Think tank conservatori (e spesso sionisti) in prima linea negli Stati Uniti per fomentare guerre a tutto campo, come era successo con l’invasione dell’Iraq nel 2003 e come accade oggi con l’aggressione al popolo iraniano, via ‘golpe’ in Venezuela di gennaio e quello prossimo a Cuba.
Nel mezzo una serie di conflitti regionali in continuo aumento: le ultime drammatiche cifre di fonte ONU (ormai incapace di intervenire, ma al massino di sfornare dati) parlano infatti di ben 56 focolai più che attivi di guerra in tutto il modo, un decina in più rispetto alla precedente rilevazione.
Secondo il Quincy Institute (un dei rari think tank non interventisti) i più ascoltati nel corso delle audizioni congressuali sono proprio i rappresentanti dei think tank pro wars, che in questo modo riescono ad influenzare pesantemente strategie politiche e militari a stelle e strisce, nonché, soprattutto, le decisioni della Casa Bianca. Quasi tutti, non a caso, hanno sede e quartier generale a Washington.
L’analista del New York Times Peter Beinart descrive “a clean slate to promote war yet again”, ossia “una lavagna pulita per promuovere un’altra guerra”. Il docente dell’Università di Harward Stephen Walt colorisce: “Il Blob bellicista della politica estera statunitense”.
Secondo non pochi analisti, i think tank conservatori rispondono in modo perfetto ai desiderata dell’industria delle armi a stelle e strisce, che ogni anno vede crescere i suoi profitti in modo vertiginoso.
Osserviamoli allora più in dettaglio.
SIONISTI A DIFESA DELLA DEMOCRAZIA
Partiamo, per la nostra ricognizione, da quello in maggiore ascesa. Nato proprio nell’anno giusto, il 2001. Decolla allora – proprio come nel capolavoro di Stanley Kubrik, ‘2001 Odissea nello Spazio’ – la ‘Foundation for Defence of Democracies’, FDD per i suoi tanti aficionados
Dagli addetti ai lavori viene definita come “un gruppo di pressione filo israeliano, filo ucraino e anti iraniano”.
La matrice sionista, del resto, è evidente fin dal suo parto. In quel mitico 2001, infatti, sboccia con il nome di EMEL, che in ebraico significa Verità. E con una mission precisa: “Migliorare l’immagine di Israele nel Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni israelo-arabe”.
A due anni dalla nascita stila un giudizio tranchant che significa non poco per lo start della guerra d’invasione in Iraq: “Sappiamo – scrivono i Soloni FDD – che Saddam Hussein sta producendo armi di distruzione di massa – biologiche, chimiche e nucleari – e rappresenta quindi una serissima minaccia per gli Usa e per il mondo”. Perfettamente in linea con le ‘indagini’ effettuata dal premier britannico Tony Blair che alla fine procurò alla Casa Bianca la ‘pistola fumante’: niente altro che ‘falsi’ e ‘tarocchi’ scientificamente confezionati per provocare quella criminale aggressione contro il popolo irakeno.
Da un falso all’altro torniamo in casa FDD e alla odierna guerra di aggressione e distruzione dell’Iran.
Un anno fa esatto, a giugno 2025, il ricercatore della Fondazione Tzivi Kahn fornì al Dipartimento di Stato Usa un lista di 44 attacchi (in gran parte inventati di sana pianta) iraniani contro obiettivi americani. Pochi mesi dopo, quella stessa lista verrà usata pari pari dalla Casa Bianca e dal suo neo Imperatore Donald Trump per ‘giustificare’ l’aggressione contro l’Iran e l’inizio dell’immotivato conflitto.
Ma perfino nel corso del primo mandato Trump l’inesauribile FDD aveva cercato di premere sull’acceleratore della guerra contro il sempre odiato Iran: aveva infatti elaborato un articolato dossier titolato “Come sovvertire l’Iran”. Gutta cavat lapidem, e il Tycoon non si fa certo pregare se deve ordinare a US Army e US Navy di invadere questo o quel Paese. Tutto grasso che cola…
Ma la notizia forse più ‘esplosiva’ sta nel decisivo contributo fornito da FDD per ottenere l’approvazione congressuale della Sezione 224 del ‘National Defense Authorization Act’ (NDAA) che in sostanza integra i sistemi di difesa tecnologica di Usa e Israele: due paesi da oggi ‘militarmente fratelli’. Una news dirompente e al tempo stesso incredibilmente oscurata dai media, i quali proprio in quelle ore hanno scritto (e anche male) solo della burrascosa telefonata tra Bibi Netanyahu e il Tycoon, come abbiamo documentato nella cover story del 2 giugno scorso
TRUMP / LA SCENEGGIATA DEL VAFFA A NETANYAHU. MA IL LEGAME E’ PIU’ SALDO CHE MAI…
Intorno alla stella polare FDD gravitano una serie di satelliti, un arcipelago di sigle, tutte di marcato sapore bellicista. Ecco le principali: ‘Center on Cyber and Technology Innovation’ (CCTI), ‘Center on Economic and Financial Power’ (CEFP), ‘Center on Military and Political Power’ (CMPP).
