BASTA TEST ANIMALI, IL CORPO UMANO SI STUDIA SU UN CHIP!

I metodi alternativi sono il futuro della ricerca, a dirlo non sono le associazioni animaliste, ma la legge e il mondo scientifico internazionale. L’ennesima conferma, infatti, arriva dal Wyss Institute for Biologically Inspired Engineering di Harvard dove è stato sviluppato il primo modello umano di “Organ-on-a-Chip” (Organ Chip) del polmone, che ricapitola la fisiologia e la fisiopatologia a livello di organi umani con alta fedeltà, come riportato nella rivista Science.

Dunque, il corpo umano si può studiare grazie a “mini organi”: cuore, cervello, fegato, polmoni, reni, intestino, midollo osseo grandi come un chip, che interagiscono come nel corpo vivente.

Già nel 2012 il Wyss Institute dell’Università di Harvard aveva stipulato un accordo di cooperazione del valore di 37 milioni di dollari con la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) per lo sviluppo di uno strumento automatizzato che integra 10 organi umani su chip, al fine di studiare la complessa fisiologia umana al di fuori del corpo. Dati che fanno capire l’interesse economico legato al mondo delle nuove tecnologie senza animali, business nel quale l’Italia è tagliata fuori perché ancora troppo vincolata al modello animale.

Ricordiamo le parole di chi è dovuto andare all’estero per imparare e applicare i modelli alternativi, perché nel nostro Paese viviamo un profondo gap culturale che utilizza e uccide più di 500.000 animali all’anno, a discapito di una seria e concreta formazione universitaria, come testimoniano le recenti affermazioni di Cinzia Silvestri che da anni lavora in Olanda e sviluppa “avatar” di organi umani composti da micro-chip e cellule umane:

“per sviluppare un singolo farmaco bisogna attraversare varie procedure, dai test di laboratorio in vitro ai modelli animali fino ai pazienti o volontari umani. Un iter che richiede 13 anni e 2,3 miliardi di euro per ottenere un singolo farmaco che un giorno potrebbe comunque essere ritirato dal mercato. La nostra tecnologia migliora questo ciclo: essendo più fisiologico dei test in laboratorio o sugli animali, dà risultati migliori, e riduce il tempo di sviluppo di un farmaco e i suoi costi. Ad oggi il 94% dei farmaci sviluppati fallisce nel momento in cui si passa dai test sugli animali ai trial clinici sugli esseri umani, perché gli animali non sono abbastanza simili all’uomo. Nel nostro istituto siamo quasi tutti italiani – continua Silvestri – ed è un peccato pensare che la maggior parte sono andati all’estero per cercare opportunità migliori, quando in realtà non c’è nulla che non avremmo potuto fare anche in Italia”.

Sostenere le alternative non è solo una battaglia per salvare la vita a milioni di animali, ma un’opportunità per vedere una scienza utile ed efficace che dia un futuro ai giovani ricercatori e una concreta speranza per i malati che aspettano una cura.

Michela Kuan
Area ricerca senza animali

 

Fonte: Ufficio stampa LAV

https://www.lav.it/campagne/curiamoli-tutti

 


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