Il rischio povertà cresce e continua a preoccuparci. Questo rischio investe non solo i campani, ma coinvolge gran parte del meridione. Infatti Calabria, Sicilia e Puglia non se la passano di certo bene, in queste regioni la percentuale di rischio, seppur inferiore, comunque arriva ad un preoccupante 40%.
Ma non dobbiamo dimenticare la densità di popolazione residente in Campania, è infatti la terza regione per numero di abitanti e, soprattutto, è un concentrato di tutte le criticità sociali presenti nell’intero paese.
Secondo i dati Eurostat sui cinque milioni e mezzo di abitanti quasi la metà è esposta a questo rischio, lo afferma la Caritas anticipando alcune non confortanti novità contenute nel suo prossimo Rapporto Annuale. La nostra regione è citata anche da Eurostat per il suo alto rischio di povertà e di esclusione sociale nell’anno 2024. Si colloca immediatamente dopo la Guyana Francese, la Calabria, la città autonoma spagnola di Melilla. La Campania risulta seriamente esposta a tale rischio, e questo nonostante i recenti dati positivi della crescita dell’economia locale.
Il dato non è confortante. Le regioni del Sud si collocano tutte al di sopra della soglia critica del 33% di rischio. La notizia fa riflettere per l’alto numero di abitanti, e questo ci dice che quasi la metà dei cinque milioni e mezzo di abitanti è esposta al rischio povertà, ossia circa due milioni e mezzo di persone. La regione con questi numeri raddoppia il dato della media europea, che è del 21% e supera la media italiana che si attesta al 26%.
In pratica, se si considerano le sole regioni del Sud, verifichiamo esiste un Paese dentro il Paese. Più povero e più a rischio. È questo il dato che fa del sud un’area critica in Europa. Questo dato fa il paio con quello contenuto in un altro report diffuso a settembre da Eurostat sul basso tasso di occupazione al sud, mentre nelle regioni del nord si registrano tassi superiori a quelli della media europea. Questo accade a Bolzano, in Valle d’Aosta, a Trento, in Toscana, in Veneto mentre il Sud arranca con la Calabria ferma al 48,5%, la Campania al 49,4% e la Sicilia al 50,7%. Sono le ultime regioni con livelli di occupazione tra i più bassi in Europa, la cui media è del 75,8%. Si può affermare, senza timore di essere smentiti che, in base a questi dati, l’Italia registra oggi il più marcato squilibrio territoriale d’Europa.
Ma come si definisce questo rischio di povertà e di esclusione sociale? In sostanza, si misura con un indicatore sintetico, definito AROPE, che misura tre dati aggregati e indica la percentuale di persone che vivono in una o più di queste condizioni:
- La prima, include le famiglie con un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano nazionale.
- La seconda, è una grave deprivazione materiale e sociale e indica quelle famiglie che non possono permettersi di pagare l’affitto o le bollette, o di climatizzare adeguatamente la casa, o di sostenere una spesa imprevista, o di mangiare carne o pesce in media ogni due giorni, o di avere una automobile o di poter fruire di una propria connessione internet.
- La terza, indica le famiglie con una bassa intensità lavorativa, ossia nelle quali, i suoi componenti tra i 18 e i 64 anni, lavorano meno del 20% del tempo disponibile durante l’anno.
Quest’ultimo è un indicatore importante perché permette di capire non soltanto chi è povero oggi, ma anche chi rischia di diventarlo domani.
Il Rapporto Charitas 2025 si intitola, non casualmente, “La povertà in Italia” ed è stato presentato a novembre. In quell’occasione la direttrice della Caritas di Napoli suor Marisa Pitrella ha detto “… registriamo un aumento della povertà assoluta principalmente per tre motivi:
- perché il lavoro è spesso retribuito al nero e sottopagato;
- perché i giovani vanno di meno a scuola, dato che ci indica che ciò a cui si deve puntare è l’istruzione;
e infine
- perché troppe volte non si dispone di una casa a causa degli affitti sempre più cari”.
C’è quindi un aumento delle persone che mangiano alle mense pubbliche, si tratta anche di persone giovani, che vivono soli. E non solo stranieri ma sono, vi sono anche molti, troppi, italiani.
Al Binario della solidarietà, un noto centro di accoglienza diurno per persone senza casa, si registra che l’età media si è abbassata fino a circa trent’anni.
“Assistiamo anche persone giovanissime – racconta la direttrice – in un dormitorio stiamo accogliendo un giovane che si è trovato in seria difficoltà, senza casa e senza sostentamento, frequenta l’ultimo anno di università e lo stiamo sostenendo anche economicamente per fargli terminare gli studi. Lo facciamo perché siamo convinti che avere un titolo di studio può aiutare poi a trovare lavoro dignitoso”.
Infine, punta il dito contro l’assegno di inclusione “perché ha una platea più ridotta rispetto al reddito di cittadinanza, per cui più persone restano in difficoltà”.
Ogni giorno si rivolgono alle mense di Napoli circa 1500 persone “… e non sono solo persone singole – spiega – a volte accogliamo intere famiglie che chiedono un sostegno … alcune di queste lavorano ma non riescono ad arrivare a fine mese”.
La direttrice conclude affermando che la povertà assoluta è aumentata del 10% nel 2024 “… e, aggiunge, non contiamo solo gli immigrati. Gli italiani, non avendo un lavoro ben retribuito e con tutti i diritti, se hanno un piccolo incidente, anche in casa, rimangono senza lavoro e senza stipendio”.
Tutto ciò ricordando che senza un lavoro aumentano gli sfratti. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Interno nel 2024 in Campania ce ne sono stati oltre 4500, la maggior parte per morosità. In aumento del 12% rispetto al 2023. Un mix esplosivo, se ricordiamo che quasi la metà dei campani è oggettivamente a rischio povertà, e i dati della stessa Caritas dimostrano che “… oggi a Napoli, se si cerca una casa da fittare, non la si trova. Gli affitti sono alti e gli appartamenti liberi sono spesso utilizzati come b&b”.
La bolla turistica, insomma, invece di portare ricchezza ha finito per impoverire e complicare ulteriormente le cose.
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