TRUMP E PREVOST / LE DUE FACCE DELL’AMERICA

Le due facce dell’America, poche ore fa, in modo che più plastico non si può.

L’Imperatore Donald Trump che festeggia in versione war-kitsch i fasti per i 25O anni dall’Indipendenza dell’America.

E papa Prevost che sta riprendendo il cammino di  Francesco e ricomincia proprio da Lampedusa, una Parola contro tutte le guerre e le discriminazioni.

Partiamo dal sempre più invasato Tycoon. Il quale, come capo del più grande Circo Barnum del Mondo, ha voluto far bella mostra dei suoi trofei.

Abbiamo annientato Iran e Venezuela, inneggia: senza tener minimamente conto che la partita mediorientale è tutta aperta e dovesse passare il Memorandum d’intesa Teheran batterebbe con punteggio tennistico Washington, netto 6-0.

Sul fronte del Venezuela, c’è il ratto del legittimo presidente Nicolas Maduro, le sanzioni che stremano il popolo e il devastante terremoto sui cui la Voce – nei giorni scorsi – ha delineato alcuni scenari che portano a una manina ‘USA-CIA’. Ben poco da andarne fieri.

Ma passiamo in rapida carrellata altre sbruffonate nei 40 minuti del discorso presidenziale (non è stato, come minacciato, un intervento fiume, forse solo un fiume di pioggia).

“Oggi stiamo facendo meglio di quanto non abbiamo mai fatto nella nostra storia”.

“Il nostro Paese è più ricco, è più sicuro, è più orgoglioso che mai”.

“L’America è di nuovo una nazione vincente, su tutti i fronti. Abbiamo annientato Iran e Venezuela e continueremo così”.

E, gonfiando il petto: “Nei miei oltre 6 anni di presidenza non ho mai toccato il 2° emendamento”, che consente a tutti gli americani di possedere un’arma da fuoco.

“Il comunismo ha mostrato il suo volto orribile, anche qui in America: è come un cancro, bisogna estirparlo e bisogna farlo in fretta”.

“Non vogliamo i comunisti, non ne abbiamo bisogno e l’America non diventerà mai comunista”.

Zohran Mamdani. Sopra, il discorso di Trump per i 250 anni

Ha dalla sua un gran pregio, ‘The Donald’, farneticando da par suo: anche quello di riesumare una memoria, quello del comunismo, che di fatto non esiste più da decenni, men che mai in Occidente dove vagolano sbiaditi fantasmi para socialdemocratici, nella migliore delle ipotesi. Quella del vero comunismo, purtroppo, rimane ancor oggi un’utopia: la migliore possibile per il  domani, ma sempre un’utopia.

Forse il Tycoon, però, è spaventato per quel che – comunque – si sta muovendo nella sua America. A quanto pare, infatti, il Partito Democratico si sta finalmente svegliando da un letargo almeno trentennale, la cui fine è coincisa con l’elezione del nuovo sindaco di New York, Zoran Mamdani – udite udite – di origini ugandesi e perfino ‘socialista’ nell’animo, una vera eresia per le orecchie del sempre più bellicista capo della Casa Bianca. E a quanto pare, sull’esempio di Mamdani, stanno germogliando candidati Sindaci (addirittura per Washington e altre grandi città a stelle e strisce) nonché papabili Governatori che ne seguono la via appena tracciata.  E’ questa la nuova caccia alle streghe – in puro stile maccartista – ingaggiata da ‘The Donald’. Roba da matti.

 

Papa Leone a LampedusaPassiamo a papa Leone. Che dopo il primo anno di quiete, ha cominciato a mostrare gli ‘artigli’. E di questo, ancora una volta, va dato merito al Tycoon: che proprio ad un anno dalla sua nomina vaticana, l’ha attaccato in modo furioso quanto gratuito, dando letteralmente i numeri. Tra l’altro ha cercato di ridicolizzarlo, rivendicando il merito della sua elezione, in quanto americano… Da 113. Prevost non ha raccolto la provocazione, non ha risposto con le parole (appena una brevissima nota), ma con i fatti. Proprio da quel momento, infatti, la sua presenza si è fatta sentire, con pensieri, parole ed opere. Come la fresca puntata a Lampedusa di poche ore fa.

Eccone alcune parole: “Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera poi esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sui drammi altrui, il difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze alla elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del discorso evangelico, la fretta di ‘passare oltre’”.

E ha parlato, Prevost, di “responsabilità epocalidi cui l’Unione Europea deve assolutamente farsi carico: “I migranti sono le vittime delle decisioni mancate. L’Europa deve aprirsi, non chiudersi. Deve inserire il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo per accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti, e nello stesso tempo lavorare per lo sviluppo, così che in futuro nessuno sia più costretto ad emigrare”.

Vallo a raccontare ai Vannacci & Salvini di turno e ad un governo sfascista che affama gli italiani e se ne fotte dei migranti.

Trump intanto – avevamo dimenticato una chicca del suo discorso imperiale – parla dell’ormai prossimo ritorno sulla Luna con una puntatina, poi, su Marte.

Chi va a Lampedusa, tra gli ultimi.

E chi su Marte, a caccia di alieni.


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