Molti cittadini chiedono “se, come e quando” funzioneranno gli ospedali di comunità e le case della salute previste dal PNRR, nel migliore dei casi ancora in costruzione, ma di cui raramente si intravede la fine dei lavori. Parliamo delle nuove strutture concepite per avviare la Sanità Territoriale.
La transizione territoriale dalla tradizionale sanità ospedaliera dovrà realizzarsi in perfetta sinergia tra aziende sanitarie, comuni e regioni, e l’assistenza dovrà essere garantita dalla rete dei medici di base e dei Pediatri di Libera Scelta supportati nella gestione clinica da infermieri, OSS e altro personale sanitario. Ma stavolta da reclutare con fondi già disponibili dallo stesso PNRR …. almeno finché potremo ancora spenderli.
Il primo obiettivo sarà coordinare le prestazioni sociali e sanitarie alla persona, sia quelle domiciliari che ospedaliere, da somministrare possibilmente a casa del paziente o in regime di ricovero di breve durata in un ospedale di comunità.
La prima azione attesa sarà mettere in rete i fascicoli sanitari individuali dei cittadini residenti. Si potrà garantire così la piena disponibilità delle informazioni mediche già acquisite per gli eventuali interventi futuri, senza dover, come avvenuto sinora, duplicare la raccolta delle informazioni anamnestiche. Ciò consentirà di coordinare gli interventi, ridurre i costi e razionalizzare il lavoro degli operatori. Si potrà prendere in carico la persona nel suo complesso e non solo la sua malattia occasionale e, nel contempo, ridurre le ospedalizzazioni inappropriate. Le cure inoltre potranno essere somministrate presso il domicilio del paziente, in condizioni di maggiore confort e sicurezza per l’assenza dei rischi da complicanze ospedaliere.
Questo modello di funzionamento, a centralità territoriale, era già previsto fin dalla prima riforma sanitaria del 1978, ma poi le cose sono andate diversamente, fino a quella discutibile riforma costituzionale che ha trasferito molte competenze in materia sanitaria alle Regioni. Ma alcune di queste, Campania inclusa, non hanno voluto applicare quella riforma ed hanno avviato una politica di massiccia privatizzazione dell’assistenza. Hanno così dirottato ingenti quote di finanziamento pubblico sulla sanità privata, esternalizzando servizi e prestazioni, non sempre in modo corretto, che hanno deprivato di risorse finanziarie l’intera sanità pubblica.
Che possiamo fare ora? Forse c’è ancora tempo. La prima misura da attivare è partire dall’organizzare il previsto servizio unico di trasporto utenti (si badi bene da affiancare e non per sostituire il servizio 118 dedicato all’urgenza ospedaliera). Questo servizio a chiamata potrà essere utilizzato anche per spostare il personale sanitario nell’ambito della costruenda rete della ospedalizzazione domiciliare. Ciò dovrebbe portare anche a riqualificare ruolo e funzione di medici di base e pediatri di libera scelta. Questi professionisti potranno lavorare utilizzando anche i laboratori di analisi cliniche territoriali e i servizi comunitari di radiologia, che dovranno essere attivati e resi disponibili per la Sanità Territoriale. Questi servizi allora potranno liberare gli ospedali da quella quota (calcolata da AGENAS attorno al 40% degli accessi ai PP.SS.) di ricoveri inappropriati giustificati solo dalla necessità di fruire di ripetute analisi cliniche e radiologiche per la gestione domiciliare delle malattie croniche. Gli ospedali potrebbero così essere utilizzati solo per le urgenze vere e non soffrirebbero più degli intasamenti occasionali, come per esempio quelli da crisi epidemiche. È un sogno? Forse. Ma questo modello è semplice e meno costoso ed è stato già descritto dalla prima riforma del 1978 e reiterato poi nel PNRR, che indica anche, per la prima volta, i fondi messi a disposizione dall’Europa. La disponibilità dei fondi ci dice della fattibilità del progetto e del fatto che l’intero progetto non graverà sui fondi ordinari. Ora bisognerebbe, se ne avremo ancora la possibilità, applicare alla lettera quanto indicato dal PNRR per la transizione territoriale nella missione 6 e, cosa ancora più difficile, utilizzare al meglio i professionisti di cui già disponiamo, ma stavolta senza farsi fermare dalle opposizioni sindacali avviando nel contempo anche i concorsi per acquisire il restante personale.
Al nuovo sindaco, alla nuova giunta e all’intero consiglio comunale in carica ora spetta il compito di sollecitare ASL e Regione agli adempimenti previsti.
A noi cittadini non resta che aspettare …. e sperare.
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