SCORTE BOLLENTI / L’ESERCITO DEI MINACCIATI TAROCCATI

Scorta, tema bollente del giorno. Dopo le invettive di Matteo Salvini a Roberto Saviano e le polemiche al calor bianco scatenatesi nei giorni seguenti, tornano sull’argomento Affari Italiani e soprattutto il Fatto quotidiano, che dedica un’apertura di copertina e una paginata al tema, firmata da Alessandro Mantovani.

Un lungo elenco di nani e ballerine della prima repubblica, in modo particolare. Si parte dalle lamentele di Maurizio Gasparri che ora può comunque godere – non si sa bene a quale titolo visto l’incarico non proprio a rischio vita – di un “livello 3” di scorta, ossia un’auto blindata. Sarà dotata di vetri anti sputazza, come dicono a Roma?

Roberto Saviano, Sopra Matteo Salvini e a destra Antonio Ingroia

Seguono a raffica le litanie della beneventana Nunzia Di Girolamo, che con ogni probabilità teme gli orchi di ritorno la sera tra le foreste sannite (ma non la protegge già il maritino Pd Francesco Boccia?).

E’ la volta quindi dell’avellinese Gianfranco Rotondi, il signor nessuno che sarebbe stato una inesauribile fonte d’ispirazione per il mitico Fortebraccio: non può temere neanche per la sua ombra.

 

IL CASO DEL PM-AVVOCATO-MANAGER-POLITICO INGROIA

Quindi arriviamo a uno dei casi bollenti, quello di Antonino Ingroia. Così scrive Mantovani: “All’ex pm di Palermo che indagò sulla Trattativa Stato-Mafia, oggi avvocato, manager e politico la scorta l’hanno levata un paio di mesi fa, dopo che il dispositivo era passato da livello 2 (2 auto blindate) a livello 4”. E aggiunge: “Lo hanno deciso la Prefettura e Questura interessate, Palermo in primis”.

Nunzia Di Girolamo

Gianfranco Rotondi

Sorge a questo punto spontanea la domanda: Ingroia fino a quel momento aveva goduto di una scorta come ex pm, come avvocato in servizio, come manager oppure come politico? Esiste forse una fattispecie di scorta “plutimotivo”?

Prosegue Mantovani. “Per Ingroia, dopo che il suo ex collega Nino Di Matteo aveva sollevato il caso, c’è anche una petizione promossa dell’europarlamentare Barbara Spinelli, alla quale hanno aderito Giancarlo Caselli e Piero Grasso (arieccoli, per dar segni di vita, ndr), i vertici de il Fatto quotidiano. L’ex magistrato ha comunque chiesto un supplemento di istruttoria e comunque la stanno facendo”.

Un tema sempre bollente, quello delle scorte. Lo era anche nove anni fa, e ad accendere le polemiche era stato il caso Saviano. Quasi dieci anni fa, a novembre 2009 la Voce dedicò alla questione una cover story che può essere utile rileggere per sommi capi anche oggi, per capire più in profondità la ‘logica’, lo ‘spirito’ che porta al caso “scorte”. Tante volte più che giustificato, per le minacce e intimidazioni subite da magistrati o giornalisti di frontiera in terre dove dominano le mafie; altre volte meno, per via di una corsa ad una sorta di ‘status symbol’.

Raccontò all’epoca un magistrato della Dda partenopea: “non sa le guerre che si scatenano per ottenere la scorta, caso mai anche se non ne hai quell’impellente bisogno. E figurarsi cosa può scatenarsi tra personaggi, certo non solo magistrati, che vedono nella scorte il raggiungimento di un vero e proprio status symbol. Come mai, lui ce l’ha e io no?”.

Ai confini della realtà.

 

Rosaria Capacchione

“MI FACCIO LA SCORTA”, GIA’ 10 ANNI FA

In quel numero di novembre 2009 titolato “Mi faccio la scorta”, infatti faceva già capolino il nome dell’autore di Gomorra (che aveva scritto appena un anno prima), Saviano.

Ecco l’incipit dell’articolo: “A chi la scorta? A noi! Il grido proviene dai tanti vip che sempre più numerosi accedono ai benefici della vigilanza armata non stop a spese dello Stato, quella famosa ‘vita blindata’ che li fa sentire tanto eroi, oltre ad attribuire uno status unico in seno alla società e ad agli assetti istituzionali. Ma quanti sono davvero, fra i molti ‘protetti’ da leggendari angeli custodi in nome della legge, a poter tranquillamente, in realtà, fare a meno di quell’immaginifico sistema di scorta? E non saranno magari proprio coloro che se le prendono sempre ‘con la scorta degli altri?’ Il riferimento, tanto per calarci subito nel caso concreto è alle rece ti notizie rilasciate alle agenzie da un uomo simbolo della ‘scorta a vita’, lui, l’ex commissario nazionale antiracket Tano Grasso.

