Si alza finalmente il velo, una volta per tutte, sulla vera faccia di Antonio Di Pietro, un tempo il mito di Mani Pulite, la Tangentopoli eterodiretta da USA & CIA.
Un ex poliziotto di destra, un ex fascista duro e non troppo puro, poi il ‘big’ del pool milanese che sfasciato la politica italiana d’un tempo, per aprire le porte ad un inferno cento volte ancor peggiore. E ha decretato la fine, non solo politica, di tanti pesci grossi e meno grossi, cui sono subentrati squali da novanta.
La conferma, che più plastica non si può, ora arriva da una che più di destra non si può, l’ex ministra del Turismo e alle prese con grosse grane giudiziarie, Daniela Santanchè, la quale ha appena lanciato la candidatura di don Tonino come candidato ideale per il centrodestra nella prossima corsa alla poltrona di sindaco a Milano.
E, più emblematico che mai, è il sentito endorsement pro Di Pietro messo nero su bianco addirittura da ‘Il Giornale’ della famiglia Berlusconi. Il massimo!
Ma vediamo tutti i tasselli del puzzle.
L’INDAGATA SANTANCHE’ LANCIA ‘O PM
Partiamo proprio dalle parole già mitiche dell’ex berlusconiana, poi passata sotto i vessilli di Fratelli d’Italia e l’ala protettiva del presidente del Senato Ignazio Benito La Russa, la quale – dopo le dimissioni volute dalla sua capa Giorgia Meloni in seguito alla condanna giudiziaria in primo grado – ha avuto la forte tentazione di passare al neonato ‘Futuro Nazionale’ griffato generale Vannacci. Un ‘dream’ non ancora giunto a maturazione: se sono rose fioriranno, soprattutto in vista del voto politico della prossima primavera.
Ecco il fresco Verbo della ‘ducessa’ sul voto all’ombra della Madunina: “Di Pietro è stato ministro, leader di partito, senatore, conosce Milano e le sue problematiche. E’ stato in prima linea per il SI al referendum sulla Giustizia. Per questo credo che sarebbe un valido sindaco di Milano alle prossime amministrative”.
In un’intervista rilasciata a ‘Il Giornale’ chiarisce il suo Pensiero: “Il tema della criminalità è in testa alle priorità di questa città. Una volta il problema erano le periferie, oggi le aggressioni avvengono in corso Como, sotto i grattacieli e la giunta Sala non riesce a contrastare questa deriva”.
E aggiunge: “Per questo penso che Di Pietro potrebbe dare un contributo straordinario su questo versante, ma immagino che non lo troveremmo impreparato su altri dossier. Fra l’altro, lui è stato ministro dei Lavori pubblici e si deve alla sua preparazione e ostinazione la realizzazione del tunnel di san Fruttuoso a Monza che ha fatto saltare il tappo del traffico veicolare verso la Brianza”.
Il candidato sindaco, intervistato nella sua Montenero di Bisaccia a bordo di un trattore, si schermisce e preferisce non commentare.
Pronuncia alcune parole ‘di riguardo’ il sindaco uscente, Beppe Sala: “Politicamente faccio fatica a giudicarlo perché è parecchio che non fa politica. Però ritengo sia un galantuomo. E la sua possibile candidatura un po’ mi fa piacere”.
Facile capire il motivo fresco fresco. Don Tonino, infatti, è stato fieramente garantista nei confronti del sindaco Sala e di tutta la giunta meneghina investita dal ciclone dell’inchiesta sull’urbanistica a Milano, che dopo le prime ‘bombe’ si sta spegnendo a botte di tric trac. L’ex pm ha attaccato i suoi ex colleghi della procura milanese e consigliato a Sala di tener duro e non dimettersi per alcun motivo.
Passiamo, ora, ai commenti de ‘Il Giornale’, parole di zucchero nei confronti dell’ex ‘nemico’ del Cavaliere: “I commenti restano sotto traccia, ma fotografano un profilo molto interessante per i moderati di rito ambrosiano. Di Pietro entrò in rotta di collisione con Berlusconi e fu considerato un campione di giustizialismo; ma negli ultimi tempi si è ritrovato a destra sui temi – decisivi – della giustizia e della sicurezza. In particolare, è stato uno dei più convinti sostenitori della separazione delle carriere e si è battuto senza rete sul referendum, poi vinto dagli avversari del cambiamento”.
E così proclama (a perfetta ragione, anche se ciò era chiaro fin dagli esordi della carriera dipietrista e non c’era bisogno di una maga per scoprirlo): “Insomma, la sensazione che fosse un uomo di destra prestato alle opposizioni è ora diventata una certezza. Come le sue idee alla Rudolph Giuliani (l’ex sindaco sceriffo di New York, ndr) sulla tolleranza zero per i criminali e sfaccendati vari”. Testuale.
LE ‘STRATEGIE’ DELLA DESTRA PER MILANO
Cerchiamo adesso di ricostruire le varie posizioni in campo nel sempre più litigioso centrodestra, proprio sul fronte della candidatura a sindaco della città.
Partiamo proprio da Fratelli d’Italia. Che fino a l’altro ieri, a parole, ha espresso il suo appoggio alla candidatura di un centrista, ossia il numero uno di ‘Noi Moderati’, Maurizio Lupi. Ma non viene esclusa l’ipotesi di una civico: è circolato il nome dell’imprenditore Antonio Civita, che però non raccoglie più consensi di tanto tra gli stessi meloniani, molti dei quali ne sottolineano lo scarso appeal elettorale.
