USA: PORTE APERTE ALLA DEMOCRAZIA

Obama, USA President, non lo abbiamo dimenticato: la sua nomina fu accolta con smorfie di insofferenza, contestazioni, aperta ostilità, di buona parte di un Paese storicamente razzista, che ha impiegato molti decenni per inglobare parzialmente culture e specificità eterogenee e sostituire alla comunità autoctona di bistrattati Apache e Cheyenne masse di europei asiatici, africani, ebrei, protagonisti del più gigantesco e insuperato evento migratorio mondiale. Il ‘peccato mortale’ di un presidente di origini afroamericane, figlio di un’antropologa originaria del Kkansas e di un economista keniota, è stato depenalizzato con la vendetta della destra che ha inflitto alla democrazia americana l’ingombrante figura di Trump e conseguente ripristino di disvalori: razzismo, colonialismo bellico, liberalismo economico totalmente al servizio delle classi privilegiate. La dimensione umana e politica di un ‘brav’uomo’ qual è Biden ha poi rivelato lo stato di depressione politica dei democratici e solo sul finire del mandato che gli americani hanno affidato alla psicopatia devastante di Trump sembra che si riapra la via d’accesso al ripristino della democrazia con la possibile sconfitta dei repubblicani, della destra xenofoba, guerrafondaia, imperialista. Esplode (non è un abuso definire così questo evento ‘rivoluzionario’) il caso di New York, che affida il suo impegnativo governo al musulmano Zohran Mamdani di origini sud-asiatiche, nato in Uganda). Nel suo travolgente programma hanno priorità la lotta al carovita, il blocco degli affitti, il trasporto pubblico gratuito, l’aumento delle tasse per i più ricchi. Non è un unico ‘fenomeno’ politico: vince il progressista Aabdul el-Sayed (genitori egiziani)  alle primarie in Michigan del partito democratico per il senato, successo di Emily Gregory all’elezione suppletiva in Florida. Abigail Spanberger conquista la vittoria alle elezioni governative, strappa carica di governatrice della Virginia ai repubblicani. Eccetera. Dalle nostre parti? Con ogni cautela per l’attendibilità dei sondaggi, specialmente se gestiti da affiliati ai partiti, nella confusione di questa fase pre-pre elettorale, desta interesse il punto sui ‘like’ dei partiti. Per la prima volta il Pd riduce le distanze dalla Meloni a soli tre punti percentuali (rilevazione di Winpoll) ma è arduo prevedere le conseguenze, per le coalizioni di destra e sinistra, del fenomeno Vannacci e di Di Battista. Saranno stampelle per Meloni e Schlein o competitori indipendenti? Non è rebus di facile soluzione. Fa ben sperare l’8,1% di Alleanza Verdi-Sinistra. Il campo largo? In l…et…a…rgo. spinto in mare aperto con il fiato corto.

(vignetta di Schettini)


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