Marc Zuckerberg colpisce ancora.
Il padrone del colosso META, infatti, non solo ha depistato e fornito false informazioni ai cittadini durante la pandemia di Covid; non solo ha censurato i contenuti di moltissimi siti di contro-informazione: ma adesso ha inquinato le acque reflue del sistema idrico della città di Cheyenne in Wyoming, dove è in fase di costruzione un mega data center della sua META, che controlla Facebook e non solo.
La vicenda salta fuori oggi. Ma è cominciata a febbraio scorso. Quando le autorità cittadine si sono accorte che qualcosa non andava per il verso giusto. Dopo diversi mesi di rilevamenti e ricerche, alla fine è saltata fuori la verità: nel corso dei lavori per il data center, è stato prodotto un raro batterio, che è ‘entrato’ nel sistema di recupero e riutilizzo delle acque reflue della città di Cheyenne, contaminandole.
Le autorità cittadine, a questo punto, si sono viste costrette a sospendere l’utilizzo di quelle acque e ad avviare una complessa e costosa operazione di bonifica, nonché a modificare le norme che regolano gli scarichi industriali cittadini.
A scoprire la dark water story (come si intitolava un celebre film) sono stati i tecnici e gli esperti del ‘Board of Public Utilities’ (BPU), l’ente che sovrintende ai sistemi idrici di tutte le città a stelle e strisce. Durante le verifiche, infatti, hanno trovato tracce del ‘CUPRIAYIDUS GILARDII’, un batterio molto raro, nel circuito delle acque reflue destinate all’irrigazione dei parchi pubblici, delle aree verdi e dei campi da golf cittadini. La presenza del pericoloso batterio ha fatto subito scattare l’allarme. E dopo ulteriori indagini, alla fine è stata scoperta la vera origine del più che pericoloso inquinamento: si tratta dei lavori per la realizzazione e il prossimo collaudo del ‘PROJECT COSMO’, un campus da 800 milioni di dollari che META ha appena finito di realizzare alla periferia di Cheyenne.
Più in dettaglio – hanno rilevato gli esperti targati BPU – il batterio è stato immesso nelle acque della rete fognaria durante le operazioni di ‘fill-and-flash’: la procedura con cui vengono lavate e riempite le tubazioni degli impianti di raffreddamento prima della loro entrata in funzione.
Da quel momento, la città è stata costretta ad interrompere il completamento del programma di riciclo, a svuotare tutti i serbatoi cittadini e le condotte, e a procedere con ripetute operazioni di disinfezione e di bonifica, dovendo sostenere oltretutto grossi costi aggiuntivi.
Contemporaneamente BPU ha revocato l’autorizzazione agli scarichi industriali per i cantieri griffati META, imponendo che tutte le acque reflue vengano trasportate e smaltite fuori sede.
Ancora più significativa – secondo gli esperti – la decisione di modificare i regolamenti cittadini: d’ora in poi, infatti, nessun nuovo data center dotato di sistemi di raffreddamento a circuito chiuso potrà più scaricare le sue acque nel sistema fognario municipale.
La deputata repubblicana del Wyoming, Harriet Hageman, ha inviato una dura missiva a Marc Zuckerberg, chiedendo chiarimenti sull’origine della contaminazione e criticando aspramente il ritardo con cui i cittadini sono stati informati dell’accaduto.
Il caso di Cheyenne non è certo isolato.
Negli Stati Uniti, infatti, cresce la mobilitazione civica contro i data center, infrastrutture che sulla carta – ma solo sulla carta – dovrebbero rappresentare dei motori di sviluppo, e invece – giustamente – accusati di aumentare e/o avvelenare l’ambiente, prosciugare le risorse idriche, appesantire in modo sensibile il costo delle bollette, senza peraltro indurre quella occupazione promessa nonostante i tanti miliardi di dollari pubblici investiti. Un bel patatrac!
Secondo ‘Data Center Map’, negli Usa sono attivi circa 4.500 data center e i più grandi arrivano a consumare oltre 300 mila galloni d’acqua al giorno, quanto serve per 1.000 famiglie. Nel solo primo trimestre 2026, le proteste dei cittadini hanno contribuito a cancellare o almeno ridimensionare progetti per circa 130 miliardi di dollari.
Torniamo infine alle altre ‘performance’ griffate Marc Zuckerberg.
Davanti ad una Commissione speciale del Congresso Usa che ha indagato sulla scellerata gestione della pandemia e poi su quella dei vaccini anti Covid, il padrone di Facebook-META ha dovuto ammettere di aver obbedito ai diktat della Casa Bianca (all’epoca presidente Joe Biden) per ‘disinformare’ i cittadini: ossia negare, oscurare, censurare i pareri dei ricercatori indipendenti (dal potere corruttivo di Big Pharma) sulle cure che pur esistevano per contrastare il Covid. E, poi, sui vaccini resi obbligatori, soprattutto quelli a mRNA, come Pfizer e Moderna: esaltandoli, come voleva la Casa Bianca, e censurando tutti i pareri contro, ossia sulla totale inefficacia e soprattutto NON SICUREZZA di quei sieri, come poi evidenziato dai colossali effetti avversi causati.
Non è certo finita qui. Perché il padrone del colosso META ha poi largamente provveduto a censurare i contenuti di moltissimi siti, soprattutto quelli di contro-informazione. Non solo sulle questioni pandemia-vaccini; ma poi anche e soprattutto sul genocidio del popolo palestinese perpetrato dal governo nazista di Tel Aviv. Ne abbiamo fatto purtroppo le spese sulla nostra pelle: subendo grossi danni anche al nostro archivio. Una vera e propria azione scientifica di hackeraggio.
Se questa è democrazia…
Ecco un paio di pezzi pubblicati dalla Voce sui killeraggi griffati Zuckerberg.
E’ del 26 gennaio 2026
MARK ZUCKERBERG / LA SCURE CENSORIA DI META COLPISCE ANCORA
E del 7 aprile 2025
BIG TECH / I COLOSSALI DANNI GRIFFATI META-FACEBOOK
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