L’INGORDIGIA senza fine DI TRUMP, ORA vuole Hormuz

Trump non si arrende, la sua ingordigia è veramente senza fine. Dopo aver provato a scippare la Groenlandia alla Danimarca ora replica con Hormuz. Non si arrende mai. Continua a fare annunci che spaziano tra i tentativi violenti di annessione e la provocazione politica, il tutto è sempre dettato dal suo delirio di onnipotenza. Ma lo Stretto di Hormuz non appartiene agli Stati Uniti. Il presidente sta solo provocando Teheran e continua a perseguire quella che possiamo definire una sua personalissima guerra psicologica, l’unica guerra che può ancora combattere. Ha pubblicato allo scopo una sua versione della mappa di quel territorio nella quale indica lo stretto come territorio Usa. Ma il mondo intero sa che non è così. Non lo è dal punto di vista politico, né storico, né geografico, tantomeno da quello giuridico del diritto internazionale. Quello specchio d’acqua è legittimamente un territorio condiviso tra l’Iran e l’Oman, anche se l’esercito iraniano ne detiene, in questa fase, il controllo totale. Quella di Trump è allora la sua ennesima fake news? Oppure uno dei messaggi ‘stravaganti’ pubblicati sul suo social Truth? Ma forse si tratta solo di una boutade, che però ha scatenato un’immediata reazione della Repubblica Islamica.

“La sua è un’illusione che verrà presto corretta – ha dichiarato il vice ministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi – e ci penseremo noi a correggere le illusioni di quest’uomo che continua a delirare”. Non pago di ciò, il presidente Trump ha allora immediatamente smentito per l’ennesima volta sé stesso. Solo pochi giorni prima, infatti, aveva assicurato di avere un “canale diretto e riservato con i Pasdaran” per poi dichiarare che non vi sono colloqui di pace in corso e che non se ne prevedono presto con Teheran. Ha poi aggiunto, mentendo spudoratamente, che la circolazione navale era ripresa regolarmente nello stretto e che il blocco americano era ancora in vigore. Ha detto che le navi possono passare tranquillamente perché le “mine iraniane sono state rimosse o fatte brillare”. Non è vero! Stanno ancora tutte lì. Con il mancato prolungamento dell’intesa sul cessate il fuoco, la tensione nello Stretto di Hormuz è invece schizzata alle stelle e Trump ha minacciato l’Oman per aver fatto un accordo con Teheran sul transito delle navi, mentre i Pasdaran hanno già dichiarato che forzeranno militarmente quel blocco navale se la diplomazia dovesse ancora una volta fallire. Per il capo negoziatore della Repubblica islamica, Mohammad Ghalibaf, lo Stretto rimarrà chiuso fino a quando non sarà revocato il blocco navale americano e rimosso l’embargo petrolifero. Per Trump l’Iran è sempre più una vera ossessione. Non è bastato il tentativo fallito di estorsione territoriale della Groenlandia per riportarlo alla ragione. Da quando, a fine febbraio, il premier israeliano Netanyahu lo ha indotto ad aprire il fronte della guerra in Iran l’equilibrio del presidente è completamente saltato.

Nel frattempo i negoziati di pace tra Washington e Teheran restano in una fase di stallo. La causa prima è da ricercare, forse, nella riduzione del 90% del flusso navale nello stretto, una delle cause della crisi economica americana.

Intanto la BCE ha ufficialmente già preso le distanze dalle Borse americane consigliando ai risparmiatori europei di non farsi illusioni sugli attuali incrementi degli indici in quel paese, dovuti prevalentemente ai massicci investimenti fatti sulle aziende di AI. Ma questi investimenti potrebbero facilmente esitare in una spaventosa “bolla finanziaria”, come è già successi circa 20 anni fa con le aziende informatiche destinate allo sviluppo di internet. Ma la BCE non può fermare il mercato azionario e non può impedire alle famiglie di scegliere su cosa investire i propri risparmi, può solo avvertire dei rischi ai quali si può andare incontro … ed è quello che sta facendo. Investitori avvisati, mezzo salvati.

Anche la stampa americana sta cominciando a prendere le distanze dalle dichiarazioni di Donald Trump. Lo sta facendo da tempo il Washington Post, che ha scritto “… nei suoi primi 33 giorni da presidente Trump ha collezionato ben 132 dichiarazioni false o ingannevoli. Neppure un giorno senza una bugia”. Secondo i dati raccolti da Glenn Kesler, il giornalista addetto al controllo sulla veridicità dei fatti citati dal quotidiano statunitense, tra gli argomenti più gettonati nelle “fake news” presidenziali vi sono nell’ordine l’immigrazione, con 24 dichiarazioni e la rendicontazione dei posti di lavoro ottenuti, con 17. La lista, annuncia il Washington Post, sarà aggiornata anche negli altri giorni della presidenza.

In Italia siamo sicuri che uno stesso controllo fatto su gran parte della nostra stampa produrrebbe risultati molto diversi? Personalmente non ci scommetterei un solo euro.

 


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