GINO BARTALI / IL NOSTRO SCHINDLER, PER LA PENNA DI OLIVIERO BEHA

Un vero Schindler che mai ha voluto far parlare delle sue vere imprese. Un eroe discreto, di poche parole, capace di rischiare la vita per salvare, giorno per giorno, durante la guerra, decine e decine di ebrei, a quanto pare addirittura 800. Una vita eccezionale, coronata da successi sportivi ma non da potere e denaro. Infatti morì quasi in povertà, come un seguace di Francesco, da autentico cristiano.

E’ la storia di Gino Bartali, da sempre il “dio minore” di Fausto Coppi, il Ginettaccio, secondo cui “gli è tutto da rifare”. E aveva ragione. Perchè il mondo è capovolto e invece lui, da toscano sanguigno, sapeva in che direzione camminare, verso quale cima correre: “Un cuore in fuga”, proprio come il titolo dello stupendo libro di Oliviero Beha (Piemme edizioni), in cui “le tessere del mosaico prendono luce l’una dall’altra e solo giustapponendole prepotentemente illuminano sullo sfondo un uomo che ha avuto all’evidenza, fatti alla mano e non chiacchiere o mitologie, pochi uguali”.

La copertina del libro di Oliviero Beha. In apertura Gino Bartali

La copertina del libro di Oliviero Beha. In apertura Gino Bartali

E Beha sarà l’ospite d’onore, il 15 settembre alle ore 20 e 30, del “salone dei Giornalisti e Scrittori” nel Chiostro di San Pietro in Vincoli, sede della facoltà di Ingegneria de “La Sapienza” a Roma. L’evento s’intitola “Bartali contro i genocidi” e rappresenta il momento conclusivo della Manifestazione Arene del Centro Storico, organizzata dal Network Arene di Roma e promossa dal Municipio Roma I Centro. “Il tema della serata – sottolineano gli animatori – sarà la straordinaria opera di salvataggio degli ebrei svolta dal grande campione durante la seconda guerra mondiale, una storia eccezionale e poco conosciuta che si colloca agli antipodi dei genocidi di cui la cronaca ci racconta in questi tempi imbarbariti. Verranno proiettati – aggiungono – video significativi delle persecuzioni che ancora oggi vedono vittime inermi cristiani, armeni, etnie africane”.

Ecco alcune frasi di Beha che fanno correre i brividi. “C’è un solo uomo ‘al comando di se stesso’ che pedala lungo la via di Assisi. Non è un pellegrino, benchè abbia fede. Non è un semplice ciclista, per il suo ‘naso triste come una salita’ è stato per anni l’incarnazione stessa del ciclismo. Ma questa volta Gino Bartali non corre per nessuna coppa, per nessun titolo. Siamo nell’inverno del 1943 e combatte la sua guerra. Corre per salvare vite umane. Dopi i fasti del Giro e del Tour, conquistati contro il Regime, è iniziata tutta un’altra storia anche per lui. Una storia di coraggio e orrore, di eroismo e follia”.

E ancora: “Mentre le leggi razziali vengono applicate con brutalità in Europa, circa quindicimila ebrei raggiungono l’Italia per trovare rifugio. E’ allora che il campione diventa una sorta di staffetta al servizio della rete clandestina Delasem (Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei, ndr). ‘Se ti scoprono ti fucilano’, gli dice il Cardinale Dalla Costa nell’affidargli l’incarico. Ma Gino non si ferma, finge di allenarsi e in realtà trasporta documenti falsi, celati nei tubi del sellino e del manubrio. Migliaia di chilometri percorsi avanti e indietro da Firenze, per consegnare nuove identità alle famiglie ricercate con feroce determinazione dai fascisti della repubblica sociale e dai nazisti. Sono più di ottocento gli ebrei che hanno avuto salva la vita grazie al valore silenzioso di un grande del novecento”.

Ecco alcuni passaggi tratti dal primo capitolo.

