A Venezia il coraggio delle registe afghane

Nel quinto anniversario dell’avvento del regime talebano a Kabul,  la presenza di una regista afghana, Sharbanoo Sadat, nella Giuria della Mostra del Cinema di Venezia, in corso fino al 12 settembre, è un importante segnale di solidarietà e di coraggio, che dovrebbe ispirare anche a livello politico la comunità internazionale contro la terribile discriminazione delle donne in Afghanistan. Per questo motivo pubblichiamo un estratto del primo articolo pubblicato in Italia sulla filmografia e sul ruolo delle registe afghane, uscito in versione integrale nel 2022 sulla rivista nazionale del SNCCI “CineCritica”, a firma del nostro collaboratore Paolo Speranza, storico del cinema e della contemporaneità e direttore di “CinemaSud”.

 

 

Il sogno più grande? “Dirigere una commedia romantica”, rivela Sharbanoo Sadat, l’enfant prodige del cinema afghano, che in questi giorni partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia nella Giuria più importante, quella del Concorso.  Magari sul modello di Bollywood, piena di musiche e colori, come le produzioni televisive made in India che in Afghanistan hanno segnato l’immaginario di intere generazioni. O come le commedie brillanti che giacciono nel cassetto di Roya Sadat, la prima donna regista del suo Paese, che per A letter to the President (2017) fu proposta per l’Oscar al migliore film straniero.

Più che un sogno un’utopia, nell’Afghanistan di oggi, dove la sola idea di un soggetto leggero apparirebbe agli stessi autori un lusso, se non addirittura una provocazione.

È la terribile realtà della restaurazione talebana a condizionare in maniera unidirezionale, verso un realismo militante, l’intero cinema afghano dell’ultimo decennio, che invece avrebbe gli autori e il know how per realizzare una diversificazione di generi e temi. Come nel vicino Iran, alcuni giovani cineasti nati a Kabul o a Herat hanno avuto la possibilità di formarsi all’estero (come le registe Sahraa Karimi e Sahra Mani, che hanno studiato cinema rispettivamente a Bratislava e a Londra, e Sharbanoo Sadat, che ha prodotto i suoi film tra Amburgo e Copenaghen) durante la parentesi democratica che ha preceduto il ritorno dei talebani, e anche quelli che non si sono mai allontanati dal Paese dimostrano di aver assimilato sia la lezione del migliore cinema europeo che le suggestioni della recente filmografia iraniana o dell’India.

 

Una scena da “No good men”. In apertura, il set del film

 

FEMMINILE PLURALE

L’identità del cinema afghano contemporaneo è racchiusa in un paradosso estremo: la prevalenza assoluta, in termini numerici e di qualità autoriale, di registe e producer donna in un Paese che da anni assurge nel mondo a simbolo per antonomasia della discriminazione, sistematica e violenta, nei confronti delle donne: una “sistemic misoginy”, come l’ha definita “Variety”.

Per molti Paesi musulmani (Tunisia, Libano, Arabia Saudita, Algeria) l’onda rosa nel cinema d’autore è ormai una realtà conclamata ma in Afghanistan questo fenomeno non ha eguali per dimensioni e rilevanza e investe l’intera filiera del cinema, dalla produzione alla regia, dalla cultura cinematografica alla distribuzione.

Può bastare la coraggiosa resistenza all’oppressione talebana a spiegare questa sorta di “disperata vitalità” che ha determinato la recente e impetuosa affermazione delle registe afghane, anche sullo scenario internazionale?

Se la politica di uno dei regimi più oscurantisti del pianeta ha agito involontariamente da detonatore di energie creative anziché da deterrente, al fenomeno concorrono in maniera decisiva – come in Europa nella seconda metà del secolo scorso – la possibilità e il desiderio delle donne di istruirsi e viaggiare, sia pure fra enormi difficoltà. Come Shalha, l’adolescente protagonista di Like Eagles (il road movie in bianco e nero di ispirazione neorealista, diretto nel 1964 da Faiz Mohammad Keirzadah, che ha segnato l’immaginario degli spettatori afghani), che fuggendo dal villaggio per assistere a Kabul alle feste per il Giorno dell’Indipendenza scopre il mondo e la vita, e al ritorno a casa potrà dire alla madre: “Ormai sono una donna adulta”.

 

LA STORIA RIMOSSA

In poche nazioni come in Afghanistan la parabola (travagliata e discontinua) del cinema è così strettamente connessa con la storia nazionale. E se oggi è interamente declinata sull’ansia di emancipazione e di libertà, finora aveva dominato l’idea – tuttora centrale nella produzione delle registe – del cinema come strumento insostituibile di educazione popolare e di apertura al mondo. Lo aveva inteso così già Amanullah Khan, il primo sovrano dell’Afghanistan indipendente, che prima di essere deposto, nel 1929, aveva arruolato una troupe cinematografica straniera, il cui archivio di riprese dal vero, recuperato trent’anni dopo, ha costituito la base per la ripartenza del cinema afghano, segnata da due eventi fondamentali, entrambi maturati nel 1968: la nascita dell’Afghan Film Center e il primo lungometraggio di fiction interamente prodotto nel Paese, Rozgaran (Giorno per giorno), tre episodi diretti da Khaleq Halil, Sultan Hamid Hashem, Mohammad Alì Rownaq, che attestano la compresenza di vari generi e influenze cinematografiche: quella di Bollywood per il ritmo e il montaggio, l’iraniana per i colori e le affinità di contenuto, la scuola sovietica per le tecniche di ripresa, la commedia all’italiana e il poliziesco di marca hollywoodiana.

