SCENEGGIATA A PALERMO / ASSOLTO MORI PER PROVENZANO, SI PARTE CON SANTAPAOLA PER ULTIMO

La solita sceneggiata della giustizia di casa nostra. “Opacità”, “errori”, “ritardi”, “scelte operative discutibili”: insomma fatti gravi sotto il profilo professionale, deontologico, morale e via di questo passo ma “penalmente non rilevanti”. Così viene assolto “perchè il fatto non costituisce reato” l’ex capo del Ros Mario Mori al processo di Palermo per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. Il perfetto bis del processo gemello, con esito identico, per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. Ma volete un tris? E’ pronto in tavola: il mega processo per la trattativa “Stato-Mafia” basato anche su questi due “cardini” che venuti a mancare decreteranno il flop di quel procedimento in vita da anni: identico “copione” del bacio di Andreotti a Totò Riina per la direzione, un tempo, di Giancarlo Caselli. E per caso cercate il poker? Basta solo aspettare: perchè sta per andare in onda un altro tempo della sceneggiata, ossia la mancata cattura – tanto per cambiare – di un altro boss, Nitto Santapaola, che vede in pista il solito “eroe” acchiappamafiosi, il braccio destro di Mori, ovvero Sergio De Caprio, il capitano Ultimo.

Bernardo Provenzano. In apertura il generale Mario Mori

Bernardo Provenzano. In apertura il generale Mario Mori

E cominciamo proprio da questa coda “al veleno” del processo per la mancata cattura di Provenzano. Scrive il mafiologo del Corsera Giovanni Bianconi: “con il verdetto di ieri (19 maggio 2016, ndr), la corte d’appello ha trasmesso alla Procura le testimonianze di sei carabinieri (tra cui l’ex ‘capitano Ultimo’ che guidò l’arresto di Riina) ‘per le valutazioni in ordine alla sussistenza del reato di falsa testimonianza’”. Vai a capire di che si tratta. Qualche ragguaglio in più dal meno criptico resoconto di Repubblica firmato da Attilio Bolzoni, che individua un paio di contraddizioni nella fresca sentenza di Palermo: “la seconda contraddizione – scrive Bolzoni – affiora dalla trasmissione degli atti ai pubblici ministeri delle deposizioni di sei carabinieri – uno dei quali è il colonnello Sergio De Caprio, il famoso Ultimo dell’ancora indecifrabile cattura di Riina – per valutare se abbiano commesso falsa testimonianza su un episodio accaduto nel 1993 in provincia di Messina, a Terme Vigilatore. Lì, Ultimo e gli altri carabinieri avrebbero – secondo l’accusa – sparato contro un passante per far fuggire il boss di Catania Nitto Santapaola. Una ‘coda’ – prosegue nel suo ‘Retroscena’ Bolzoni – delle puntate precedenti. Un’altra inchiesta che parte, forse un altro processo. Dopo la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, ora il mancato arresto di Nitto Santapaola. Al di là delle sentenze questa storia dei latitanti di mafia sembra non finire mai”.

Lo stesso Bolzoni, con l’allora inviato dell’Unità Saverio Lodato, anni fa venne citato in giudizio da Sergio De Caprio per un libro sulla mafia (“C’era una volta la lotta alla mafia”) in cui veniva, fra l’altro, ricostruita la cattura di Riina, compresa la clamorosa mancata perquisizione del covo per la bellezza di due settimane. Il capitano Ultimo, infatti, si sentiva offeso da quanto scritto e, nel corso dell’udienza al processo di Milano, fece esplicito riferimento all’archivio del boss, a un lista di 3.000 nomi: “io non ho mai parlato di una lista con tremila nomi”, si difese. Peccato che – come ricostruì alla Voce l’avvocato Caterina Malavenda, che difendeva i due giornalisti – nel libro non si parlasse nel modo più assoluto di quella circostanza. Un autentico autogol, quello del mitico capitano impersonato nelle fiction da Raul Bova, una vera excusatio non petita. O, se preferite, la classica coda di paglia.

Un archivio molto prezioso, una lista supersegreta e contenente tutti i nomi di politici, imprenditori & colletti bianchi collusi con la mafia. “Se veniva alla luce saltava per aria tutta l’Italia”,

Nitto Santapaola

Nitto Santapaola

osservò la collaboratrice di giustizia Giusy Vitale. Ottimo motivo per “non controllare” quel covo e far in modo che quei documenti potessero continuare ad essere in mani “sicure”, ottimi e abbondanti per qualsiasi ricatto “eccellente”.

Resta quella “assoluzione” per Mori, Ultimo & C., perchè nella vicenda non vennero, ravvisati fatti penalmente rilevanti, anche se il comportamento dei carabinieri di quel Ros era censurabile – come venne sottolineato nella contraddittoria sentenza – sotto tutti i profili. Proprio come adesso con la altrettanto ipercontraddittoria sentenza sulla mancata cattura di Provenzano e un comportamento che i pm – Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio – hanno etichettato come “depistatore”, “ripulitore di prove”, per “fini extraistituzionali”. Ma tutto ciò “non è reato”, o meglio “il reato non sussiste”.

A proposito della sentenza di primo grado del 2013, che si esprimeva in modo identico rispetto all’odierno appello, il procuratore aggiunto di Palermo, Vittorio Teresi, così si espresse: “se fossi un insegnante metterei alla sentenza Mori quattro meno perchè chi l’ha scritta è andato fuori tema”. Commenterebbe anche oggi così, Teresi, il provvedimento di secondo grado? Oppure gli è servita la tirata d’orecchi del Csm che l’ha assolto con un bel buffetto, parlando di “caduta di stile” e sottolineando che il discolo Teresi si è “subito pentito della improvvida dichiarazione?”.

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