Durissima a morire la criminale legge dei subappalti selvaggi, oppure a cascata come si dice in gergo tecnico. Senza regole, senza controlli, per la gioia di imprese pubbliche e private acchiappa-appalti e per le mafie, che controllano in modo scientifico le catene che producono profitti da mille e una notte.
La storia è cominciata mezzo secolo fa con i lavori per il raddoppio dell’autostrada Roma-Napoli. Poi si è affermata in modo clamoroso con la ricostruzione post sisma del 1980 in Campania e in Basilicata. Per celebrare il suo trionfo con la super-torta: gli stratosferici lavori per il Treno ad Alta Velocità, il famigerato TAV, che è costato e continua a costare palate da miliardi di lire prima e di euro poi: una vera manna dal cielo per camorra e ‘ndrangheta.
La musica certo non cambia oggi. E siamo alle prese, in queste ore, con la maxi inchiesta della procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri che ha appena portato all’arresto di 20 tra imprenditori e pubblici ufficiali per una serie di reati non poco pesanti, che vanno dalla corruzione alle false fatturazioni per lavori inesistenti, fino all’uso di materiali scadenti e in pole position il calcestruzzo. Un ben mix.
Partiamo proprio dalle news.
Al centro delle indagini condotte da carabinieri e finanzieri su ordine della procura partenopea, pm John Woodcock, da anni in prima linea, ci sono i lavori per l’alta velocità tra Napoli e Bari, per un importo complessivo di quasi 6 miliardi di euro (5,8 per la precisione). Ma si sa, sono cifre destinate a lievitare e quasi raddoppiare, per via delle consuete varianti in corso d’opera, revisione prezzi & ‘sorprese’ geologiche, come tante volte è successo in passato.
Le tratte sotto i riflettori degli inquirenti, in particolare, sono quelle Napoli-Cancello, Apice Hirpinia e Frasso Telesino-Telese- San Lorenzo, Vitulano. Osservati speciali, poi, i cantieri di Grottaminarda, in provincia di Avellino, dove è stato riscontrata la presenza di decine e decine di operai egiziani super sfruttati, costretti a lavorare 20 ore al giorno e a sopravvivere in condizione che gli inquirenti definiscono “disumane”: un caporalato scientifico per lavori – udite udite – controllati da RFI, ossia Rete Ferroviaria Italiana.
Sorge spontanea la domanda: ma siamo tornati alla gestione FS del super direttore calabrese Ludovico Ligato, ammazzato in un regolamento di conti? O forse non ne siamo mai usciti?
Agli inquirenti l’ardua risposta. Ma gli ingredienti per sostenere che nulla è cambiato ci sono, e forti.
La chiave di tutto, o almeno di molti ‘misteri’, sta nei subappalti, che non muoiono mai. E vien proprio da chiedersi: come mai il nostro governo che a detta del suo premier Meloni sta salvando l’Italia, non ha mosso e non muove un dito, neanche mezzo, per garantire un minimo di sicurezza sul lavoro, nei cantieri (anche oggi due morti bianche, anzi NERE) e per stroncare, una volta per tutte, le catene dei subappalti killer? Perché non esiste lo straccio di una lontana volontà politica per affrontare questi due nodi essenziali in un paese che voglia definirsi minimamente civile?”.
Sottolinea Gratteri: “E’ il sistema normativo, soprattutto in chiave preventiva, che non funziona. Come, ad esempio, che per qualsiasi opera si costruisca si debba per forza ricorrere al subappalto”.
Possibile che il colosso RFI non riesca a controllare i suoi subappalti? A allora, intanto via con maxi sanzioni e provvedimenti di carattere penale per chi non controlla o se ne frega di far controllare. Poi, certo, ben venga la galera per i mafiosi che ‘gestiscono’ i subappalti e rubano la vita ai poveri operai ridotti a schiavi, come è stato accertato nei cantieri TAV di Grottaminarda e non solo.
Torniamo alle corruzioni, alle storiche mazzette. Dettaglia il gip, Federica Girardi: “I rapporti tra corrotti e corruttori sono sistematicamente connotati dallo scambio di favori reciproci , ad un vero e proprio asservimento delle proprie funzioni agli interessi dell’impresa favorita”. Lo stesso gip, su richiesta del pm, ha disposto il sequestro preventivo dei profitti del reato di corruzione.
Gli inquirenti hanno ricostruito in modo dettagliato il sistema di fatture per operazioni inesistenti, finalizzato a creare una forte disponibilità di denaro contante, in buona parte usato per le dazioni corruttive.
Nel mirino delle indagini i fratelli Salzillo e uomini del clan Belforte, che da decenni domina nell’area. Come se niente fosse mai cambiato. Anzi.
Al vaglio degli inquirenti uno degli storici ingredienti base per le maxi infrastrutture, ossia il calcestruzzo. Ne è stato utilizzato di molto scadente, secondo le prime rilevazioni: circostanza gravissima per un’opera pubblica, perché mette a repentaglio l’incolumità dei cittadini, in questo caso dei viaggiatori sulla linea TAV. Calcestruzzo spesso e volentieri diluito con molta acqua e che presenta valori di resistenza ben inferiori agli standard richiesti dai protocolli d’appalto e, in particolare, dal progetto TAV per la Napoli-Bari.
Grossi interrogativi anche sui materiali di scarto e sul loro smaltimento: a quanto pare, sono stati smaltiti come rifiuti non pericolosi molti materiali in cui, invece, c’erano evidenti tracce di amianto.
La Voce ha cominciato a puntare i riflettori e denunciare la prassi dei subappalti a go go dai primi anni del dopo terremoto e, poi, nel libro-j’accuse ‘Grazie, Sisma – Pomicino, Scotti, Gava, De Mita & C. – Dieci anni di potere e terremoto’, pubblicato dalla stessa Voce nel 1990.
Non si contano, poi, reportage & inchieste sul maxi affare del secolo, il TAV, partito dalla base di 28 milia miliardi di lire nello stesso 1990 e subito lievitato a 150 mila, per poi risultate addirittura incalcolabile, un Bingo per politici, faccendieri, mafiosi d’ogni risma, un fiume di denari pubblici che continua ancor oggi con i lavori per i tanto contestati cantieri TAV in Piemonte.
Sul mega business hanno firmato, nel 1999, un libro che tutti ancor oggi dovrebbero leggere, ‘Corruzione ad Alta Velocità’ Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, due colonne storiche della Voce.
E rammentiamo sempre che l’affare TAV è stato al centro del maxi rapporto MAFIA-APPALTI, 890 pagine con nomi e cognomi di politici, imprese e mafiosi gemellati per spartirsi la grande torta. Su cui avevano puntato con decisione i riflettori Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sta tutta lì la chiave delle stragi di Capaci e, soprattutto, di via D’Amelio.
Ecco un paio di nostre inchieste. E’ dell’1-1-2026
PAOLO BORSELLINO / A 33 ANNI DALLA STRAGE, RIECCO LA PISTA “MAFIA-APPALTI”
E del 15 aprile 2026
BORSELLINO & FALCONE / DOPO 35 ANNI: “FORSE” LA PISTA MAFIA-APPALTI…
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