CORONAVIRUS / L’ESITO LETALE DEL CAPITALISMO

Oltre il cui prodest.

A parte ogni ricostruzione – essenziale e fondamentale – su come è nato il coronavirus, su chi mai può averlo costruito in laboratorio, oppure utilizzato come arma di distruzione del nemico, su ogni scenario quindi di fantomatiche (ma non irreali) guerre batteriologiche scatenate nel mondo, è necessario fare delle considerazioni su quello attuale.

Ossia su quel terreno dove è caduto il virus.

Terreno economico ma soprattutto sociale e più nello specifico sanitario, concernente quindi il tanto spesso citato (e quasi sempre a sproposito) Welfare.

A questo punto i numeri parlano chiaro e le cartine geografiche ancora di più.

Al netto di ogni dato taroccato possibile e di fake news sempre dietro l’angolo, i colori della pandemia sono non equivoci, forse solo per i daltonici.

L’epicentro “rosso” del contagio ora e da settimane e con ogni probabilità per molte settimane, è stato, è e sarà in Occidente, Europa in pieno, Italia e Spagna in prima linea. Con gli Stati Uniti dove lo tsunami sta per arrivare. E l’Africa è comunque una polveriera poco esplorata.

Chi sembra molto meno colpito? Quei paesi che hanno pensato, nel corso degli ultimi decenni, a sviluppare il Welfare, quello vero.

Nasce nei paesi scandinavi – con una densità di popolazione certo non alta – il Welfare, prende piede in non pochi paesi dell’est europeo.

Ma non si sviluppa mai seriamente in Europa né tanto meno negli Stati Uniti, il paese dei nababbi e della opulenta middle class che non ha mai pensato, neanche per un istante, a far crescere intorno a sé un Sistema Sanitario, Assistenziale, di Welfare – appunto – degno di questo nome.

Tutto o quasi in mano ai privati, alle grasse compagnie d’assicurazione dove i poveracci, i tanti homeless e non solo, non possono avere lontanamente accesso.

Passiamo all’Italia. Che dopo la riforma della sanità costruita con passione politica – quella vera – da Tina Anselmi, nei decenni successivi non solo ha pensato bene di smantellare pezzo dopo pezzo quanto nei primi anni costruito, ma di piazzare bombe scientifiche alle basi di quel grande edificio pubblico.

Via assistenzialismo, via clientelismo, via predazione di risorse pubbliche, via assalti sempre più massicci e continui alle casse dello stato. A tutto vantaggio dei ras privati, di cliniche degli amici, di centri dei parenti o affini, di combriccole & cosche sempre più agguerrite e fameliche. Tanto che quello della sanità – nei bilanci delle Regioni – è stato regolarmente il bottino più succulento e più ricercato.

Torniamo allora a bomba.

Si diceva a fine anni ’60. “Il peggior socialismo è sempre migliore del miglior capitalismo”.

E’ una realtà che oggi leggiamo e possiamo constatare più che mai.

Il capitalismo collassa ai tempi del coronavirus, e già in precedenza c’erano segnali che solo i ciechi potevano non vedere.

Ma ora implode, dall’Europa agli Usa, dove vengono a galla tutte le responsabilità, i tagli al pubblico per placare i famelici appetiti privati. Il taglio ai posti letto, da noi diminuiti di un quarto nell’ultimo decennio; la drastica diminuzione, nello stesso periodo, dei posti di terapia intensiva, delle spese sanitarie in quanto tali, sul fronte di ogni prodotto, dalle mascherine alle tute ai guanti fino ai bisturi.

E’ il Capitale che, oggi, mostra in pieno la sua faccia sanguinante da Carnefice. Solo chi non vuol vedere non vede.

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