QUEI DELITTI DA ROMANZO, DA VERGA AD ARPINO

– Il 28 agosto ad Avellino un reading collettivo del Centro Dorso contro la violenza sulle donne –

 

Il silenzio, quel silenzio assoluto e quasi irreale che per lunghi periodi dell’anno avvolge i suoi monti e le colline. E il “tempo lungo”, che qui scorre più lento, come ad accompagnare i riti e i ritmi millenari di un popolo nato guerriero ma ben presto realizzatosi nella vita dei campi, sempre uguale a se stessa. Sì, deve essere questa magica e arcaica combinazione di immobilità e silenzio tipica dell’Irpinia ad aver attratto due tra i più grandi narratori italiani contemporanei, Giovanni Verga e Giovanni Arpino, fino a scegliere questa terra come scenario ideale dei due romanzi italiani più celebri ispirati al “delitto d’onore”.

Quella quiete solenne in cui si sentiva l’espandersi di una vita universale”, scrive il narratore siciliano in Il marito di Elena, romanzo dai toni vagamente flaubertiani ambientato fra Napoli e Altavilla Irpina, dove si consumerà la tragedia finale: l’uccisione della giovane ed affascinante moglie, ricca di verve e disinvoltura di impronta partenopea, da parte di un avvocato e possidente del luogo, Cesare Dorello.

“E’ questo silenzio che impressiona”, fa esclamare in Delitto d’onore a Gioacchino Russo, il principe del Foro di Napoli, lo scrittore istriano. E, per fugare ogni dubbio interpretativo, il personaggio ispirato alla figura di Giovanni Porzio ribadisce: “E’ un silenzio tragico, no? Si capisce che i sentimenti qui si esaltano, le coscienze si affocano”.

A prevalere, in entrambi i romanzi, è soprattutto il morbo della gelosia coniugale, che tuttavia non resta l’unico movente dei due uxoricidi da romanzo. Conta molto anche l’orgoglio di classe, anzi di casta, che accomuna i due giovani professionisti irpini, l’avvocato Dorello e il medico Gaetano Castiglia. E la difesa del cognome familiare e dell’immagine personale presso l’opinione pubblica, fino alle conseguenze più estreme: l’assordante silenzio dei borghi d’Irpinia può coprire le urla, attenuare i rumori, ma per converso fa risaltare i sospetti più subdoli e insinuanti, gli sguardi attoniti degli umili campagnoli e quelli, più maliziosi e ammiccanti, dei borghesi di provincia, e i sorrisi beffardi degli uni e degli altri. E a quel punto,nell’assoluto, dove ognuno è se stesso”, il germe del sospetto ha tutto il tempo per svilupparsi, di trasformarsi in un rovello che ti penetra i nervi e la mente, fino a che “qui la coscienza esplode”.

E’ qui la cifra psicologica e letteraria che accomuna i due romanzi e i rispettivi protagonisti: la premeditazione del delitto “d’onore” (più travagliata nell’altavillese Dorello e invece persino feroce nel Castiglia dell’immaginaria Montone), che matura lenta ma inesorabile nell’animo di due tipici esponenti della borghesia rampante del Sud nell’età liberale. Un gesto meditato, elaborato fin nei dettagli minimi durante lunghe notti insonni, consolidato dagli sguardi obliqui e sospettosi indirizzati alle rispettive consorti e rispettivamente ricevuti dalla maliziosa e competitiva opinione pubblica del paese.

Deve essere stato anche questo morboso cotè aristocratico-borghese a far prediligere sia in Verga che in Arpino l’apparente tranquillità degli ambienti irpini come scenario ideale di vicende così torbide e profonde, anziché le più frequenti e sanguigne esplosioni di collera popolare che caratterizzavano altri contesti meridionali e contadini (prima fra tutte la Sicilia), dove il delitto “d’onore” ha assunto fino a tempi recenti proporzioni endemiche e ben più vaste e sanguinose.

Nel romanzo di Verga, in realtà, lo sfondo irpino risulta appena accennato, e compare solo nella versione definitiva del romanzo: della provincia di Avellino lo scrittore catanese aveva una conoscenza indiretta (filtrata soprattutto attraverso l’amicizia con Carlo Del Balzo, importante figura di letterato e uomo politico nativo di San Martino Valle Caudina, e la lettura delle prime inchieste parlamentari sulle province del Sud) e anche nella stesura finale Il marito di Elena resta ancorato allo spirito e agli umori della Sicilia, nonostante alcune descrizioni esemplari della campagna irpina.

È soprattutto nel romanziere di Pola, peraltro figlio di un rigido ufficiale napoletano, che l’Irpinia assume una precisa valenza simbolica: “La vicenda è ambientata – forse anche per una vaga suggestione biografica – nella provincia di Avellino, scelta come ambiente esemplare di una società meridionale, dove il delitto d’onore diventa atto punitivo e riparatore verso la donna che ha distrutto il mito ossessivo della verginità e offeso la virilità dell’uomo”, osserva il critico letterario Massimo Romano in Invito alla lettura di Arpino, Mursia, 1974.

La fedeltà al reale, che fu subito individuata dai critici come una delle doti principali del primo Arpino, indusse lo scrittore ad ispirarsi ad una storia vera: il duplice omicidio – della moglie e della sorella dell’ufficiale che l’aveva sedotta prima delle nozze – consumato a Lapio nel 1922 dal medico Luigi Carbone (il Gaetano Castiglia del romanzo) e il conseguente, memorabile processo che vide schierati alcuni dei più famosi avvocati dell’epoca, primi fra tutti il citato Porzio per la difesa e l’emergente Alfredo De Marsico per la parte civile, e si concluse con una mite condanna per l’uxoricida: sentenza accolta trionfalmente dall’opinione pubblica in un’Irpinia agli albori del Fascismo, opportunamente predisposta all’assoluzione del Carbone da un’abile campagna di stampa orchestrata, secondo Arpino, dall’avvocato Porzio, il ridondante e astuto Gioacchino Russo di Delitto d’onore.

Il diverso impegno di ricerca e di analisi sull’ambiente irpino nei due romanzi ebbe un riflesso evidente sulla fortuna delle due opere: se Il marito di Elena, benché opera di indubbio spessore narrativo, è universalmente considerato tra i romanzi meno riusciti del Verga, con Delitto d’onore il giovane Arpino sfiorò la vittoria al Premio Strega nel 1961 (battuto per un solo voto da Ferito a morte di Raffaele La Capria) e meritò lusinghiere recensioni, fra gli altri, da Eugenio Montale sul “Corriere della sera” e sul quotidiano di Palermo “L’Ora” da Leonardo Sciascia, che con le cronache dei delitti “d’onore” continuava, ancora negli anni Sessanta, ad avere una concreta dimestichezza.

Un motivo in più per apprezzare la scelta del Centro di Ricerca “Guido Dorso” di Avellino di dedicare a Delitto d’onore di Arpino il suo annuale reading collettivo, il 28 agosto nella Casina del Principe.

 


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