DIRITTO DI CRONACA / SEMPRE PIU’ CARTA STRACCIA, PER IL CONSIGLIO DI STATO

Secondo le ultime rilevazioni stazioniamo intorno al settantesimo posto della hit internazionale per la “libertà d’informazione”, in coda al gruppone di alcuni paesi africani, a ruota il Burkina Faso.

Da oggi facciamo un deciso balzo in avanti per raggiungere la centesima posizione, da guinness.

O da Gambero rosso, un autentico primato per il (non) giornalismo di casa nostra. Consapevole ormai del suo destino di comodo involucro per cozze e calamari, nella migliore delle ipotesi. Altrimenti per tamponare acque di scarico, asciugare pipì, appallottolare cacche.

L’irresistibile, acrobatico ruzzolone di un ufo chiamato informazione viene festeggiato con una fresca sentenza ferragostana, partorita dal Consiglio di Stato: per la precisione dalla sua quarta sezione giurisdizionale, presieduta dall’ex ministro montiano per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.

Tutto parte da una richiesta avanzata da Guido Romeo, giornalista del sito Wired, al ministero del Tesoro: ricevere informazioni sul contenuto dei contratti di 13 prodotti finanziari, i “derivati”, in quel caso sottoscritti tra il nostro Stato e alcuni istituto di credito internazionali. La normale richiesta faceva riferimento alla legge 241 del 1990, sulla trasparenza degli atti. Il ministero se ne frega, non risponde. Da qui la denuncia di Romeo al Tar. Che non solo gli dà torto nel merito, ma lo condanna anche alle spese di giudizio.

Giudizio adesso ribadito dal Consiglio di Stato, che motiva abbondantemente il diniego e dà una serie di frustate a quei pochi brandelli di giornalismo ancora rimasti – sempre più inermi – sul campo.

In primo luogo, sono pienamente legittimi i timori ministeriali, ossia i “danni” che il Tesoro avrebbe potuto patire in seguito alla conoscenza di quei contratti, e soprattutto di quei contenuti: come dire, le notizie devono restare coperte, avvolte nel mistero, per poter meglio fottere, gabbare e svaligiare i cittadini dei loro risparmi: altrimenti che gusto c’è?

In secondo luogo, dal Consiglio arriva non un consiglio, ma un ordine, una direttiva per il futuro: non esiste alcun diritto da parte dei mezzi di informazione in base al quale accampare pretese per venire a conoscenza di atti e documenti che possono e devono rimanere coperti, tutelati dalla più stretta privacy: i soldi, i risparmi dei cittadini, la loro gestione, sono e restano un fatto privato, come succede tra usuraio e usurato, tra camorrista e vittima, guappo e minacciato. Solo che tutto viene fatto in guanti gialli e da colletti bianchi: almeno i delinquenti comuni e anche organizzati un minimo di rischio lo corrono. Qui no: tutto difeso per “legge”, con tanto di codici e pandette al seguito.

E se un giornalista intende ‘sgarrare’? Caso mai rivelare traffici & manovre ai danni dei cittadini, dei risparmiatori? Va punito. Multato. Sanzionato. Condannato. I talebani, a questo punto, sono dei lord inglesi.

Ma ecco, fior tra fiore, alcuni boccioli appena generati dalle Menti della quarta sezione del Consiglio, direttore d’orchestra Patroni Griffi (nipote, fra l’altro, dell’ottimo regista napoletano d’un tempo).

In apertura Filippo Patroni Griffi

In apertura Filippo Patroni Griffi

Non esiste “un unico e globale diritto soggettivo di accesso agli atti e documenti in possesso dei pubblici poteri”, bensì “un insieme di diversificati sistemi di garanzia per la trasparenza”, non azionabili attraverso “la mera curiosità del dato”, ma sottoposti “alla rigorosa disamina della posizione legittimante del richiedente”. Nebbie kafkiane a parte, sembra di capire che occorre essere direttamente e specificamente interessati alla questione per aver la remota speranza di uno spiraglio di luce. Se il risparmiatore truffato? Forse dopo anni, a cose fatte, saprai della fregatura. Qualcuno osa far luce prima? Capirci qualcosa tra quei contratti truffa? Neanche per sogno. “Do non disturb”, non disturbate i manovratori, stanno lavorando per saccheggiare le vostre tasche e quindi per favore non distraeteli con quisquilie e pinzellacchere.

Dettaglia ancora, il Consiglio, a proposito di chi ha un lontano, remoto diritto a una parvenza di informazione: il richiedente – è l’illuminato parere – deve “dimostrare un proprio e personale interesse (non di terzi, non della collettività) a conoscere gli atti e i documenti richiesti”. Sacrosanta la precisazione anti-ficcanaso, quei criminali dei (pochi ormai) giornalisti che cercano di cavar notizie negli oceani di trucchi & tarocchi. L’interesse, viene acutamente spiegato, deriva dall’essere parte “in un procedimento amministrativo o il doversi difendere in un giudizio” (ci mancherebbe fosse negato il più elementare diritto previsto anche nelle più ruspanti tribù).

Il diritto di cronaca, infatti, non basta, non è neanche lontanamente sufficiente: “è il presupposto fattuale del diritto ad essere informati, ma non è di per sé solo la posizione che legittima chi chiede l’accesso”. Erdogan sarebbe stato certo più garantista.

Qualcuno fa notare che in Europa è stata varata, quasi vent’anni fa, una direttiva, la 2003 del 1998, che indica il percorso per “una compiuta evoluzione verso una società dell’informazione e della conoscenza”.

Stupidaggini, fa capire il Consiglio, sciocchezze alla quali forse si dedicavano Altiero Spinelli & friends durante le vacanze a Ventotene. Quella direttiva della comunità europea – spiegano i Soloni del Consiglio – era niente altro che aria fritta, pura “enfasi”, che non esclude certo “regimi nazionali che possano delimitare l’accesso anche con riferimento alla titolarità di una posizione legittimante”.

Regimi. Sì, proprio regimi. Come babbo Renzi vuol ancor più con il suo SI autunnale.


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