Non è certo finita qui. Perché la cucina militare griffata FDD sforna a getto continuo Piani e Programmi per tutti i gusti: in pole position c’è ora il ‘Programma Iran’, fornito in anteprima alla Casa Bianca, of course, e coordinato del CEO Fbb in persona, Mark Dubowitz. Molto istruttivo anche il ‘Programma Russia’, affidato alle cure dello storico presidente Fbb, Clifford May. Tanto per gradire, poi, il ‘Progetto Siria’ e il ‘Programma Turchia’.
E non può mancare la classica ciliegina sulla torta: ossia il ‘Long War Journal’, un lungo cammino attraverso le eroiche imprese Usa contro tutti i terrorismi e gli Stati canaglia per esportare democrazia & libertà a suon di missili e bombe. Ma anche un aggiornamento continuo sulle minacce incombenti più pericolose e un ventaglio di opzioni possibili, praticamente tutte di stampo interventista.
Vediamo quindi chi sono i generosi finanziatori del poderoso think tank.
La lista dei ricchissimi donatori è lunga mezzo chilometro e potete agevolmente consultarla via wikipedia. Si tratta di altre fondazioni, intere dinasty e famiglie americane di antico lignaggio, nonché la crema dell’industria a stelle e strisce ovviamente dei settori trainanti.
Ma vanno citati, per meriti, due tra i primi e fedeli sponsor.
In pole position Paul Singer, miliardario e filantropo of course, e soprattutto fondatore e partner strategico del super fondo Usa ‘Elliott’ (che 5 anni fa acquistò il Milan post Berlusconi e poi lo ha passato di mano a Red Bird di Gerry Cardinale). Segue a ruota Bernard Marcus, co-fondatore di ‘Home Depot’.
Scrive ‘The Nation’: “I legami della FDD con i donatori pro Israele Singer e Marcus la collocano al centro di una rete che promuove gli interessi delle fazioni di ultradestra israeliane. In tal mondo FDD può contare su una presenza costante nei circoli politici più influenti di Washington”.
Ma una grossa fetta delle tanto disinteressate donazioni arrivano anche dall’estero. E soprattutto dai paesi arabi ultra moderati, in prima linea gli Emirati Arabi Uniti. Per fare un solo esempio, l’Associated Press qualche anno fa ha documentato un finanziamento da 2,5 milioni di dollari partito dai forzieri del super fondo emiratino, PIF.
AEI, HERITAGE & C.
In rapida carrellata altri big dello strategico settore.
Fa subito capolino un’altra star, più brillante che mai, quella dell’‘AMERICAN ENTERPRISE INSTITUTE, AEI per i suoi fans.
Tra il 1921 e il 1924 è stato – subito dopo Fdd – il think tank più ascoltato e invitato a testimoniare davanti alla Commissione Affari Esteri della Camera Usa.
E proprio al pari di Fdd, diede il suo importante contributo, a fine 2002, per caldeggiare con ‘prove’ l’attacco all’Iraq del pericoloso dittatore atomico Saddam Hussein. Scrive ‘The Nation’: “AEI ha avuto un ruolo di primo piano nel definire la minaccia di Saddam e nel delineare anche il modo di ricostruire l’Iraq una volta rimosso”.
E, guarda caso, AEI ha spinto ugualmente per il criminale intervento armato in Iran.
Col passar degli anni, di tutta evidenza, “più sei falco e più sei seguito e ascoltato. E anche se hai fallito, vai sempre bene”, osservano non pochi analisti.
E’molto più ‘vecchio’, AEI, essendo stato fondato nel 1938 da un gruppo di banchieri, manager e imprenditori di netto stampo conservatore. E anche in questo caso ha ricevuto pingui donazioni, nel corso dei decenni, dai Paperoni d’America.
Spuntato nel 1973, in piena era Nixon, ‘HERITAGE FOUNDATION’, quartier generale ovviamente a Washington, ad un passo dalla sempre ospitale Casa Bianca. Il think tank, ovviamente conservatore, a parte le solite tematiche in campo economico e militare, è focalizzato soprattutto sul rafforzamento della famiglia, in base al suo motto “Saving America by Saving the Family”.
Di recente, l’economista capo di Heritage, E.J Antoni, è stato nominato dall’amministrazione Trump in qualità di responsabile dell’‘US Bureau of Labour Statistics’.
Eccoci infine a due think tank che operano soprattutto in campo educativo.
Come il rampante TURNING POINT USA, attivo nelle scuole superiori, nei college e nei campus universitari per diffondere l’illuminato Verbo Conservatore. E’ stato fondato nel 2012 da Charlie Kirk a Bill Montgomery. Ed anche in questo caso ha creato un piccolo ma agguerrito arcipelago di sigle: ‘Turning Point Endovnment’, ‘Turning Point Action’, ‘TPUSA Faith’.
Lo stesso campo, o meglio, gli stessi campus vengono battuti da un’altra sigla conservatrice, INTERCOLLEGIATE, che venne fondata nel lontano 1953 dal russo americanizzato Frank Chodorov.
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