“L’Afghanistan ha una lunga storia culturale, fatta di letteratura, cinema, musica e teatro, ma le nuove generazioni non ne sono consapevoli e non sono abituate a confrontarsi con l’arte”, ha sottolineato Roya Sadat nell’incontro con il pubblico al Festival di Locarno del 2019. Un capitolo importante e controverso di questa storia, l’occupazione sovietica, era stato rievocato tre mesi prima a Cannes, nella Quinzane des Realizateurs, da Sharbanoo Sadat con The Orphanage (L’Orfanatrofio), accolto da un successo unanime di pubblico e critica. Un periodo rimosso e tuttavia cruciale per il cinema afghano, costretto negli anni Ottanta a rinunciare alla già fragile libertà di iniziativa in nome della produzione di Stato, che a sua volta consolidò la strategia del cinema “educativo” dando particolare rilievo alla tematica dell’emancipazione delle donne attraverso l’istruzione e il lavoro. È questo il nucleo centrale di due titoli significativi di quella stagione, entrambi del 1989: il documentario Afghan Spring (Primavera afghana), diretto dal regista giapponese Noriaki Tsuchimoto con il connazionale Hiroko Kumagai e l’afghano Abdul Latif, ** e la fiction Baba, riproposta al Festival di Berlino del 2019, ispirata direttamente dal presidente filosovietico Najbullah, in cui Juwansher Haidary porta sul grande schermo l’idea della riconciliazione nazionale tra il governo e i mujaheddin attraverso la metafora di due villaggi rivali (e le relative storie di amori contrastati) che infine ritrovano la pace.

 

DAL DOCUMENTO ALLA FICTION

La centralità della condizione femminile è dunque consolidata nella filmografia afghana. La novità, afferma la studiosa tedesca Sandra Schafer in un’intervista del 2001 a “Film International”, è che “ora per la prima volta le donne cominciano a fare film e a raccontare storie dal loro punto di vista”.

La fedeltà al reale è l’arma culturale che permette alle registe afghane di affrontare a viso aperto nel proprio Paese la censura oscurantista e di difendersi verso l’esterno da un altro pericolo, meno violento ma più sottile: quello dello stereotipo, di cui l’obbligo del burqa costituisce il segno più universalmente riconoscibile.

Su questo terreno è particolarmente impegnata Sharbanoo Sadat, affermatasi a livello internazionale con Wolf and Sheep (2016) e tre anni dopo con The Orphanage, fino al recente, coraggioso No Good Men.

Il suo lungometraggio di esordio, presentato ad appena 26 anni a Cannes (primo premio alla Quinzane des Realizateurs), fu salutato come una rivelazione: “un film incredibile, raro e affascinante” per il quotidiano francese “Liberation”, addirittura “un soffio di vita” per “Positif”. Perché in effetti ci mostra uno scenario estremamente realistico nell’Afghanistan rurale dei pastori, che al pubblico italiano può evocare certe novelle di Verga o il Padre padrone dei fratelli Taviani, ma al tempo stesso è la storia di un’infanzia colorata di fantasie e di sogni, tanto più commoventi in quanto necessari per sopravvivere a una vita così immobile e dura. E un bambino, Qodrat (il talentuoso undicenne Quodratollah Qadiri), è il protagonista sia di Wolf and sheep che di The Orphanage, assumendo il ruolo di alter ego dell’autore del soggetto, Anwar Hashimi, amico della Sadat. Dai diari inediti di Hashimi la regista ha maturato il progetto di una pentalogia, una sorta di “ciclo dei vinti” che, come l’antecedente verghiano, si è fermato (finora) alle prime due puntate. Sul piano cinematografico, come ha rivelato l’opera seconda, il modello che si delinea è quello di Truffaut (con il Qodrat adolescente di The Orphanage che sembra assumere la valenza di un Antoine Doinel) mediato dalla poetica di un Kiarostami, di cui Sharbanoo Sadat è considerata l’erede.

Ma come si concretizza, nel linguaggio filmico della regista, la rappresentazione dell’Afghanistan oltre gli stereotipi? Innanzitutto evitando ogni forma di pietismo e di compiacimento documentaristico. Pur trattando aspetti così aspri e veristici della condizione adolescenziale nel suo Paese, Sharbanoo Sadat ricorre a un tono vivace, consono ai movimenti e ai pensieri dei suoi personaggi, e ad un ritmo che non dà respiro allo spettatore e mai monotono (alternando ralenti e accelerazioni improvvise) e inserendo musiche e scene danzate ogni volta che ne ha la possibilità, e tuttavia sempre coerenti con la vicenda narrata e con il contesto storico e sociale: nel caso di The Orphanage l’educazione dei bambini senza famiglia durante l’occupazione sovietica.

“La Sadat sa giocare abilmente con i sensi degli spettatori, fino al fotogramma finale”, ha commentato la critica inglese, in sintonia con la stampa specializzata francese: “Sharbanoo Sadat è una regista da seguire con attenzione”, sentenzia “The Guardian”. Ma è tutto il cinema afghano, soprattutto quello al femminile, che va seguito, difeso e sostenuto. Per ragioni di solidarietà politica e civile, ma anche per molto altro: per il suo coraggio di schierarsi e di rischiare, per la capacità di narrare una realtà molto specifica e particolare con uno sguardo cosmopolita, per la felice contaminazione di generi e “scuole” cinematografiche. E per la sua fiducia assoluta, nonostante le condizioni proibitive in cui opera, nella forza del grande schermo, considerato il vettore primario e insostituibile di sogni universali e di nuove idee.


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