Continuava la ricostruzione della Voce in quell’inchiesta di novembre 2009. “La polemica risale ad appena un paio di settimane fa, quado il capo della quadra mobile partenopea Vittorio Pisani rivela di aver dato parere negativo allorchè si trattò di assegnare la scorta allo scrittore Roberto Saviano. Grasso non perde tempo e rilancia subito: caro Roberto, attento ai rischi del Gomorrismo. E niente attacchi personali ai boss. Tradotto: se proprio vuoi essere un eroe dell’antimafia, con tanto di protezione a spese dello Stato, vieni a scuola da noi, ti spiegheremo come si fa. Lui lo sa bene, Grasso, che di quella ‘grave limitazione della propria libertà’ (‘ma ci si abitua e, dirò di più, a volta si ha anche il dovere di pagare questo prezzo’, scandisce) non riesce più a fare a meno fin dal lontano 1991”.

La copertina della Voce di novembre 2009

In quello stesso numero della Voce salivano alla ribalta due donne simbolo della lotta alle mafie, una addirittura catapulta in copertina – in tutta la sua roboante rotondezza partenopea – sul celebre magazine statunitense Time (addirittura come Woman of the year!) e poi protagonista di una delle solite fiction a colpi di estorsioni & mitragliette.

Si tratta di Silvana Fucito, di cui allora la Voce scriveva: “Un nome, un mito. Mentre sale da un areo all’altro per partecipare in rappresentanza del FAI (di cui è vicepresidente) alla conferenze organizzare dal Viminale, Fucito non rinuncia a tenere saldamente le redini del suo piccolo-grande impero aziendale. Sotto scorta dal 2002, quando si era ribellata alle estorsioni, oggi l’imprenditrice di San Giovanni a Teduccio detiene saldamente quote delle srl partenopee ‘GA Ricambi e Vernici‘, ‘GSP Generale Sella Paint‘, ‘Coverplast‘, ‘WXA Two‘, oltre alla modenese ‘DamacColor‘”

Negli anni successivi hanno fatto capolino non poche ombre: dai soliti abusi edilizi che a Napoli sono una routine, al ruolo giocato da uno stretto familiare, il quale a quanto pare era dedito ad un mestiere che non troppo ha a che vedere con il severo contrasto alle camorre, ossia l’usura. Ormai nebbie del passato.

 

LADY ANTIFAMFIA

Un’altra storia, invece, porta alla ribalda la Wonder Woman dell’Antimafia, al secolo Rosaria Capacchione, sotto scorta da dieci anni esatti (lo start è nel 2008) per le minacce ricevute nel corso del processo Spartacus dai boss e anche dal loro legale (stesso copione per Saviano). Parlamentare eletta fra le fila del Pd, acclamato membro della Commissione Antimafia, la vita della senatrice Capacchione – lo ha documentato più volte la Voce – è costellata da luci e ombre.

Paladina dell’anticamorra, schierata in prima linea contro alcuni clan di Marcianise e Terra di Lavoro, per avere le carte del tutto in regola e agire in piena trasparenza dovrebbe rispondere quanto meno ad alcuni interrogativi.

Quali sono – ad oggi – i rapporti con il fratello Salvatore Capacchione, plurindagato da varie procure (ultima in ordine di tempo quella di Santa Maria Capua Vetere) per scandali edilizi, riciclaggio e con il quale è intercorso non solo, of course, un più che fisiologico sodalizio parentale, ma sono anche intercorsi pingui scambi di bonifici negli anni passati. La Guardai di Finanza, e in particolare il maggiore Vittorio Capriello, passò ai raggi la situazione del fratello Salvatore e anche legami d’affari tra i due fratelli. E’ in grado – l’autorevole componente dell’Antimafia – di fornire un aggiornamento su tale ingarbugliata situazione?

Secondo quesito. Per svariate questioni legali la Capacchione si è rivolta allo studio dell’avvocato Vittorio Giaquinto. Il quale, a sua volta, tutela gli interessi del clan Belforte, uno dei più potenti nell’area di Marcianise. Le sembra opportuno, visto i prestigiosi incarichi ricoperti in nome di legalità e trasparenza? E soprattutto dei cittadini?


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