PAOLO BORSELLINO / “IL RIFORMISTA” E “IL DUBBIO” SCOPRONO L’ACQUA CALDA

Scopre l’acqua calda, il direttore de “Il RiformistaPiero Sansonetti, con la cover story dedicata alla tragica fine di Paolo Borsellino.

Un’acqua che il giorno prima aveva già riscaldato “Il Dubbio”, del quale lo stesso Sansonetti è stato il numero uno.

Un tric trac.

Dal momento che la vera “story” delle stragi di via Capaci e, soprattutto, di via D’Amelio, è già ben nota da anni. Ma insabbiata dal più grande depistaggio nella storia del nostro paese.

I novelli Colombo in cerca dell’America siciliana scoprono adesso che la vera, unica pista da percorrere è quella targata “Mafia-Appalti”, aperta da Giovanni Falcone sulla scia del maxi rapporto del ROS da 900 pagine, e proseguita poi con l’amico e collega Palo Borsellino.

Una pista segnalata più di vent’anni fa da Ferdinando Imposimato, che già in una relazione di minoranza della Commissione Antimafia di metà anni ’90 la indicava quale movente per le stragi: perché in grado di sollevare il sipario sulle connection tra grosse imprese “pulite” del Nord e la mafia.

Un intreccio maledetto che Falcone e Borsellino avevano scoperto e per questo “Dovevano Morire”.

Nino Di Matteo. In apertura Paolo Borsellino

La Voce ha scritto, da allora, decine e decine di inchieste, tutto improntate a quella pista.

Adesso prima il Dubbio e poi il Riformista tirano fuori vecchie scartoffie di quasi vent’anni fa (1992) in cui un magistrato allora in servizio in Sicilia, Domenico Gozzo, raccontava quanto poi è più volte emerso, senza che nessuno – tanto meno un inquirente o un pm – se ne sia mai fregato.

E cioè che Borsellino continuava a seguire proprio quella pista “Mafia-Appalti”, e appena due giorni prima di essere ammazzato in via D’Amelio aveva partecipato ad una riunione in cui veniva affrontata proprio quella questione tanto delicata. Senza essere informato che, alle sue spalle e a sua totale insaputa, altri magistrati stavano affossando quella stessa pista, chiedendo l’archiviazione delle indagini, sotto l’attenta regia del procuratore capo di allora, Piero Giammanco. Le due toghe di punta erano Guido Lo Forte e Sergio Scarpinato, quest’ultimo poi diventato un’icona antimafia (come del resto Nino Di Matteo, co-autore del taroccamento del pentito Salvatore Scarantino).

Non è il caso di andare qualche passo più il là?

Ed incalzare affinchè vengano finalmente individuati gli autori dei colossali depistaggi?

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