Dalla padella nella brace.
E’ ormai da oltre un ventennio notte fonda per l’un tempo epico Labour Party, oggi letteralmente ridotto in macerie.
Finalmente ha tolto il disturbo Keir Starmer, che ha impiegato qualche mese per rendersi conto del deserto creato intorno a sé (scandalo Epstein compreso, per non farsi mancar nulla).
E adesso, in tempo reale, ha preso il suo posto “il Re del Nord” Andy Burnham, il 56enne rampante del Labour dopo aver troneggiato per un decennio (2017-2026) sulla poltrona di sindaco di Greater Manchester.
Il quale, per tornare all’incipit, su non pochi fronti è ancor peggio della già sbiadita figura di Starmer. Tutto un programma.
Basta guardare alle primissime mosse. Si è subito rimboccato le maniche per focalizzare la sua attenzione sui provvedimenti urgenti da prendere, in quanto numero uno di Downing Street: secondo le prime indiscrezioni riguarderanno l’economia, al collasso, e il decentramento amministrativo.
E già filtrano le prime indiscrezioni sulla figura che potrebbe occupare la strategica postazione di Cancelliere dello Scacchiere, ossia di ministro dell’Economia e delle Finanze: il nome favorito, secondo i bookmakers britannici, è quello di Ed Miliband, una vita ai vertici – senza mai brillare – del Labour Party. Di origini ebraiche, è stato l’unico leader ebreo del suo partito; si definisce un “ateo-ebreo”. All’epoca successe a Gordon Brown – altra grigia figura dei laburisti – e poi gli subentrò Geremy Corbyn, l’unico davvero “a sinistra” e in grado di incarnare gli ideali del vecchio e glorioso Labour: proprio perciò destinato fatalmente alla perenne emarginazione.
Torniamo alla nuova autoproclamata star, Burnham.
E partiamo proprio dal fronte internazionale. Recentemente si è decisamente rifiutato di definire GENOCIDIO le azioni militari portate avanti dal governo di Tel Aviv per sterminare la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. Si è limitato ad esprimere “preoccupazione per la drammatica situazione”, chiedendo che vengano accertate le responsabilità. Nulla più.
Ma sono alcuni ‘precedenti’ che destano non poca inquietudine. Dal 2015 il neo primo ministro britannico è iscritto al ‘Labour Friends of Israel’, un gruppo che tra l’altro sostiene Israele come “patria storica del popolo ebraico”, dimenticando totalmente la (pre)esistenza su quei territori dei palestinesi.
E sempre nel 2015, in occasione di una precedente corsa per la leadership del partito laburista, proclamò che, se eletto, la sua prima visita di Stato da leader sarebbe stata certo in Israele, che definì “una vera democrazia che difende minoranze e diritti civili”.
E’ sempre convinto di questo? E, soprattutto, manterrà ora la promessa del primo viaggio di Stato nel tanto democratico e rispettoso di tutti diritti Israele? Staremo presto a vedere, misurando la sua credibilità (a nostro parere pari a zero).
Il momento in cui si insedia, poi, è particolarmente delicato su questo fronte nel Regno Unito. Il Parlamento britannico, infatti, proprio in queste settimane sta esaminando la richiesta di una accurata indagine circa l’influenza di lobbying filo-israeliane nel Regno Unito e, in generale, l’ingerenza di Tel Aviv nella politica (soprattutto estera, of course) britannica. La richiesta è partita dopo il grande successo di una petizione popolare che ha raccolto oltre 120 mila firme. Una patata davvero bollente: la saprà gestire Burnham?
I sondaggi dovrebbero preoccuparlo non poco. Secondo il più recente, effettuato da YouGov per conto della Ong MAP, ben il 62 dei cittadini britannici si dichiara contro le azioni militari israeliane a Gaza e in Cisgiordania, contro appena il 13 per cento di favorevoli. Non è certo finita qui: perché più di 1 su 2 (ossia il 54 per cento) è a favore della sospensione di tutte le esportazioni di armi e non solo verso Israele. Un avvertimento che il neo primo ministro si è visto arrivare fra capo e collo: anche stavolta, saprà quali pesci prendere?
Il curriculum di Burnham, del resto, non è dei più esaltanti. Inizia, of course, all’ombra del capo assoluto del Labour d’allora, Tony Blair, che oggi se la spassa con le conferenza strapagate via petroldollari dei paesi sauditi e la sceneggiata del ‘Board of Peace’ for Gaza organizzata con i compari Trump & Netanyahu. Sotto Blair, il neo numero 1 di Downig street ricoprì la modesta carica di sottosegretario alla Casa. Leggermente meglio con l’ectoplasma Gordon Brown premier, nel cui esecutivo occupò le poltrone di Segretario di Stato prima per la Salute e poi per la Cultura.
Tornando alle ultime performance del subito dimenticato Starmer, da rammentare comunque i drastici provvedimenti, presi poche settimane fa, a metà maggio, contro tutte le manifestazioni Pro Palestina, etichettate come vere e proprie azioni terroristiche e con centinaia di arresti di inermi cittadini colpevoli solo di esprimere il loro dissenso contro il GENOCIDIO.
Non a caso, la popolarissima band hip-hop di Belfast, i Kneecap, ha definito in una delle sue più taglienti canzoni Starmer come un “cagnolino di Netanyahu”.
C’è da star sicuri che un prossimo motivo sarà dedicato a mister Burnham: sarà il pittbull di Bibi?
La Voce ha pubblicato svariati pezzi sulle sciagurate imprese griffate Starmer. Basta andare alla casella CERCA che si trova in alto a destra della nostra home page e digitare KEIR STARMER.
Eccone, comunque, un paio. E’ dell’8 maggio scorso
KEIR STARMER / KO AL VOTO AMMINISTRATIVO. TRIONFA NICK FARAGE
Ed era del 30 settembre 2025
KEIR STARMER / COSI’ UCCIDE QUEL CHE RESTA DEL LABOUR PARTY
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