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Un governo sotto ricatto è molto simile a un’aquila con le ali tarpate.  Può zompettare a terra, non di più, perché volare gli è impedito dalla determinante menomazione. Il nesso con l’impasse dell’esecutivo demostellato calza a pennello e ha origine nell’incipit della svolta politica giallorossa, strutturata per mandare fuori campo il sovranismo razzista di Salvini, l’insorgere di tentazioni, mai dismesse completamente,  di riesumare il regime del ‘Ventennio’ fascista. In  versione aggiornata e parzialmente  sovrapponibile alle ragioni del divorzio 5Stelle-Lega, il difficile parto dell’alleanza Di Maio-Zingaretti  è avvenuto con il trauma del taglio cesareo,  richiesto da una fase di travaglio ‘contro natura’ e da un concepimento tra  promessi sposi  alle prese con la impervia ricerca delle rispettive identità: il grillismo, squassato dalla convivenza per nulla pacifica delle sue fazioni di sinistra, centro e destra, tenute inizialmente insieme dalla suggestione di movimento antipartitico, della finta ‘decidono i cittadini’, dell’illusorio ‘onestà, onestà’, ognuna delusa dalla inettitudine complessiva dei  vertici e dall’egocentrismo del Di Maio dilettante allo sbaraglio, accusato di aver ghigliottinato il consenso elettorale ottenuto dal voto del ‘miracoloso’ 2018. C’è precarietà in casa Dem, nell’ambito politico dei nuovi soci del governo giallorosso reduci dal disastro politico di un suo leader, temporaneamente in auge per aver calamitato senza troppi distinguo le aspettative del dopo Bersani e delle componenti prive di rappresentanza del mix di moderati ex Dc  e centristi a vario titolo. L’ascesa al trono dell’abilissimo affabulatore Renzi  non è stata indolore. Grandi bordate di ‘fuoco amico’ hanno  rottamato  a go-gò  il vecchio establishment e non solo (uno per tutti Letta), ma alla prima prova del fuoco (referendum) il renzismo si è sgretolato clamorosamente e ha infilato il Pd nel tunnel buio di un mezzo default.  Per storici errori della classe dirigente post Berlinguer, il disorientato Nazareno ha scoperto di aver trascurato completamente il compito, fondamentale nel tempo dell’apparire, di essere rappresentati dal carisma di un super leader. IL tema dell’affidamento del dopo Renzi ha esplorato a fatica il le qualità potenziale di protagonisti che stazionavano a metà classifica nel difficile campionato del consenso e non si è trovato di meglio che sdoppiare ruoli e responsabilità politiche di Zingaretti, governatore del Lazio e neo segretario del Pd. Un contemporaneo, macroscopico errore del nascente governo demostellato, ha consentito di lasciare all’agonizzante Renzi il proscenio della politica, attribuendogli il merito di aver favorito il Conte bis. Di qui la strategia sofisticata dell’ex premier che si è appuntato in petto la medaglia di salvatore della patria e ha messo in opera il replay della vocazione alla vendetta, condita da abilità nel contrattare il sostegno all’esecutivo demostellato. Renzi ha incamerato per i suoi due ministeri del nuovo governo e in contiguità con precedenti ‘patriottici’ (Forza Italia, Fratelli d’Italia) ha partorito Italia Viva. Il gioco duro è stato subito esplicito: il  machiavellismo renziano gioca su due tavoli, l’uno opposto dell’altro. Ottimizza il ruolo di sostegno alla maggioranza e agisce come fosse opposizione, predica il bene di tenere i piedi l’esecutivo, ma spara ad altezza uomo su Conte, reo di guidare la graduatoria del consenso, come raccontano da tempo i sondaggisti. A caccia di visibilità, nel tentativo di agguantare la fatidica percentuale del 5 percento, quasi certamente il  minimo per avere rappresentanza nel prossimo Parlamento, minaccia e promette, frena il percorso operativo del governo e così offre argomenti probanti alle opposizioni. Che fare? Per ragioni di prudenza tattica Dem e 5Stelle smentiscono di aver avviato la ricerca di alternative a Italia Viva: fingere di crederci è lecito, crederci davvero è ingenuo. Se l’esplorazione del pianeta in cui si muove con disinvoltura il protagonismo dei parlamentari dovesse proporre davvero soluzioni ‘numeriche’ a garanzia di una maggioranza inedita, per grillini e dem  si prospetterebbe l’opportunità, da non perdere, di mettere al sicuro la durata della legislatura, di procedere a passo di carica nel tradurre in atti concreti le intenzioni programmatiche e di sottrarre alla destra argomenti di contestazione sull’efficienza del governo in carica. La ricerca non è certamente agevole ed è condizionata dal rischio di imbarcare parlamentari di aree ‘indistinte’, che potrebbero introdurre promiscuità inadeguate, scelte opportuniste incongrue. Di sicuro c’è che rimanere passivamente sotto la spada di Damocle dei ricatti accrescerebbe  in dimensioni  preoccupanti il rischio di alimentare l’obiettivo della destra di decapitare l’esecutivo Conte, andare al voto e rimettere in gioco Salvini, l’agonizzante Berlusconi, la borgatara Meloni.

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