Il 3 maggio prossimo si celebra nel mondo la Giornata internazionale della libertà di stampa. Pubblichiamo l’intervista rilasciata ad Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno, da Nils Muiznieks, Commissario per i diritti umani al Consiglio d’Europa. Segnaliamo anche sul sito di Ossigeno il notiziario settimanale in formato PDF.

DI ALBERTO SPAMPINATO

Nils Muiznieks

Nils Muiznieks

“È triste dirlo, ma la libertà di informazione e il diritto di espressione si stanno riducendo in molti paesi. Dobbiamo assolutamente invertire questa tendenza, rafforzare la libertà di stampa, con una visione più ampia e dettagliata del problema e sviluppando iniziative coerenti. Dobbiamo farlo perché la libertà dei media è essenziale per esercitare i diritti. Senza media liberi non ci sono elezioni libere, non c’è libertà”, dice il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, che alla vigilia del World Press Freedom Day, che ricorre il 3 maggio, ha accettato di fare il punto con “Ossigeno per l’Informazione” che lo celebrerà a Roma. Il Commissario parla senza reticenze, dice cosa gli risulta, quali sono le ragioni del suo allarme e cosa occorre fare per fermare questo preoccupante declino.

Nils Muiznieks è un politologo. Ha 52 anni e un faccione rotondo che ispira fiducia. Sorride spesso, ma quando elenca i problemi cambia espressione, il suo sguardo è velato di tristezza. E’ stato un attivista dei diritti civili e poi un ministro del suo paese, la Lettonia, entrata in Europa nel 2004, dopo il disfacimento dell’URSS. Muiznieks ha sensibilità e competenza, ha una visione globale dei problemi della libertà di informazione essendo, dal 2012, il garante e l’osservatore pubblico numero 1 del rispetto della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo nei 47 paesi del Consiglio d’Europa, 28 dei quali fanno parte dell’Unione Europea. In questa veste, Muiznieks si è imposto di dire le cose come stanno, di dirle senza addolcire la pillola, come ha fatto quando l’ho incontrato nel suo ufficio, a Strasburgo, per questa intervista.

“Mi sono imposto di essere uno specchio onesto e sincero di questi problemi, ma le assicuro che non è facile – dice – convincere la gente a guardarsi allo specchio. Non è facile convincere un governo che nel suo paese si avvertono problemi di questo genere e sono quelli che a me risultano. Purtroppo, come ho detto, si avvertono problemi crescenti per la libertà di informazione e per la sicurezza dei giornalisti, in molti paesi. Le ragioni sono diverse da paese a paese, ma il trend è lo stesso. Dal mio punto di osservazione, considerando le violazioni di tutti i diritti fondamentali, vedo che la democrazia sta arretrando in Europa. Sta facendo passi indietro anche nei paesi nei quali sembrava consolidata. La situazione in cui lavorano i giornalisti sta peggiorando in molti paesi: non solo nei Balcani e in Turchia, ma anche in Europa occidentale e in alcuni paesi entrati nell’Unione Europea, nei quali supponevamo che la democrazia ormai fosse consolidata, stabile. Non è così”.

Da cosa le risulta?

Da molte segnalazioni e da ciò che ho potuto verificare durante le missioni svolte per assolvere il mio mandato, in Polonia, in Ungheria, in Bulgaria, come pure in Turchia, a San Marino, in Serbia, in Ucraina, risulta che la situazione è piuttosto brutta. In questi e in altri paesi, e non soltanto in Turchia, in Ucraina, in Crimea, vediamo giornalisti in difficoltà. In Francia c’è stato l’attacco terroristico a Charlie Hebdo. In altri paesi i giornalisti sono attaccati dalle mafie, da politici che non accettano critiche, da uomini d’affari che non vogliono si parli dei loro problemi. La situazione sta peggiorando in molti paesi. Negli ultimi anni in alcuni paesi che da diverso tempo hanno aderito all’Unione Europea il processo democratico ha fatto passi indietro. Intendo dire che non soltanto la libertà di stampa, ma l’intera democrazia ha fatto passi indietro”.

