Coronavirus – Ecco perché gli extracomunitari sono immuni. Parla Giulio Tarro

Il professor Giulio Tarro

Oltre 5 milioni di stranieri residenti in Italia. Per la precisione, al 1° gennaio 2019 sono 5.255.503 e rappresentano l’8,7% della popolazione residente.

In particolare, per quanto riguarda gli extracomunitari, gli africani censiti sono 1.140.012; gli asiatici 1.092.840 di cui 299.283 cinesi (anche se l’esperienza comune indica una presenza stanziale di cinesi almeno tre volte superiore).

Eppure, nell’ecatombe che si registra nei nostri ospedali, fra ricoverati, segnalati, intubati e deceduti, non esiste alcun cittadino extracomunitario.

Il dato, agghiacciante, meritava di essere interpretato, spiegato. E a nessun altro potevano rivolgere le domande se non al professor Giulio Tarro, allievo di Sabin e due volte candidato al Nobel. Ecco le sue risposte.

 

 

Professor Tarro sembra che in Italia, a parte la coppia di turisti cinesi arrivati 10 giorni prima da Wuhan, non ci siano poi stati né ci siano attualmente cinesi ricoverati nei nostri ospedali. Le risulta?

Effettivamente è così.

 

A questo proposito, risulterebbe che nei nostri ospedali siano ricoverati e siano deceduti solo cittadini italiani. In altre parole, non risulterebbe ricoverato negli ospedali italiani nessuno fra i circa 2 milioni di extracomunitari asiatici o africani residenti nel nostro Paese.   E’ questo il dato? E se è corretto, come lo spiega la comunità scientifica?

Dai dettagli delle cartelle cliniche degli attuali ricoverati ,come per altro da quelli dimessi guariti e purtroppo dalle vittime, non sembra che vi sia alcun straniero nel senso di un extracomunitario. Sembra che questi soggetti, che per alcuni comuni del nord sono addirittura la maggioranza, possono avere una normale sindrome similinfluenzale (da coronavirus) senza che si sviluppi alcuna criticità. Sembra che si comportino come i bambini italiani che non si ammalano di polmonite perché sono vaccinati contro la turbercolosi, vaccinazione che dura per un ventennio. Dopo il ventennio cominciano ad ammalarsi di tubercolosi come adesso di COVID-19. Gli extracomunitari sono tutti coperti da vaccino della tubercolosi che fa parte di un protocollo di copertura previsto dalle ASL.

 

La professoressa Italia Capua qualche giorno fa ha avanzato per prima un quesito chiave: esiste, e quale può essere, il fattore in grado di far salire vertiginosamente ricoveri e mortalità delle città di Bergamo e Brescia? Lei da scienziato ha fatto delle ipotesi?

Sembra che la vaccinazione antinfluenzale favorisca l’infezione da coronavirus, addirittura maggiore del 36% come comunicato da uno studio militare americano: https://www.disabledveterans.org/2020/03/11/flu-vaccine-increases-coronavirus-risk/. D’altra parte dal momento che vi è stata una recente emergente meningite sono state vaccinate 34000 persone tra Brescia e Bergamo. Vi è stato uno studio di studiosi olandesi pubblicato da un giornale scientifico dell’Università di Cambridge in cui sia la malattia meningococcica che pneumociccica sono stati associati con l’attività dei virus influenzali e di quello respiratorio sinciziale. L’Istituto Superiore della Sanità ha affermato di recente che sono pochi i morti per il coronavirus ed invece la maggior parte per altre patologie (cardiocircolatorie, tumorali, diabete, eccetera).

 

Sotto il profilo genetico e in linea teorica, esiste la possibilità che alcuni virus colpiscano solo determinate etnie, quindi con patrimonio genetico analogo, lasciandone immuni altre?

I virus non hanno pregiudizi né di sesso, né di censo, né di etnia.  Circa il 90% delle persone infette dal Mycobacterium tuberculosis ha un’infezione TBC asintomatica (chiamata anche LTBCI, da latent tuberculsis infection), e solamente il 10% di possibilità nella vita che un’infezione latente si sviluppi in TBC. L’infezione tubercolare inizia quando i micobatteri raggiungono gli alveoli polmonari, dove attaccano e si replicano all’interno dei macrofagi alveolari. Il sito primario di infezione nei polmoni è chiamato focolaio di Ghon. I batteri vengono raccolti dalle cellule dendritiche, che non permettono la loro replicazione ma che possono trasportare i bacilli ai linfonodi mediastinici locali.  La lesione primitiva del mycrobacterium accompagnata da adenopatia satellite rappresenta il “complesso primario”, in cui i bacilli rimangono murati senza dare luogo a manifestazioni cliniche, ma possono riprendere la loro attività patologica e diffondersi nell’ organismo soprattutto in seguito ad un immunodeficit dell’ individuo.  Durante le Guerre Mondiali erano le Truppe di colore ad essere falcidiate dalla Tubercolosi dei Bianchi e non viceversa. Ovviamente poteva anche essere che di ritorno un bianco defedato, senza cibo adeguato, stressato per la guerra potesse a sua volta contrarla dagli stranieri ma la norma era che i soldati “di colore” la contraevano dai bianchi.

 

Sempre in linea teorica, è possibile modificare in laboratorio un agente patogeno su base etnica?

Un racconto pubblicato nel 2015 da The Scientist su un nuovo coronavirus, venuto fuori da un esperimento di laboratorio con l’ingegneria genetica che ha unito un coronavirus normale ad un coronavirus della SARS, fornisce credito alla possibilità che l’attuale epidemia originata nella città cinese di Wuhan (dicembre 2019, gennaio 2020) sia nata in laboratorio, senza un minimo di probabilità che questa sia la verità.  Se poi vogliamo ipotizzare che il virus sia stato diffuso per un maldestro spargimento dal centro di ricerca batteriologica di Wuhan (tecnico o ricercatore contagiato a sua insaputa), allora possiamo temere maggiormente sulla globalizzazione dell’agente infettante per i motivi prima riportati. In ogni caso, essere in grado di identificare le sorgenti d’infezione rapidamente ed accuratamente presenta importanti implicazioni per proteggere l’ambiente e monitorare potenziali agenti patogeni. Il controllo appropriato delle infezioni virali dipenderà dalla giusta scelta delle norme sanitarie da parte delle autorità preposte e dalla regolamentazione di effettivi parametri virali: ciò permetterà lo sviluppo di sistemi di sorveglianza con cui monitorare e ridurre più efficacemente le malattie virali conosciute e forse anche prevenire quelle emergenti.

 

 


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