Ora, però, entra prepotentemente in campo la ‘bomba’ Di Pietro, lanciata da lady Santanchè, che può sparigliare tutto e far trovare la quadra ad un centrodestra a caccia dell’identità perduta.
Passiamo alla Lega, le cui opzioni, fino a questo momento, sono variegate. Su un punto il numero uno del Carroccio Matteo Salvini pare certo: “Sono assolutamente favorevole alle primarie di colazione per individuare il candidato giusto”.
Nel dettaglio, la rosa dei nomi fino ad oggi prevede un tris: l’ex presidente di Assolombarda Carlo Spada; il giornalista Giovanni Terzi e Silvia Sardone, la più votata dai militanti alla primarie organizzate dal Carroccio. Quindi, in sostanza, si tratterebbe di organizzare delle ‘super-primarie’.
Eccoci infine a Forza Italia.
Che si batte per un candidato civico. Nelle ultime settimane sono salite le ‘azioni’ dell’economista Carlo Cottarelli. Il cui nome, però non raccoglie l’ok (fino ad oggi) di Lega e FdI, per i suoi trascorsi ‘area PD’.
Torniamo alla grande novità del giorno, il sasso buttato fragorosamente nello stagno dall’ex ministro Santanchè. Secondo alcuni analisti, una sorta di ballòn d’essai, proprio per offrire al centrodestra un’alternativa spendibile rispetto a un Cottarelli. Un jolly a sorpresa, o se preferite il coniglio tirato fuori dal classico cilindro: don Tonino Di Pietro.
NASCE A DESTRA E TORNA A DESTRA
Sulla figura di Antonio Di Pietro abbiamo scritto decine e decine d’inchieste, fin dagli esordi di Mani Pulite, quindi un abbondantissimo trentennio fa (anzi 35 anni, per la precisione). Ne potete ritrovare a bizzeffe andando alla casella CERCA che si trova in alto a destra della nostra home page, digitando semplicemente ANTONIO DI PIETRO. Ecco, tanto per un assaggio, l’ultima messa in rete dalla Voce il 19 aprile scorso,
ANTONIO DI PIETRO / PARLA DI ‘MAFIA APPALTI’ E DIMENTICA IL MAXI INSABBIAMENTO ‘TAV’
Riassumiamo brevissimamente la story.
A cominciare, appunto, da Mani Pulite, un’operazione di tutta evidenza eterodiretta da Usa & CIA. Lo dimostrano, ad esempio, le periodiche, frequenti, rituali ‘visite’ del pm, nei mesi che hanno preceduto lo scoppio di Tangentopoli, al console americano dell’epoca, Peter Semler: al quale addirittura rivelò con alcune settimane d’anticipo il ‘prossimo’ mandato d’arresto a carico di Bettino Craxi. Una prassi normale o qualcosa non funziona?
Senza contare i rapporti ‘organici’, all’epoca, di don Tonino con agenti CIA e di altre intelligence, come documenta tra l’altro la famigerata foto pubblicata quasi per caso dal ‘Corriere della Sera’, dove compariva anche l’ex capo dei Servizi Bruno Contrada, che sarebbe stato arrestato solo due settimane dopo.
Ma prima di abbandonare la toga per tuffarsi in politica, ne combinò una grossa, che più grossa davvero non si può. L’insabbiamento della maxi inchiesta sull’Alta Velocità (TAV) operato in modo ‘scientifico’. Abilmente infatti avocò a sé il filone d’inchiesta romano (sui profili politici e amministrativi del caso) con la scusa che aveva tra le mani “l’Uomo a un passo da Dio”, una super gola profonda, ossia il faccendiere italo elvetico Pierfrancesco Pacini Battaglia, che tutto sapeva sui luridi affari made in Italy, a partire dai segreti della madre di tute le tangenti, ENIMONT.
Ebbene, come hanno messo nero su bianco nel loro memorabile “CORRUZIONE AD ALTA VELOCITA’” firmato nel 1999 da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato, quella maxi inchiesta venne INSABBIATA da don Tonino: il quale – solito usare il pugno di ferro con i suoi imputati – in modo molto anomalo quella volta infilò i guanti di velluto, mettendo subito in libertà (neanche un giorno in gattabuia) la super fonte Pacini Battaglia. Il segreto di Pulcinella? Affiancargli un avvocaticchio appena sbarcato da Avellino a Milano: e, soprattutto, grande amico di don Tonino. Capito il trucco?
Occorre sottolineare – per conservare la MEMORIA storica dei fatti – che l’inchiesta TAV era il cuore del dossier ‘MAFIA-APPALTI’, l’unico vero, reale movente della strage di Capaci e soprattutto di via D’Amelio. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, infatti, stavano puntando da un anno al bersaglio grosso: il rapporto organico fra POLITICA-IMPRENDITORIA-MAFIA via maxi appalti pubblici, in pole position quel maledetto Treno ad Alta Velocità.
Come mai nessuna inchiesta mai, e nemmeno i quattro processi Borsellino, hanno portato alla luce quelle connection?
Come mai la memoria di Falcone e Borsellino continua ad essere calpestata a 35 anni (guarda caso il numero torna) da quelle stragi?
Scopri di più da La voce Delle Voci
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



























