La ricerca scientifica ha dimostrato l’esistenza di un asse sensoriale che collega il cuore e il cervello, capace di condizionare sentimenti e umori degli umani. Un importante effetto è quello relativo alla percezione dello scorrere del tempo. Alcune persone ad un certo punto sentono che il tempo è diventato lento, molto più lento del solito.
Perché? Una ricerca ha studiato la percezione dello scorrere del tempo negli uomini. Questa ricerca ha dimostrato che il tempo è un’espressione del legame tra emozioni e cervello, quando si associa ad una depressione. Per chi soffre di depressione il tempo assume un ritmo diverso. I minuti sembrano interminabili, le giornate sono percepite più lunghe del normale e si avverte la netta sensazione di rallentamento del fluire delle ore. Queste sensazioni sono speso riferite da pazienti in psicoterapia, ma spesso senza una spiegazione scientifica.
È recente la pubblicazione su una importante rivista scientifica americana (Biological Psychiatry Global Open Science) di uno studio condotto da un gruppo di studiosi delle Università di Pisa e Padova che ha cercato di comprendere cosa accade nel cervello e nel corpo quando, per motivi psicopatologici, cambia la percezione del tempo. Lo studio, ha coinvolto 120 studenti universitari, di cui circa il 50% con sintomi depressivi, l’obiettivo era quello di indagare il rapporto tra attività cerebrali, alcuni segni cardiaci, stati emotivi e percezione individuale del tempo. I risultati hanno evidenziato che le persone che soffrono di depressione percepiscono il rapporto tra emozioni e percezione del tempo fortemente modificato. Ciò ha aperto nuove prospettive di ricerca per comprendere alcuni aspetti poco esplorati delle depressioni. La sensazione che il tempo rallenti durante uno stato depressivo è definita “dilatazione temporale depressiva”. Si tratta di una percezione soggettiva per cui il trascorrere delle ore sembra diverso rispetto alle condizioni di normalità. Alcune persone riferiscono la sensazione di vivere giornate interminabili o di avere l’impressione che il tempo sia quasi fermo.
Per anni questo fenomeno è stato considerato come una mera esperienza sensoriale personale, ma difficile da misurare. Oggi però emergono evidenze che suggeriscono l’esistenza di meccanismi biologici e neurologici precisi che generano questa alterazione. È noto, infatti, che la percezione del tempo non dipende da un singolo centro del cervello ma nasce dalla interazione tra emozioni, memoria, attenzione, attività cerebrale e altri segnali individuali provenienti dal corpo.
Per indagare questi meccanismi i ricercatori hanno monitorato i partecipanti allo studio con elettroencefalogrammi ad alta densità (EEG). Durante i test i volontari osservavano alcuni video dal contenuto neutro e altri dal contenuto triste. Terminata la visione, compariva un segnale sullo schermo col quale veniva chiesto di stimare quanto tempo pensavano fosse trascorso. L’obiettivo? Quello di comprendere se l’emozione suscitata dagli stimoli avesse influenzato la percezione del tempo trascorso e quello di individuare eventuali differenze riscontrabili tra soggetti depressi e soggetti senza alterazione dell’umore.
Uno degli elementi centrali emersi riguarda il cosiddetto asse cuore-cervello, ovvero il sistema di comunicazione sensoriale continuo tra attività cardiaca e cervello. Oggi è noto che il cuore non svolge esclusivamente una funzione meccanica. I segnali che provengono dal sistema cardiovascolare possono influenzare diversi processi cognitivi: attenzione, emozioni e percezione dell’ambiente circostante. Secondo questo studio, le persone senza sintomi depressivi mantengono una comunicazione più dinamica e flessibile, permettendo alle emozioni di influenzare la percezione del tempo.
I dati mostrano che nei soggetti depressi i video con contenuto triste hanno modificato la stima del tempo. Le emozioni appaiono capaci di alterare e modulare l’esperienza temporale. I partecipanti senza sintomi depressivi, invece, questa influenza risulta molto meno evidente. Le emozioni in questo secondo caso perdono parte del loro effetto sulla percezione del tempo, quasi come se il cervello utilizzasse un processo più automatico e rigido. I ricercatori hanno evidenziato anche una correlazione con specifiche onde beta cerebrali, associate a processi cognitivi e attenzione. Questo potrebbe indicare una modalità differente di elaborazione delle stesse informazioni.
Le implicazioni potrebbero estendersi fino al trattamento della stessa depressione. Se la percezione del tempo rappresenta una componente connessa all’esperienza depressiva, in futuro potrebbe diventare un nuovo obiettivo terapeutico. Alcuni dati preliminari suggeriscono infatti che modificando l’esperienza soggettiva dello scorrere del tempo, con esercizi e altri strumenti specifici, si contribuisce a ridurre sia lo stress che gli stessi sintomi depressivi.
Comprendere questi meccanismi può aiutarci a capire non solo la relazione tra il trascorrere del tempo e lo stato depressivo di un individuo, ma anche lo stato di frustrazione collettiva di fronte ad input depressogeni, come può essere l’attività di un governo alieno a sentimenti popolari.
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