisioni sul traffico di droga e pianificava agguati e intimidazioni nei confronti di chi interferiva sul controllo delle banchine e dei piazzali degli scali portuali. Una sorta di ministro dell’interno con potere di repressione che aveva anche il compito di dirimere i contrasti con gli affiliati della cosca. Poichè Antonio Piromalli e familiari fuori dal carcere erano controllati, gli incarichi erano distribuiti ad associati sulla base della fiducia e delle competenze, tutti con intestazioni fittizie e tra di loro molte donne.

Francesco Sciacca, cognato di Antonio Piromalli, punto di riferimento per il territorio di Gioia Tauro, lo incontrava a Milano, prendeva ordini, li recapitava ai calabresi e teneva i rapporti con le altre cosche e sottocosche.

Le donne erano Donatella Guerrieri, sorella di Pasquale e punto di riferimento della cosca nel territorio gioiese, detta “a pilera”, intestataria della “Edil Guerrieri”, quartiere generale della cosca, unitamente alla masseria Mazzaferro dove si incontravano per evitare l’uso del telefono, soprattutto con i rappresentanti delle altre cosche del territorio come gli Alvaro, imparentati a loro volta con i Morabito.

Il villaggio turistico di Parghelia

Anche Grazia Piromalli era a disposizione della cosca e comunicava con “Facciazza” e con Antonio. Loredana Sciacca, moglie di Antonio, dopo la carcerazione del marito del 2016, assunse un ruolo centrale e quando il marito era libero gli organizzava il calendario degli incontri a Milano. Annunziata Sciacca manteneva i rapporti tra il capo, il padre e i sodali di Gioia. Il problema della comunicazione con il padre, “Facciazza”, perchè l’assunzione di decisioni importanti fossero condivise, era fondamentale. Al punto che Antonio Piromalli, per comunicare con il padre in carcere, aveva deciso di depilarsi, scrivere un messaggio sul petto e poi, nella prossima visita, approfittare della assenza momentanea degli agenti di custodia e farglielo leggere, aprendo la camicia. Progetto poi non attuato forse perchè la sorveglianza non l’avrebbe consentito.

Ma il 23 dicembre 2016, in vista del Natale, tutto il nucleo familiare era andato all’Aquila, aveva scelto come alloggio l’hotel “Magione Papale Relais” e Antonio il giorno dopo era andato dal padre al quale aveva parlato dei controlli subiti da Vizzari in America e anche del comportamento di un agente, dell’FBI.

Il Capo, come lo chiamava Vizzari, aveva solidarizzato con lui, gli aveva consigliato di non andare più in Italia mettendolo in guardia su possibili mascalzonate nei suoi confronti e gli aveva dato il proprio biglietto da visita, dicendogli di contattarlo senza problemi se avesse avuto bisogno. Gli aveva anche detto che era pronto a testimoniare a suo favore perchè aveva toccato con mani che si era comportato con correttezza e nei molti controlli effettuati nei magazzini non aveva mai trovato nulla di scorretto.

Il “capo” dell’FBI si era lasciato andare anche ad un’affermazione grave, dicendo che in Italia polizia e magistratura volevano fare carriera sulla loro pelle. Poichè il colloquio è stato controllato con intercettazioni ambientali, non si può pensare che se lo siano inventato e il fatto è gravissimo e non si sa se commesso per ignoranza o in seguito a corruzione.

Per concludere sui rapporti dei familiari, monitorati e controllati, “Facciazza” raccomandava al figlio di essere sempre prudente. Prudenza adottata dalle donne di famiglia, le quali hanno scelto una metafora per interloquire con il padre. Gli hanno raccontato un sogno fatto da “Annuzza” nel quale gli dicevano di recarsi alla “Cicerna”, località ben conosciuta, per “estirpare” un albero secco. La “pianta” era simbolicamente un “affiliato” e loro chiedevano di eliminare una delle persone di sua fiducia. Avendo capito che era un messaggio, il padre ha chiesto alle due donne” e l’albero secco che cosa è?”. La moglie, sapendo di essere intercettati, non ha fornito maggiori dettagli e lo ha invitato a “rielaborare” il significato del sogno, al fine di comprendere bene il messaggio. Il che fa capire che Giuseppe Piromalli era ancora quantomeno co-gestore della cosca insieme al figlio Antonio, come hanno riferito diversi collaboratori di giustizia (9).

Il Villaggio turistico di Parghelia intestato a Nicola Comerci è stato costruito con i soldi dei Mammoliti e dei Piromalli e con il contributo dei Mancuso. Tutti soldi delle cosche.