“Erano mesi e mesi che Gino pistava sulle strade toscane e umbre, latore dei documenti contraffatti ma anche di informazioni preziose sugli spostamenti di tedeschi e repubblichini. E quando poteve reperiva cibo per i più deboli, i ‘poveracci’, nella fame dilagante”.

Oliviero Beha. In basso, l'invito alla presentazione del 15 settembre

Oliviero Beha. In basso, l’invito alla presentazione del 15 settembre

A proposito di un interrogatorio che subì nella lugubre Villa Trieste, luogo di torture, finte esecuzioni e altri orrori del genere. “Così rimuginava Gino, ancora tosto e forte mentre veniva incorporato in quell’edificio tetro che risuonava delle urla strazianti dei torturati in interrogatori quasi sempre subumani, con la colonna sonora di un frate benedettino vocato alle canzoni napoletane e all’Incompiuta di Schubert: era lì a suonare perchè la musica sopraffacesse le urla come il Male ottundeva il Bene…”. (…) “Era un film dell’orrore: sigarette spente in faccia, timpani perforati con un pugnale, liquidi bollenti rovesciati nelle gole di chi doveva parlare. Il giorno si mutò presumibilmente nella notte anche se la differenza di luce in quelle celle era infinitesimale. Passò un altro giorno. Per cercare di mantenersi calmo Gino si distrasse più e più volte dalla sua missione di corriere degli ebrei (se non ci pensava, era più semplice rimuoverla ed evitare che gli scappasse detto qualcosa così, per sbaglio) e ripercorse la sua vita, anno per anno, luogo per luogo, episodio per episodio, corsa per corsa. ‘Ho sempre sentito dire, a maggior ragione in questi tempi in cui la vita non costa niente, è appesa a un filo, al caso, agli umori degli altri, momenti in cui si spara facile, per odio, per vendetta, dicerie, maldicenze, fanatismo ideologico… ho sempre sentito dire che di fronte a un plotone di esecuzione in quei secondi che corrono tra il puntare e il fare fuoco il condannato rivede tutta la sua vita…. io lo sto facendo con più calma, tentando di padroneggiare il terrore, guardando con fiducia al fatto che posso cavarmela per continuare ad aiutare gli altri, per una giusta causa…’”.

Poi, passando a tanti anni dopo. “Sortisce un effetto stordente fare un salto in avanti di mezzo secolo: dall’immaginare il Bartali trentenne agente segreto in bici, per il quale si raduna la folla scombiccherata e dolente alla stazione di Terontola e si confondono repubblichini e ss, al ricordare poi il Bartali quasi ottantenne di Striscia la Notizia, soprattutto per il suo toccante backstage. Mi racconta l’autore del programma più longevo e famoso delle reti Mediaset, Antonio Ricci, che nelle due settimane di registrazione Gino arrivava assai presto in studio con la moglie Adriana (scomparsa il 1 marzo 2014 a 95 anni), con la quale si scambiava occhiate commoventi, e a quel punto e per tutta la giornata, eccezion fatta per il tempo della registrazione vera e propria, succedeva come alla stazione di Terontola, quasi cinquant’anni prima: arrivavano in processione ininterrotta da tutti gli studi e le redazioni incuriositi e poi subito affascinati per vederlo e fargli domande cui non si stancava mai di rispondere, ‘irradiando una serenità e uno spessore umano da far invidia a un padre Pio’”.

Ancora, un paio di flash, per ricostruire la figura del Ginettaccio che detestava forme, apparenze, ritualità, ufficialità. E soprattutto ogni forma di violenza, di sopruso e tutte le arroganze del Potere. “Nel dopoguerra – ricorda Beha – proposero sia a Bartali che a Coppi un seggio. Per Gino sarebbe stata una svolta economica. Rifiutò. Disse che preferiva di no, come Bartleby, lo scrivano di Melville. Per Gino, Fausto era un perfetto democristiano, mentre lui semplicemente un cristiano”.

“Bartali era il peggior nemico dell’ingiustizia. E soprattutto non sopportava il Potere. Si stupì sempre che quelli che montavano l’orbace prima, sarebbero stati quelli in grisaglia di dopo”.

Gli è proprio tutto da rifare…

 

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