Quali sono le ragioni di questa crisi della libertà di stampa, di quest’arretramento della democrazia?

“Non è facile indicare una ragione precisa. Le ragioni sono diverse per ciascun paese. In Turchia, il paese europeo con più giornalisti in prigione – oltre 30 –  la situazione appare grave e fuori controllo. Migliaia di persone sono accusate di aver diffamato il presidente Erdogan e altri politici. Altre tremila devono rispondere di diffamazione al sindaco di Ankara. Eppure per un certo tempo la giurisprudenza nazionale sembrava andare verso la convergenza con quella europea. In Ucraina pesa il clima di conflitto, in Crimea c’è una forte pressione su parte della stampa come mostrano le perquisizioni nelle case di alcuni giornalisti. La situazione è molto seria. In Ungheria c’è una maggioranza politica molto forte che vuole imporre cambiamenti drastici, influenzando anche la libertà dei media. In Polonia non ci sono stati significativi cambiamenti per i media commerciali, ma c’è una pressione molto forte sulla televisione pubblica. Anche in Croazia ci sono chiare pressioni sulla stampa.

Per quanto riguarda le pressioni e le interferenze della politica, lei nota una più accentuata invocazione della ragion di stato?

“C’è anche questo. Certamente dilagano le limitazioni imposte per esigenze di sicurezza nazionale, per la lotta al terrorismo. Ma soprattutto aumentano pressioni e limitazioni provenienti da maggioranze politiche arroganti che hanno vinto nettamente le elezioni e non tollerano alcuna critica.

Non crede che l’iperfaziosità (hyper partisanship) dei partiti e dei media, che è forte perfino in paesi come gli Stati Uniti, e anche il fatto che i media non facciano fronte comune contro le interferenze e gli attacchi ai giornalisti, siano fattori influenti, siano l’altro lato della medaglia?

Certamente ciò pesa. Come pesano le divisioni nel fronte dei media. In molti paesi i lavoratori dei media sono poco solidali fra loro, c’è poca solidarietà fra i media e i giornalisti e fra i vari media, a causa della concorrenza fra i vari organi d’informazione, di interessi economici e di piccoli conflitti. Tutto ciò impedisce di agire concordemente.

Cosa pensa della ‘Piattaforma per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti’ creata nel 2015 dal Consiglio d’Europa?

Credo che sia uno strumento utile e funzioni abbastanza bene. È un nuovo strumento in corso di sperimentazione, creato per trasmettere richiami e richieste di chiarimento ai governi nazionali in base alle segnalazioni che riceviamo dalle ONG e dalle Associazioni che aggiornano questa piattaforma. Il bilancio è positivo perché i governi spesso hanno risposto alle richieste. 

In realtà non sappiamo cosa accade veramente. Neppure la Piattaforma lo sa. In alcuni paesi il monitoraggio di queste violazioni è episodico e parziale. Ad esempio la Piattaforma ha riferito soltanto quattro delle 800 intimidazioni a giornalisti italiani rese note da Ossigeno per l’Informazione nello stesso periodo. E in molti paesi non si fa nessun monitoraggio di queste violazioni. Per avere il quadro della situazione sarebbe necessario promuovere, in ogni paese, un monitoraggio attendibile di tutte le violazioni e non soltanto di quelle eccezionalmente gravi, come avviene adesso in molti casi. So che lei l’ha già proposto. Non crede che oggi, di fronte alla sfida sempre più aperta alla libertà di stampa, sia ancor più necessario fare questo, sia per aiutare i giornalisti in difficoltà, sia per permettere alle istituzioni internazionali di elaborare la strategia adeguata e intervenire con tempestività contro gli episodi più gravi e anche contro quelli che non sembrano altrettanto gravi, ma lo diventano a causa della loro ripetizione incontrastata?