Il collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro, interrogato l’8 luglio 2016, ha dichiarato che “Comerci è sempre stato in appoggio alla famiglia Piromalli e molto vicino ai Mancuso di Limbadi, anche perchè si è prestato più volte ad ospitare latitanti della famiglia Mancuso presso il suo villaggio, altrimenti non poteva edificare in quella zona”.

Infatti, in Calabria, colate di cemento: case, villaggi e ristoranti, sono stati realizzati sul demanio pubblico e sulla spiaggia e poi sanati con i condoni che si sono succeduti per iniziativa della Regione e dei governi.

Uno dei latitanti scovato nel villaggio di Parghelia era Antonio Cilona condannato all’ergastolo per l’omicidio di Carmelo Ditto, commesso per agevolare la cosca Santaiti. Ma non è stato certo l’unico latitante che ha trovato ospitalità nel villaggio di Comerci. Fondacaro ha anche raccontato ai magistrati che Comerci si incontrava con “Facciazza” e con i suoi tutti i giorni per giocare a carte. Uno dei cognati di Comerci era il ragioniere del distributore Agip di Gioia Tauro, gestito dai Piromalli. In realtà, era l’ufficio nel quale prendevano le decisioni, come la cementificazione forzata realizzata in uno dei luoghi più belli al mondo.

Il modo per fare soldi era acquistare terreni, rivenderli e costruire case che sono vuote 10-11 mesi all’anno. Il magistrato obietta che Pino Bagalà, facente parte della partita, soldi non ne aveva e Fondacaro risponde che i soldi li fornivano Pino “Facciazza” Piromalli e Nicola Comerci. Poi precisa che la stessa cosa è avvenuta anche a Roma negli anni 80, tramite Antonio Tripodi. Piromalli decideva anche sulla destinazione d’uso dei terreni e non solo a Gioia. Se lui non voleva non si edificava. I Fondacaro avevano 23 ettari di terra in un posto bellissimo e quando il padre morì, Nicola Comerci e Pino Bagalà andarono da lui perchè volevano compralo e gli offrirono 10 euro al metro quadrato. Fondacaro rispose che se volevano speculare andassero altrove e poi seppe che erano interessati anche i Piromalli. Il fratello, preoccupato, gli disse che dovevano riflettere bene prima di rifiutare l’offerta, pur essendo un regalo. A maggior ragione perchè i Piromalli su quel terreno avevano un accordo con i Mancuso.

I Comerci erano anche proprietari di un grande villaggio a Zambrone San’Elia ai piedi della montagna sopra Palmi. I beni dei Comerci sono stati confiscati e nella relazione sono stati riportati i finanziamenti della “Blue Paradise srl” che ha iniziato l’attività nel 1989 con iscrizione alla camera di Commercio nel 1996: i finanziamenti per anticipazioni dei soci corrispondevano a 600 mila euro attuali e poi sono diventati nel 2000 circa 700 mila euro e al 30-6-2002, 2 milioni di euro.

Poichè i Comerci non disponevano di questi soldi, il tribunale ritiene che siano arrivati dai massimi esponenti della cosca Piromalli-Molè nella quale Comerci era stato inserito.

Identica posizione è quella della questura che ha indotto il Tribunale-Misure di Prevenzione di Reggio a emettere un altro decreto. Quando Comerci ha iniziato a vendere immobili del villaggio avrà trovato anche i fondi per finanziarsi e costruire, ma questo è avvenuto dal 1982 in poi. Dal 1976 al 1982 qualcuno gli ha dato i soldi. L’opinione è suffragata dai dati Inps sul reddito che nel 1976 era pari a 1milione e 994 mila lire, circa 1000 euro. In effetti era il reddito della moglie per cui risulta difficile giustificare le spese per il primo terreno acquistato dal momento che, detratte le spese per l’acquisto del terreno pari a 550 euro attuali, la famiglia avrebbe dovuto vivere con i rimanenti 400 euro, a fronte di una spesa calcolata sui dati Istat molto superiore.

 

 

Commercio, Supermercati e Abbigliamento

 

Altro del giro era Pronestì, il quale intercettato diceva che grazie ad Antonio Piromalli era andato a fornire i supermercati Ali e precisava che non stava parlando di una fornitura di 50 mila euro, ma di qualche milione di euro. Pronestì, intercettato a bordo di una Bmw, riferiva allo zio le sue ultime iniziative imprenditoriali con la costituzione di una nuova società per la vendita di prodotti “Jennifer” e aveva informato Antonio Piromalli appena uscito dal carcere.

I tre titolari delle quote avevano depositato 100 mila euro ciascuno su un nuovo conto corrente precisando che il terzo intestatario era Cinzia Ferro, socia fittizia, convivente di Pino Pronestì. La quale lo era anche nella società che gestiva i negozi che si volevano aprire a Udine, insieme a Valentina Carraro, anche lei socia fittizia.

