Repubblica o monarchia?

Abbiamo in odio i ‘sette giorni’, cioè il tempo scannato con cui un datore di lavoro, senza colpa del dipendente può licenziare un collaboratore domestico. Non ci piace e meno che mai ci piace il terremoto che ha scosso dalle fondamenta un colosso dell’editoria italiana qual è il quotidiano fondato da Scalfari e diretto fino ieri da Verdelli. Sulla proprietà del gruppo di cui il quotidiano è punta avanzata dell’informazione ha messo le mani John Elkan. Dalla Gedi alla Exor, da De benedetti agli Agnelli il sommovimento è stato brusco, con ricadute a pioggia di eventi collegati. Primo agnello sacrificale al dio Fiat Verdelli, direttore del quotidiano liquidato in assenza di motivazioni trasparenti e, nello scenario improprio del crescendo di minacce che lo costringono a vivere sotto protezione della scorta e che hanno annunciato pe roggi la sua morte.  Nel giro di valzer del cambio di proprietà, Molinari, direttore della Stampa, altro quotidiano della Fiat va a dirigere la Repubblica e Massimo Giannini, già vice direttore del quotidiano di De Benedetti, si insedia alla direzione della Stampa. I redattori della Repubblica non gradiscono modi e tempi della rivoluzione e per cominciare oggi hanno scioperato e impedito che il giornale fosse in edicola. Furiosa la condanna di Scalfari: “Hanno fatto un’infamata” e forse si riferisce anche all’ipotesi di 150 esuberi.
Nelle edicole napoletane e a più vasto raggio in molte delle meridionali c’è un altro buco dove abitualmente trova posto, immeritatamente, il quotidiano Libero, il cui direttore, ospite dell’ambiguo collega Giordano, nel programma ‘Stasera Italia’ ha osato affermare che i meridionali sono una razza inferiore e “Perché venire a Napoli, per fare il parcheggiatore abusivo?”. Feltri non è nuovo a ingiurie razziste nei confronti del Sud e stavolta ne dovrà rispondere all’ordine dei giornalisti ma anche in tribunale. Già oggi, con il rifiuto delle edicole di vendere il giornale che Feltri, incredibile a dirsi, firma come direttore.
E mica è finita. In quel di Forlì, terra emiliana aggredita dalla Lega, il consigliere comunale suddito di Salvini ha esternato il suo pieno di livore per l’Italia che domani celebra la storica data della Liberazione dal nazifascismo. Ecco il suo attestato di odio per gli eroi che hanno reso il nostro Paese democratico: “Fateli radunare gli anziani partigiani. Se si ammalano (intende di coronavirus) è un rischio da correre”.
Non c’è limite alla malevola lettura di Napoli, città invidiata e insolentita probabilmente come conseguenza di complessi nordisti d’inferiorità, ma che poi ci si metta anche un regista napoletano è specialmente disdicevole. Ieri sera il primo step dell’ennesima fiction di Rai 1, che si avvale come location di immagini a tratti mozzafiato della città più raccontata dal cinema italiano e non solo. Ebbene all’esordio lo sceneggiato lascia assolutamente stupiti per la successione di tre episodi, come definirli oltre che negativi? Dunque: una ragazza napoletana, in combutta con un paio di coetanee, ruba indumenti in un grande magazzino di abbigliamento e strappa il congegno che in uscita fa scattare l’allarme se non si passa prima dalla cassa; la madre, vola a Tenerife, dove il marito se l’è squagliata e per pagarsi la trasferta  ruba i soldi dalla cassa del ristorante dove lavora come cuoca; perché lo spettatore non abbia dubbi sui comportamenti dei protagonisti, la sceneggiatura prevede che le ladruncole raccontate all’inizio, irrompano in una lussuosa villa, dopo essersi accertare dell’assenza dei proprietari e svuotano gli armadi di vestiario e accessori femminili. Niente male come biglietto da visita da mostrare al turismo italiano e internazionale, quando l’importante comparto dell’economia meridionale tornerà alla normalità. Come se non bastassero i danni d’immagine prodotti da serie televisive come ‘Gomorra’.

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