Schermata 2016-04-30 alle 17.45.43“È necessario migliorare il monitoraggio sistematico e attendibile delle violazioni della libertà di stampa, degli attacchi ai giornalisti, delle modifiche alla legislazione sui media, delle limitazioni imposte alla libertà di espressione con le più varie ragioni, e sempre più frequentemente in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. È  importante avere il quadro completo della situazione reale. Per averlo, una soluzione sarebbe quella di disporre di una rete di osservatori nazionali specializzati, affidabili, indipendenti dal governo, capaci di segnalare le violazioni della libertà di espressione e della sicurezza dei giornalisti. Non è facile. Ci sono poche ONG nazionali che operano bene in questo campo. Non ci sono neanche nel mio Paese, la Lettonia. Perciò, per il monitoraggio ci si affida alle organizzazioni che osservano il fenomeno su scala continentale o globale. Ma questo non è abbastanza. C’è bisogno di qualcuno che conosca la realtà locale, che possa verificare le informazioni e sappia far rete. Questo tipo di monitoring, come fa Ossigeno, è cruciale, così come è necessario quello di organizzazioni internazionali come il Consiglio d’Europa.

La ringrazio per l’apprezzamento a Ossigeno. Dopo nove anni, noi pensiamo che il lavoro fatto in Italia da quest’osservatorio possa aiutare anche altri paesi. Perciò stiamo cercando di fare conoscere la nostra esperienza all’estero, sia per verificarne la ripetibilità in altri paesi, sia per ragionare insieme ad altri, in particolare sull’esigenza di osservare le violazioni nei paesi che non sono in guerra usando un metodo e un metro diverso da quello usato nei paesi in conflitto. Ci sembra inoltre necessario promuovere una diversa e più ampia visione del problema. Ciò che abbiamo imparato sul campo dice che è necessario promuovere la conoscenza del diritto di espressione e di stampa nel percorso scolastico, formare osservatori di queste violazioni nelle università, proteggere con la legge penale la libertà di espressione e altri diritti universali.

“È un’ottima idea esportare il metodo di osservazione di Ossigeno, fare conoscere in altri paesi il vostro ‘Rivelatore della Censura nascosta’ e promuovere una visione più ampia del problema. È davvero necessario.

È molto importante che i giornalisti difendano e promuovano una concezione etica della professione, soprattutto in tempi in cui come adesso ci sono guerre d’informazione e propaganda. I giornalisti non devono diventare strumenti di battaglie geopolitiche. Questa è una sfida cruciale: come fare per confrontare la propaganda? Come rispondere ai media legati ai governi, rispettando allo stesso tempo la libertà d’espressione e un giornalismo di qualità? Non credo che la risposta sia una contropropaganda, ma piuttosto media pluralisti, indipendenti, autonomi dal potere, con un buon modello imprenditoriale, e che non siano strumenti di interessi politici ed economici. È anche necessario che i media pubblici siano ben finanziati e indipendenti dal governo.

Torniamo al problema del monitoraggio. Come si può creare la rete di osservatori nazionali che lei considera necessaria? E che natura devono avere questi osservatori? Devono essere creati dalla società civile e operare con il volontariato, come in Italia, o si può chiedere alle istituzioni pubbliche di istituirle, come propone il recente documento pubblicato il 13 aprile scorso dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa?

“In molti paesi gli Ombdusman e alcune commissioni nazionali per i diritti umani sorvegliano già le violazioni dei diritti umani e di recente ho discusso con loro alcune delle questioni legate alla libertà d’espressone e d’informazione. Purtroppo il potenziale di queste istituzioni non è sfruttato appieno”.

In Italia c’è Ossigeno, ma lei sa bene che l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea in cui non c’è l’Ombdusman, non ci sono Media Accontaibility Systems e non c’è ancora neppure la Commissione parlamentare sui diritti umani. Non si può dire che non ce ne sarebbe bisogno. Può aiutarci aprire una discussione pubblica più ampia su questo tema partecipando a un convegno in Italia?

“Mi farebbe molto piacere. Per adesso ho preso impegni in vari altri paesi ma cercherò di venire anche a Roma a parlare di queste cose prima che scada il mio mandato”.

 

 


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