Al nord investivano nel settore abbigliamento anche se Piromalli, conoscendo poco il settore, non era molto convinto. La società si chiamava “Trade” ed aveva la sede legale in provincia di Padova. L’amministratore unico era Valentina Carraro e al capitale sociale partecipavano anche Ferro e un tale Fabrizio Bottacin. Esisteva però anche una iniziativa milanese, “Artemide” di Ferro Cinzia Ferro, intestata a lei, con sede in via Ludovico Muratori.

La scelta delle donne ha due ragioni: nel commercio riguardante le confezioni sono più credibili e, soprattutto, quando si ricicla denaro sporco sembrano essere meno sospette. Parecchi punti vendita Jennifer- Artemide sono stati aperti a Rizziconi, a Siderno, a Milano in viale Brianza con la partecipazione di Piromalli e Pronestì.

Un giorno Piromalli, mentre passeggiavano, ha visto un locale di circa 500 metri quadrati e ha chiesto subito a Pronestì di cercare l’amministratore e informarsi se era in vendita e gli ha anche detto di fare una foto. Poichè, a parere di Pronestì con l’olio si guadagnava poco, Piromalli gli aveva detto di investire in un negozio della Jennifer intestato a Loredana Sciacca. Poi un giorno parlando con Loredana ha ricordato quello che diceva la mamma citando un filosofo: pensa come se non dovessi morire mai, vivi come se dovessi morire domani.

Le due società che si occupavano di abbigliamento, Trade e Artemide, entrambe con intestazione fittizia a Cinzia Ferro, avevano prospettive di ingrandirsi ancora, investendo i soldi dell’olio incassati truffando i consumatori americani. In vista c’era anche l’apertura di un negozio a Monza e uno a Milano. E poi altri in Calabria nella Piana vicino al parco Annunziata sequestrato a Don Alfonso Annunziata, a Pisticci in provincia di Matera, a Maglie (Lecce), tutti gestiti da società fittizie.

 

Lavori pubblici

 

Nelle attività economiche non potevano mancare i lavori pubblici e gli appalti.

Innanzitutto il Porto di Gioia che per anni è stato anche il terminale del traffico di cocaina. Nel 2014 è stato interrogato dai magistrati Pietro Mesiani il quale ha raccontato che per i lavori della seconda banchina del porto era stato già deciso chi doveva prendere le mazzette: Piromalli e Molè che dopo un periodo di freddezza che aveva rischiato di deflagrare, si erano riavvicinati. Se ne occupava Cosimo Romagnosi, l’uomo più fidato che avevano Pino e Antonio Piromalli.

Nel corso degli interrogatori Mesiani, collaboratore di giustizia, ha messo al corrente della situazione i pubblici ministeri sui seguenti fatti:

  1. Il riavvicinamento di Piromalli e Molè, all’indomani dall’uscita dal carcere di Mommo Molè, sulla base dell’inserimento dei Molè nel circuito delle estorsioni e mazzette pretese per tutti i lavori che si facevano a Gioia;
  2. Ulteriori capannoni presso il Parco Annunziata e una seconda banchina del porto
  3. L’impossibilità di farli partecipare ai lavori del lungomare perchè le cose erano state già decise. Quindi il giovane Molè doveva prenderne atto. I lavori infatti erano stati già realizzati dai Bagalà affiliati alla cosca Piromalli, con la complicità di una funzionaria del comune di Gioia, presidente della commissione di gara. Lavori per i quali era scattato un procedimento penale che aveva coinvolto mafiosi, architetti, ingegneri, funzionari comunali e fornitori fittizi perchè, con una procedura abnorme, richiesta dal Comune, era stato truccato l’appalto già prima che la gara fosse indetta, falsificando tutti i documenti.

 

 

 

 

NOTE

  1. Procura distrettuale antimanfia di Reggio Calabria- indagine Provvidenza in due fasi:

 

prima 33 fermi emessi dai GIP Adriana Trapani e Domenico Santoro su richiesta dei magistrati della Procura e a distanza di un mese 12 ordinanze di custodia cautelare eseguite dai carabinieri del ROS per associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, truffa e altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Sequestro preventivo di beni per il valore di 50 milioni di euro. Tra i beni il Consorzio Copam di Varapodio,

 

Magistrati della procura firmatari Cafiero De Raho procuratore capo e sostituti Roberto Di Palma e Giulia Pantano

  1. la gazzetta del Sud 21-7-2017
  2. Reggio Tv.it
  3. Il Fatto Quotidiano- 21-7-2017
  4. Indagine Provvidenza Procura antimafia di Reggio C.
  5. Idem
  6. Calabria Reportage 21-2-2017
  7. Indagine Provvidenza
  8. Idem

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